Strage di Ustica: anche se sono trascorsi trentasette anni non bisogna stancarsi di porre domande, di chiedere risposte

Strage di Ustica: anche se sono trascorsi trentasette anni non bisogna stancarsi di porre domande, di chiedere risposte

È un nastro della memoria che non bisogna stancarsi di ascoltare e riascoltare. La costanza di tramandare un ricordo, in questi casi, è virtù da coltivare. Dunque, il 27 giugno 1980: trentasette anni fa, cronaca che ormai si fa storia.   Un aereo DC-9 dell’Itavia, volo IH870, parte alle 20.08 da Bologna per Palermo; misteriosamente scompare nei cieli tra Ponza e Ustica. Nessun superstite tra le 81 persone a bordo, 77 passeggeri e 4 membri dell’equipaggio.

Processualmente la vicenda si conclude il 10 gennaio 2007: la Prima sezione penale della Corte di Cassazione conferma la sentenza di assoluzione, con formula piena, per i generali Lamberto Bartolucci e Franco Ferri – all’epoca della tragedia rispettivamente Capo e Sottocapo di Stato Maggiore dell’Aeronautica – dall’accusa di alto tradimento: nessun colpevole viene dunque individuato. Nell’informare il Ministero della Difesa sulla situazione nei cieli italiani la sera del 27 giugno 1980, Bartolucci e Ferri avevano escluso il coinvolgimento di altri aerei italiani o della NATO, militari o civili, nel disastro di Ustica.

Un anno dopo, nel febbraio 2008 un piccolo colpo di scena: l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga sostiene, ai microfoni della RAI, che l’aereo è stato abbattuto da un missile lanciato da un jet militare francese: in seguito a queste dichiarazioni la Procura della Repubblica di Roma decide il 21 giugno 2008 di aprire una nuova inchiesta. Già la cosa di per sé è notevole; ma lo è ancora di più se si pensa che sempre Cossiga è stato uno dei più strenui e convinti sostenitori della presenza di un ordigno a bordo: l’abbattimento del DC-9 provocato da una esplosione da far risalire a un attentato (mai rivendicato), che sarebbe stato una sorta di “segnale” (non si sa da chi “inviato”), non “colto”, e successivamente ripetuto (si è parlato e si parla ancora, della strage del 2 agosto alla stazione di Bologna). Ecco: di colpo Cossiga abbandona questa tesi (peraltro zoppicante), e si fa sostenitore dell’abbattimento provocato da un missile esploso da un jet militare francese. Che cosa avrà indotto il presidente a murare così radicalmente opinione? Ormai nessuno glielo può più chiedere.

Circa un anno fa l’editore Aragno pubblica i corposi diari dell’ambasciatore Ludovico Ortona. Ortona nel 1985 viene distaccato al Quirinale come capo ufficio stampa del presidente Cossiga, incarico che ricopre per tutto il settennato. Lodevolmente, giorno dopo giorno, fissa sulla carta la cronaca di quegli anni, e ne ricava un documento poderoso ma di grande interesse, che merita di essere studiato e analizzato con cura. Le sorprese non mancano; ma qui, ora, ci si limita “all’affaire Ustica”.

Ecco il 30 settembre del 1989: “…Il presidente si apre oggi un po’ di più su Ustica, e ci dice che ormai se, come sembra, si riduce il campo delle responsabilità a tre paesi che avrebbero lanciato il missile, gli USA, la Francia o la Libia a suo avviso non si può che nutrire sospetti sui francesi. Infatti, certamente gli americani con il loro moralismo puritano avrebbero tirato fuori qualcosa in nove anni. Dei libici non gli pare credibile. Invece nutre sospetti su come operano i francesi e su come saprebbero mantenere il segreto…”.

Non è notazione di poco conto che il presidente Cossiga, diciannove anni prima l’intervista citata, nutrisse sospetti sulla Francia; e ufficialmente si dicesse convinto della tesi di un attentato terroristico… Si apprende ora di una sorta di beffa: gli archivi desecretati dalla presidenza del Consiglio conservano solo quella che viene definita “carta straccia”; ovvero “niente che non si conoscesse già e soprattutto nessun documento dei giorni e dei mesi immediatamente successivi a quel 27 giugno 1980”.

Dice Daria Bonfietti, presidente dell’associazione familiari vittime della strage di Ustica: “Avevamo molto sperato che la direttiva Renzi potesse davvero portare alla desecretazione di documenti che avrebbero potuto dirci chi c’era quella notte in cielo e in mare, consentirci finalmente di ricostruire uno scenario reale ma posso solo esprimere tutto il nostro sconcerto per un Paese che non è in grado di custodire la documentazione prodotta. Basta dire che – tre anni dopo la direttiva Renzi che dispone la desecretazione degli atti sulle stragi degli anni ’60-’70-’80 – il ministero dei Trasporti non ha depositato nulla se non qualche atto già noto della commissione Luttazzi. Alle nostre pressanti richieste gli uffici hanno risposto che non c’è ombra di documentazione alcuna e che non hanno neanche idea di dove dovrebbero essere i loro archivi”.

Non c’è nulla dell’aviazione civile né del gabinetto del ministro dei Trasporti, nessun documento della Marina dal 1980 al 1986… “Per non parlare della beffa dei documenti dei Servizi segreti: solo un’enorme rassegna stampa e schede sui giornalisti che scrissero articoli sul caso. E con i nomi in chiaro. Invece di indagare su quel che accadde quella notte, i nostri Servizi indagarono sui giornalisti”. Insomma, per Bonfietti la direttiva Renzi è un fallimento.

A questo punto, come non ricordare quello che Giuliano Amato confida a Gian Antonio Stella sul “Corriere della Sera” il 19 giugno 1987? Amato viene presentato così: “Lo conosce bene il caso Ustica. Nessun altro politico lo ha studiato, analizzato, scomposto in ogni dettaglio alla ricerca della verità come ha fatto lui. Il primo ad appassionarsi alla vicenda, il primo a dubitare della versione preferita dai militari che parlavano di una bomba, il primo ad andare in Parlamento a dire: ci hanno raccontato un sacco di bugie”.

Dice Amato nella citata intervista: “I militari possono aver pensato: ha senso spartire un segreto così? Mi metto nella testa loro. I politici chiacchierano troppo, se la gente sa che intorno ai voli di linea facciamo operazioni militari abbiamo chiuso. È possibile che abbiano deciso, cinicamente, in pochi minuti, di non spartire il segreto con nessuno. A quel punto era quasi impossibile giungere alla verità…”.

Dite che se anche sono trascorsi trentasette anni non valga la pena di continuare a porre domande, e chiedere risposte?

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