Le amministrative spingono le forze politiche nell’inferno degli scontri interni. La guerra di trincea è finita. Renzi, Grillo e Salvini maestri delle mezze verità

Le amministrative spingono le forze politiche nell’inferno degli scontri interni. La guerra di trincea è finita. Renzi, Grillo e Salvini maestri delle mezze verità

Tra gli effetti più devastanti del risultato del ballottaggio di domenica 25 giugno vi è certamente quello di aver fatto saltare il banco dei quattro leader extraparlamentari, Renzi, Berlusconi, Grillo e Salvini. Ciascuno a modo suo, secondo il proprio stile, ha voluto segnare il campo, con posizioni, parole, sfide retoriche, molto sopra le righe, e talvolta intrise di vere e proprie notizie false. L’esempio più clamoroso l’ha offerto Matteo Renzi sostenendo che in fondo il Partito democratico il turno elettorale di giugno 2017 lo ha vinto, portando a casa 67 sindaci contro 59 nei comuni oltre i 15 mila abitanti. In realtà, più che di notizia falsa, è una mezza verità, di quelle che puntano a nasconderla, sotto un velo di propaganda. Intanto per ciò che non disse, Renzi, quando su Facebook pubblicò il grafico con i risultati dei ballottaggi. Ad esempio, la diserzione dal voto soprattutto da parte del popolo della sinistra: 46% di votanti a livello nazionale, ma con punte del 37% a Genova. E poi, non dice quanti sindaci ha perso per strada il Pd, che in partenza poteva perfino godere dei favori dei pronostici. Poi, ecco i numeri impietosi: i due capoluoghi di regione, Genova, L’Aquila, e ben 10 capoluoghi di provincia passano di mano, mentre il centrodestra conferma Catanzaro, Rieti, Frosinone, Verona. Il Pd espugna Padova, ma grazie all’apparentamento con la civica di sinistra, che aveva totalizzato il 22% al primo turno, e Lecce, dopo quasi vent’anni sfibranti di centrodestra consecutivi. E conferma Taranto. Per non parlare della sconfitta, non solo simbolica, di Sesto San Giovanni. E non sfonda a Parma, dove pure Pizzarotti correva da solo con la sua lista civica. Se questa non è una sconfitta devastante, non sappiamo cosa sia. Certo, aver vinto a Jesolo o a Cernusco è un gran bel risultato, ma forse il Pd ambiva a qualcosa di più forte e grande.

Il tentativo di Renzi di celare la verità, fino a far diventare vero ciò che è falso, questa volta è stato boacciato

Il nascondimento renziano della verità sulle elezioni punta a convincere le anime belle e ingenue, ma non risana certo le ferite provocat nei gruppi dirigenti del Pd, e non solo nelle città dove ha perso, a cominciare da Genova. Accanto a questa mezza verità, Renzi ne ha detto un’altra: tutta colpa della coalizione, perché secondo il segretario Pd “i nemici di Berlusconi sono coloro che lo hanno favorito”. Sfugge la logica, la razionalità di questo enunciato, ma è bastato a scatenare l’inferno nel Pd, atteso ad una Direzione nazionale il prossimo 12 luglio. Uno degli uomini più vicini a Matteo Renzi riassume così l’inferno piddino: “Me lo aspettavo per settembre, hanno anticipato i tempi: vogliono uccidere Matteo, politicamente s’intende…”. Loro, i presunti killer, sono i tanti big del partito che oggi hanno preso la parola per affondare i colpi contro il segretario: ha iniziato Walter Veltroni con un’intervista a Repubblica, e fin lì Renzi aveva deciso di fare buon viso a cattivo gioco, ma poi è arrivato il missile di Romano Prodi, che ha minacciato di andarsene lontano dal Pd con la sua metaforica “tenda”. Quindi, è stata la volta di Dario Franceschini, “i numeri dicono che nel Pd qualcosa non funziona”. Ed è stato Andrea Orlando a dire chiaro e tondo qual è il punto: Renzi faccia il segretario Pd, ma non può fare il candidato premier. Un assedio al quale il segretario, per ora, reagisce alla sua maniera: bollando i critici come nostalgici del “passato” e rivendicando i “quasi due milioni di partecipanti alle primarie” che lo hanno rieletto alla guida del Pd neanche due mesi fa. Le parole di Prodi hanno fatto capire che la questione era molto più complicata. Il professore scrive una nota per bombardare Renzi: “Leggo che il segretario del Partito democratico mi invita a spostare un po’ più lontano la tenda. Lo farò senza difficoltà: la mia tenda è molto leggera. Intanto l’ho messa nello zaino”. In realtà, non ci sono frasi di Renzi di questo tipo. L’irritazione è per alcuni retroscena apparsi sui giornali nei quali il segretario Pd critica chi, come Prodi, Pisapia e Orlando, dice che la soluzione dei problemi è innanzitutto nel ritorno ad una coalizione. Ma subito dopo arriva anche il tweet di Franceschini, quello ritenuto più pericoloso dai renziani, perché è la prima volta che il ministro dei Beni culturali esce allo scoperto in questo modo: “Bastano questi numeri per capire che qualcosa non ha funzionato? Il Pd è nato per unire il campo del centrosinistra non per dividerlo”.

Anche tra i grillini, dopo il ballottaggio, si affaccia la tentazione demagogica di celare la verità di una sconfitta

“Dobbiamo essere una squadra e continuare a lavorare in questo modo… Dobbiamo restare uniti, non molliamo di un centimetro…”. Davide Casaleggio come Tony D’Amato. Davide Casaleggio nei panni di motivatore. Il fondatore dell’associazione Rousseau ha incontrato a Montecitorio i parlamentari 5 Stelle – due gruppi, tra questi anche senatori ed europarlamentari – per fare il punto sul programma. E’ stato illustrato lo stato dell’arte, secondo quanto viene riferito, e Casaleggio Jr ha sottolineato il valore di 1 milione e 200mila voti già ottenuti sui vari punti del programma (in realtà, sono sempre gli stessi iscritti che votano più volte). Ma a parte gli aspetti tecnici, ha voluto compattare ancora di più il gruppo pentastellato proiettando su maxi schermo il monologo di Al Pacino di ‘Ogni maledetta domenica’, già citato ieri da Beppe Grillo sul suo blog. L’appello di Casaleggio Jr ai 5 Stelle, infatti, è stato in linea con quello di Grillo: continuare a fare squadra e a non mollare di un centimetro dal momento che l’obiettivo governo viene visto sempre più vicino. Probabilmente, sempre secondo quanto si apprende, Beppe Grillo – che non viene a Roma già da tempo – potrebbe venire nella capitale la prossima settimana. Un’altra occasione per tenere uniti i suoi e invitarli a non cadere in divisioni o errori che potrebbero essere fatali in questa fase. Casaleggio constata, con le vittorie di Guidonia e Ardea alle comunali, l’assenza di un effetto negativo delle vicende giudiziarie di Raggi non ci sia stato. Altri leader grillini hanno esultato in tv, nei talk show, per aver espugnato Carrara o Santeramo in Colle, ma nessuno di loro parla del flop di Genova e soprattutto della vera e propria botta presa a Parma da Pizzarotti, come in una sorta di nemesi. Il confermato sindaco di Parma è l’autentico incubo di Grillo, perché da solo ne ha sconfitto modello politico, verticismo, gerarchie e soprattutto parole d’ordine, che diventano verità indiscusse, se rivelate dal blog del capo. Di Parma, tra i 5Stelle, non si parla, è sceso l’oblio, si è scatenata la rimozione. Ma presto o tardi, i gerarchi dei 5Stelle scopriranno che hanno compiuto un errore capitale. Altra notizia clamorosa della giornata è l’annuncio che i portavoce pentastellati vedranno in sindacati per una convergenza sul loro programma. Hanno semplicemente dimenticato di dire che nel loro programma, il sindacato viene cancellato. Ennesima prova delle contraddizioni del movimento, delle rimozioni continue, dei voltafaccia politici.

Neppure il tempo di stappare uno spumante, e nel centrodestra esplode la guerra sulla leadership

Poche ore dopo l’annuncio dei comuni conquistati alle amministrative, il centrodestra sembrava compatto nel valutare la vittoria del cosiddetto “metodo Toti”, ovvero la confluenza di Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia, in un’unica coalizione, che riuscisse ad essere competitiva a Nord, al Centro e al Sud. Non passano neppure 24 ore, che ecco scoppiare l’inferno. Matteo Salvini non si piega. Il leader della Lega Nord a due giorni dal risultato delle amministrative non dà segni di cedimento sulle sue posizioni e manda un messaggio forte e chiaro a Silvio Berlusconi. Moderati e liberali sono “categorie dello spirito vecchie usate da chi non vuole affrontare temi. Io propongo temi”. Insomma il leader del Carroccio torna alla carica e tenta di nuovo di spostare il baricentro della coalizione non verso il Ppe, caro a Berlusconi, ma verso una fede populista e sovranista. E inoltre si ripresenta come uomo pronto a ricoprire la leadership del centrodestra: “Sono pronto a candidarmi alla presidenza del consiglio”.

Ad Arcore le parole del leghista non piacciono, anzi. Silvio Berlusconi sperava in un cambio di passo o, piuttosto, su una apertura a ridiscutere temi e soprattutto metodi per il futuro della coalizione. Non è un mistero che si vede più costretto politicamente a una alleanza con la Lega, di cui non apprezza soprattutto i toni. L’idea era quella di portare al tavolo Salvini alle condizioni di Forza Italia, quindi la scelta del leader affidata a chi prende più voti della coalizione e soprattutto far convincere il segretario federale a rinunciare all’idea di un maggioritario per farlo convergenza sul sistema tedesco. Su questo punto però si può anche aspettare. Secondo fonti parlamentari il discorso sulla legge elettorale, almeno tra Forza Italia e Partito Democratico, sarà riaperto a settembre. Al momento il fronte Dem è impegnato, spiegano, in un altro “congresso” sulle sue spaccature interne. Salvini però non molla la presa: “I cittadini vogliono chiarezza. Innanzitutto il centrodestra faccia una sua proposta sulla legge elettorale. Ripartiamo dal maggioritario. Il Pd porti la legge in Senato: bastano tre righe e l’approviamo in una settimana”. Il ‘no’ a un maggioritario, che terrebbe sotto scacco della Lega proprio Forza Italia, arriva dallo stesso Renato Brunetta: “l’ho detto in tutte le salse: se si dovesse fare una grande coalizione perché, dopo le elezioni, nessuno ha i numeri per governare, questa deve essere composta da tutto il centrodestra e da tutto il centrosinistra. Nessuno deve tirarsene fuori: del resto, una coalizione Forza Italia-Pd non avrebbe i numeri per governare. Detto questo, si può vincere e governare anche con il tedesco”.

Berlusconi lo ripete ormai da giorni ai suoi “di un listone con la Lega non se ne parla”, perché l’obiettivo è avere la massima autonomia e dettare lui le regole della partita delle Politiche. Non replica infatti a Salvini quando il leader della Lega lo attacca: “Se Berlusconi tace, mi viene il dubbio che strizzi l’occhio a Renzi” e “chi vuole il proporzionale, vuole l’inciucio, e tenere il piede in due scarpe”. Ci pensa però ancora Brunetta a dare bacchettate a Salvini: “Ricordo all’amico Salvini – che evidentemente ha cambiato idea e non c’è nulla di male, basta dirlo – che anche la sua Lega Nord ha votato, in Commissione Affari costituzionali a Montecitorio, per il modello tedesco, una legge a base proporzionale. Adesso apprendo che ‘chi vuole il proporzionale vuole l’inciucio’. Non penso che l’amico Salvini, che ha lavorato con noi, Pd e M5S ad un modello proporzionale, voglia l’inciucio con Renzi o con il Pd…”.

Per parafrasare un celebre passo del biblico Qohelet, “nihil sub sole novi” nel quadro politico italiano. Ma forse qualcosa sta muovendosi: la guerra di trincea pare finita.

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