Da Portella della Ginestra una lezione di storia, ad un Paese che rischia di perdere la memoria. Il lavoro ieri, il lavoro oggi. L’omaggio alle vittime della strage voluta dagli agrari. Diecimila in corteo, Bella ciao, le bandiere di Cgil, Cisl, Uil. Risuona la parola pace

Da Portella della Ginestra una lezione di storia, ad un Paese che rischia di perdere la memoria. Il lavoro ieri, il lavoro oggi. L’omaggio alle vittime della strage voluta dagli agrari. Diecimila in corteo, Bella ciao, le bandiere di Cgil, Cisl, Uil. Risuona la parola pace

Una lezione di storia. Dal vivo, da Portella della Ginestra, settanta anni fa, l’eccidio di Piana degli Albanesi, la banda di Salvatore Giuliano sparò sui contadini, i lavoratori della terra, le loro famiglie. Cgil, Cisl e Uil  vanno controcorrente. Contro i tanti maestrini, troppi economisti da strapazzo,  giornalisti che assecondano tutte le mode pur di far contento l’editore e sfogano la loro impotenza, il loro servilismo, dando a tutti lezioni di “nuovismo”, contro chi, ormai ridotto ad uno scodinzola coda che non trova di meglio che sdraiarsi su una “amaca” e fare ironia nei confronti di migliaia di lavoratori, quelli di Alitalia che rischiano il licenziamento in massa, le tre grandi Confederazioni, quelle che Grillo vorrebbe eliminare dalla scena politica e sociale del nostro paese, addirittura tornano alle origini. Non per chiudersi in un passato, in un ricordo del tempo che fu, ma perché tornare alle radici significa  ripercorrere la propria storia guardando all’oggi. La memoria, i valori del passato, che rivivono  nelle lotte   di oggi, “il lavoro, la nostra radice, il nostro futuro”, dicono Cgil, Cisl, Uil. Ricordare quel Primo di maggio del 1947 quando si tornava a festeggiare , la festa dei lavoratori, è  un omaggio doveroso alle vittime di quella strage, undici morti, otto adulti, tre bambini, ventisette feriti di cui alcuni morirono in seguito alle ferite riportate.

I  contadini  occupavano le terre incolte, in  lotta contro il latifondismo. Le mitragliate del bandito Giuliano

Il ricordo che rischia di perdersi nella notte dei tempi diventa simbolo per le tre Confederazioni. Quei duemila lavoratori, per la maggior parte contadini, si erano riuniti a Portella, nella vallata delimitata  dai monti Kumeta e Maja e Pelavet, per manifestare contro il latifondismo occupando le terre incolte e per festeggiare la vittoria del Blocco del Popolo, sarà bene ricordarlo, nelle elezioni per l’Assemblea regionale siciliana svoltesi il 20 aprile di quell’anno e nelle quali la coalizione Psi-Pci aveva conquistato 29 rappresentanti su 90 (con il 29% circa dei voti) contro i soli 21 della Dc (crollata al 20% circa). Improvvisamente dal monte Pelavet partirono sulla folla in festa numerose raffiche di mitra per circa un quarto d’ora. Una strage voluta dal latifondo, dalla mafia, un eccidio – dirà Susanna Camusso, segretario generale della Cgil,  nel comizio di chiusura della manifestazione –  rimasto senza giustizia. Da quella strage, ecco l’attualità di questo Primo di Maggio, che voleva fermare la redistribuzione delle terre, ripartono le radici del sindacalismo italiano, non da “una sconfitta ma dalle battaglie e  dai sacrifici di quegli uomini e di quelle donne, dalle radici appunto, che parlano anche al presente e al futuro del mondo del lavoro italiano.

Camusso. Ieri contro il latifondismo oggi per tassare le grandi ricchezze

Una lotta, ieri per l’occupazione delle terre. Oggi, come dirà Susanna   Camusso, “basta piangere sulle risorse che non ci sono: si possono tassare le grandi ricchezze. E quando si dice no alla patrimoniale si piangono solo lacrime di coccodrillo”. Sollecita“un intervento fiscale sui grandi patrimoni per lanciare un piano straordinario per l’occupazione giovanile”. “Le risorse ci sarebbero – afferma – se la lotta alla corruzione e all’evasione fiscale fossero davvero una priorità politica. E basta anche con le risorse sparpagliate nei rivoli del consenso delle varie amministrazioni. Queste sono le risorse che servono”. E Rosy Bindi, presidente della Commissione antimafia ricorda che“archiviata dalla storia come ‘prima strage di Stato’, in verità è stato solo l’inizio di una lunga serie di massacri che hanno segnato le vicende dell’Italia repubblicana. Ed è anche la prima verità mancata”, prosegue la presidente della commissione parlamentare antimafia che ricorda i suoi quasi quattro anni a Palazzo San Macuto e le oscurità intorno a Portella rintracciando un filo rosso che da quel ’47 porta fino a Capaci e a via D’Amelio e – ancora – alle bombe di Firenze e Roma e Milano del ’93.

Rosy Bindi. Da quel 1947 la mafia non ha mai smesso di stare dentro alle cose dell’Italia

“Oggi – partecipando alla manifestazione a Portella della Ginestra – più che mai serve un sereno giudizio politico, la verità su quegli avvenimenti non può essere più solo giudiziaria, va ricostruita una verità politica da ricercare in sede istituzionale. E questo vale per le stragi del ’92 e del ’93 come per Portella. Da quel ’47 la mafia non ha mai smesso di stare dentro alle cose dell’Italia. È sempre stata presente quando si voleva interrompere una fase di cambiamento, una voglia di democrazia: da allora ha sempre frenato la crescita del Paese”. Ieri, come se fosse oggi, l’attualità di questa giornata. Che i media non racconteranno, che qualcuno degli innovatori, dei rottamatori con la puzza sotto il naso chiamerà “nostalgia del passato”, ebbene sì. Di questo passato di lotte di popolo abbiamo nostalgia. Nostalgia delle bandiere, insieme, dei tre sindacati, del canto di “Bella ciao”, delle persone che si affacciavano alla finestre del paese, della presenza di tante associazioni, dell’Anpi in primo luogo, dei giovani, diecimila persone a Portella della Ginestra al corteo dei sindacati sono tantissime, sono popolo. La deposizione di una corona di alloro sul Sasso di Barbato che commemora la strage. Ieri e oggi, appunto. Gli interventi dei delegati e dei leader sindacali, Camusso,  Furlan, Barbagallo sottolinea la cronaca di Rassegna sindacale, hanno commemorato le vittime del 1947 ma “legandole con forza alle battaglie di oggi, alla centralità del lavoro, alla richiesta di riforme che mettano al centro l’occupazione dei giovani, il rilancio del Mezzogiorno, la riforma fiscale e la redistribuzione, il rinnovo dei contratti nel pubblico impiego, la lotta al neoliberismo e all’austerità, e il rilancio di una nuova Europa dei popoli e non dei populismi”. E insieme, nel corteo, è risuonata la parola “pace”. Ci voleva il Primo Maggio, ci volevano i sindacati perché questa parola tornasse ad essere lotta di popolo.

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