Banca d’Italia. Visco al governo: gli squilibri vanno corretti tempestivamente. Subito interventi sul debito pubblico. La centralità del lavoro, ma nelle banche si licenzia. Messaggio alle forze politiche: consenso da ricercare con programmi chiari

Banca d’Italia. Visco al governo: gli squilibri vanno corretti tempestivamente. Subito interventi sul debito pubblico. La centralità del lavoro, ma nelle banche si licenzia. Messaggio alle forze politiche: consenso da ricercare con programmi chiari

C’è una frase che Ignazio Visco, governatore di Banca d’Italia, ha buttato là  nel bel mezzo delle tradizionali “Considerazioni finali” di fronte ad un pubblico “eccellente”, in primo piano Mario Draghi, seduto fra Rosy Bindi e Mario Monti, contornato da ministri, parlamentari, banchieri, personaggi del mondo finanziario, una frase che dà il senso alla relazione. Dice Visco: “La principale lezione della crisi è che gli squilibri vanno corretti tempestivamente altrimenti prima o poi si pagano”. Non solo. Il governatore in apertura ha ricordato il Presidente emerito della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, scomparso il 16 settembre scorso. Ciampi, entrato in Banca d’Italia nel 1946, ne fu Governatore dal 1979 al 1993. “Negli anni del suo governatorato – ha ricordato Visco – si realizzò pienamente l’indipendenza della banca centrale e si posero le condizioni per il rientro dall’alta inflazione”. Un ricordo che guarda al presente. Visco è in scadenza di mandato, per queste “considerazioni”, in particolare c’era molta attesa negli ambienti governativi, alla luce della situazione politica ed economica del Paese. Leggi elezioni, manovra in discussione alla Camera, rischio di esercizio provvisorio in mancanza della legge di stabilità. Visco ha rivendicato l’autonomia di Bankitalia ed ha difeso il suo operato, non è stato molto convincente a nostro parere nel merito della vigilanza sul sistema bancario, leggi crisi delle quattro banche, Etruria, quelle venete, Monte Paschi. Il Governatore ovviamente non si sbilancia ma invia al governo in particolare messaggi cifrati e non

L’Italia viene dagli anni peggiori della sua storia. No a politiche di corto raggio

Non si pronuncia sulle elezioni anticipate o no. Ma lancia un messaggio, un monito a chi governa: “Il consenso va ricercato con la definizione e la comunicazione di programmi chiari, ambiziosi, saldamente fondati sulla realtà”. Perché l’Italia viene “dagli anni peggiori della sua storia in tempo di pace”, le conseguenze della doppia recessione sono state “più gravi di quelle della crisi degli anni ’30. Le eredità più pesanti sono il debito pubblico e i crediti deteriorati delle banche. Ma il Paese ce la può fare, si può riprendere, può tornare a crescere con energia, purché chi governa abbia a cuore i benefici per i cittadini”.

Ma, ammonisce, “no a politiche  di corto raggio. Al di là dell’incertezza del momento servono interventi nell’interesse generale che liberino l’economia da inutili vincoli, rendite di posizione, antichi e nuovi  ritardi”. E subito dopo lancia l’allarme, fa parlare i numeri, quelli che il governo continua a ignorare, o meglio finge di ignorare: “Agli attuali ritmi di crescita il Pil tornerebbe  ai livelli del 2007 nella prima metà del prossimo decennio”. Ricorda che l’economia mondiale cresce a tassi superiori al 3%, “sostenuta da politiche espansive”. “Nell’area euro – prosegue – la crescita si va consolidando, sospinta dai consumi e dagli investimenti in beni strumentali.

Nell’area euro l’aumento del Pil al 2%, il doppio che nel nostro paese

L ’aumento del prodotto interno lordo dovrebbe essere prossimo, quest’anno, al 2%, circa il doppio che nel nostro paese”. Una frase che gela le personalità del governo presenti a Palazzo Koch. Le cause che ci portano ad essere il fanalino di coda fra i Paesi dell’eurozona? Debito pubblico e crediti deteriorati: questi gli ostacoli principali alla ripresa dell’Italia. A Renzi Matteo e al ministro Padoan queste parole  non devono essere piaciute molto, impegnati come sono a sostenere che tutto va bene, la crisi è superata, i mille giorni dell’ex premier hanno sistemato i conti. Anche perché Visco ha tenuto a sottolineare che l’obiettivo della stabilità non è stato ancora raggiunto, frenato dalla disoccupazione. Il governatore parla di “crescita” in questi ultimi anni, ma ne rileva la debolezza. Per quanto riguarda il Mezzogiorno parla di “ritardo che rimane ampio, lo sviluppo dell’economia italiana dipende in modo decisivo dalla rimozione degli ostacoli che frenano il Mezzogiorno”.

Nel mercato del lavoro l’eredità più dolorosa della crisi

Ancora dati significativi. “Dal 2008 l’incremento del rapporto tra debito e Pil è stato essenzialmente determinato dalla dinamica sfavorevole di quest’ultimo. Con un tasso di crescita dell’1% e inflazione al 2%, saldo primario a 4% ricondurrebbe rapporto debito/#PIL al di sotto del 100% in 10 anni”. Poi Visco affronta il problema del lavoro. Fa presente che “è nel mercato del lavoro che vediamo l’eredità più dolorosa della crisi”. Dice che “la questione del lavoro è centrale. Riguarda l’integrazione sociale e la stessa identità personale”. E le riforme tanto vantate dal segretario del Pd “Primi passi – sostiene Visco – su un sentiero ancora lungo”, che è indispensabile percorrere con continuità e coerenza, controllando lo stato di attuazione degli interventi effettuati”. Parla di “capitale umano cui deve rivolgersi la politica economica”.

Camusso: “La questione del lavoro centrale per il cambiamento”

“La questione del lavoro – commenta a caldo Susanna Camusso – è centrale per il cambiamento del Paese e siamo contenti che il Governatore lo abbia sottolineato nel suo intervento”. “Siamo anche contenti – prosegue il segretario generale della Cgil – che abbia definito che il tema è la qualità e la quantità del lavoro e non semplicemente i provvedimenti che vengono presi nella logica dei ‘lavoretti”. Ma di  questo “capitale umano”, del valore del lavoro, Visco pare dimenticarsi quando parlando a braccio fa infuriare i sindacati. Pur non pronunciando mai la parola “licenziamento”, fa capire che  si dovrà andare a nuovi “sfoltimenti”. Vedremo a conclusione del nostro articolo le reazioni dei sindacati dei bancari. Richiama poi l’azione di vigilanza svolta da Bankitalia, molto discussa alla luce delle crisi che hanno colpito alcune banche a partire da Banca Etruria. Alla fine dello scorso anno i crediti deteriorati delle banche italiane, iscritti nei bilanci al netto delle rettifiche di valore, erano pari a 173 miliardi, il 9,4 per cento dei prestiti complessivi. Respinge le critiche che sono venute da molte parti  riguardanti  la vigilanza.

L’alto livello del debito elemento di vulnerabilità e di freno per l’economia

A questo punto del suo intervento la frase con cui abbiamo iniziato il nostro articolo “la principale lezione della crisi è che gli squilibri vanno corretti tempestivamente altrimenti prima o poi si pagano”. E si torna così al debito pubblico. Non più rinviabile l’intervento perché – afferma il Governatore – l’alto livello del debito “costituisce un elemento di vulnerabilità e di freno per l’economia. Accresce i costi di finanziamento degli investimenti produttivi del settore privato; induce un più ampio ricorso a forme di tassazione distorsiva, con effetti negativi sulla capacità di produrre reddito, risparmiare e investire; alimenta l’incertezza e anche per questa via scoraggia gli investimenti; riduce i margini disponibili per politiche di stabilizzazione macroeconomica. Il debito elevato espone inoltre il Paese alla sfiducia dei mercati e a fenomeni di contagio. Lo ha dimostrato, nel pieno della crisi, l’aumento eccezionale e repentino del differenziale di rendimento tra i titoli pubblici italiani e tedeschi; ce lo rammenta l’incremento osservato negli ultimi otto mesi. Ogni anno lo Stato italiano si rivolge ai mercati per collocare titoli per circa 400 miliardi. L’avvio di una diminuzione continua e tangibile dell’incidenza del debito sul PIL non deve essere ritardato. Non vanno ripetuti gli errori del passato: l’insufficiente riduzione del rapporto tra debito e prodotto realizzata nelle fasi economiche favorevoli ci ha costretto a correzioni pro-cicliche durante la crisi”.

Deve tornare a crescere la spesa per investimenti pubblici, in calo dal 2010

Verrebbe da dire una lezione di economia a tutto campo. Prosegue Visco: “Deve tornare a crescere la spesa per gli investimenti pubblici: in calo dal 2010, la sua incidenza sul prodotto era appena superiore al 2 per cento nel 2016, circa un punto in meno che negli anni precedenti la crisi e tra i valori più bassi nell’area dell’euro. Un aumento delle risorse dedicate alla ristrutturazione del patrimonio immobiliare esistente, non solo pubblico, e alla prevenzione dei rischi idrogeologici, oltre che al contenimento delle conseguenze di quelli sismici, avrebbe effetti importanti sull’occupazione e sull’attività economica, in misura più accentuata nel Centro Sud. Non è un compito che lo Stato può svolgere da solo, va coinvolto anche il settore privato”. Parla poi della scuola. “Sia i livelli di istruzione formale sia le competenze di lettura e comprensione, logiche e analitiche, sono in Italia distanti da quelli degli altri paesi avanzati, anche tra i giovani. Vi sono carenze diffuse nel sistema scolastico e di istruzione superiore”.

Messa da parte la relazione scritta il Governatore parla a braccio

Interrompe per un attimo il suo intervento, mette da parte la relazione scritta, comincia a parlare a braccio. La sua sarà una difesa a tutto campo del lavoro svolto da Bankitalia che in questi anni “è stata criticata, a volte anche con toni piuttosto aspri, spesso con imprecisioni anche gravi. È stata accusata di non aver capito quello che stava accadendo in alcune banche, dall’Etruria a quelle venete. O di essere intervenuta troppo tardi. Non sta a me giudicare. Di quello e di come lo si è fatto – afferma – abbiamo scritto e parlato e vi sarà occasione ancora per spiegare e chiarire. Posso solo assicurare che l’impegno del personale della Banca d’Italia e del Direttorio è stato sempre massimo”. Una difesa che viene variamente interpretata: un addio per fine mandato oppure un rilancio della  sua azione. Comunque sia si leva dei sassolini dalle scarpe. Dice che “le macerie della crisi sono ancora tangibili, con un Pil che ritornerà ai livelli pre-crisi solo nel 2025”. E la disoccupazione, che è ‘l’eredità più dolorosa della crisi’, va contrastata con più vigore perché la questione del lavoro è “centrale” per lo sviluppo del Paese. E l’uscita dall’Euro? È uno scenario che non è nemmeno lontanamente ipotizzabile perché, sottolinea Visco, “determinerebbe gravi rischi di instabilità”. Sempre parlando a braccio Visco parla di innovazioni tecnologiche, di “innovazione nella produzione di beni e servizi è in grado di assicurare allo stesso tempo aumento dei redditi e più elevata occupazione in quantità e qualità”.

Accenni alla necessità di ridurre i costi delle banche,  sulla  quantità degli organici

Accenna alla necessità di agire sulla “quantità” degli organici delle banche, in linea con Renzi Matteo che parla spesso della necessità di avere meno bancari. I sindacati rispondono subito. L’anno scorso il numero degli sportelli bancari è sceso a circa 30 mila, con una riduzione rispetto al 2008 dell’11%. Visco parla di “azioni ancora più determinate e tempestive di contenimento dei costi”. Cosa succederà ora? Il 20 giugno tra l’Abi e i sindacati del settore è previsto un incontro ma  i sindacati hanno voluto mettere subito un punto fermo.

Megale (Fisac Cgil). Visco rilegga meglio le vicende sindacali. 50 mila esuberi usciti dal settore

La Fisac-Cgil, con il segretario generale Agostino Megale, all’Huffpost afferma: “Consigliamo a Visco di rileggere meglio le vicende sindacali degli ultimi otto anni nel settore bancario perché lì c’è la dimostrazione di come abbiamo gestito in modo condiviso tra le parti sociali circa 50mila esuberi che sono usciti dal settore: l’abbiamo fatto senza ricorre a un licenziamento, usando il criterio della volontarietà e del fondo di settore e anche inventandoci il fondo occupazione giovani che ha permesso l’entrata di 12mila giovani anche negli anni della crisi”.

Sileoni (Fabi): “Stufo delle chiacchiere”. Romani (Fist Cisl): Solita tiritera

 Il segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni si dichiara pronto alle “barricate, stufo delle chiacchiere del governatore di Bankitalia” e chiede una punizione per quei banchieri “che hanno distrutto sei banche italiane e portato sul lastrico i risparmiatori”. Il segretario generale della First Cisl, Giulio Romani, parla della solita tiritera che si sente da un po’ di anni. Non si può procedere con l’idea dei licenziamenti: quello che a suo avviso si potrebbe fare è invece una “riconversione professionale seria” che punti non alla riduzione degli organici, “già ridotti all’osso”, ma alla nascita di centri di consulenza per le imprese e le famiglie dedicati ad attività che oggi non fanno le banche. “In Francia, ad esempio, nel settore immobiliare la stessa banca guida le operazioni dall’acquisto del terreno fino alla gestione dell’attività condominiale: noi facciamo il mutuo se qualcuno viene dentro a chiedercelo e poi basta”, sottolinea.

Share