A Pasqua una marcia radicale per il diritto e l’amnistia. I dati della quotidiana clandestina prescrizione

A Pasqua una marcia radicale per il diritto e l’amnistia. I dati della quotidiana clandestina prescrizione

Cos’hanno in comune personaggi come don Luigi Ciotti, fondatore e anima del “Gruppo Abele” e dell’associazione “Libera”; Giuliano Ferrara, fondatore (e tuttora nume tutelare) del “Foglio”; un cantautore come Ascanio Celestini… Personaggi tra loro diversi, per cultura, percorsi culturali e orientamenti politici…Eppure trovano un comune denominatore in una iniziativa promossa dal Partito Radicale Nonviolento Transnazionale Transpartito: la quinta marcia di Pasqua per l’amnistia, la giustizia e il diritto: domenica 16, partenza la mattina dal carcere romano di Regina Coeli, per poi sfociare e confondersi con il popolo dei “credenti” che affollerà piazza San Pietro, in attesa del messaggio di papa Francesco.

Con Ciotti, Ferrara e Celestini raccolgono l’appello del Partito Radicale decine di associazioni e personalità: da “Ristretti Orizzonti” a “Nessuno tocchi Caino”; dall’Unione delle Camere Penali, all’Associazione Errori giudiziari; decine di garanti regionali e comunali per i diritti dei detenuti, parlamentari di centro-sinistra e centro-destra, sindaci, amministratori locali. Tutti “associati” nel testo inviato da don Ciotti, e che idealmente “apre” la marcia: “È importante tenere alta l’attenzione – e in questo voi siete da sempre un punto di riferimento – su problemi come quelli del carcere e più in generale della giustizia. Problemi che, se trascurati o strumentalizzati, possono distruggere la base stessa di una convivenza basata sui diritti e sulla dignità, nella quale ci riconosciamo diversi come persone e uguali come cittadini. Come è importante farlo con il metodo e lo  “stile” che vi contraddistinguono: partendo dalla vita e dalla storia delle persone, dai loro bisogni e dalle loro speranze, in quella relazione stretta che è premessa di una giustizia più giusta e di una democrazia più vera. Grazie ancora il vostro impegno, continuiamo a camminare insieme”.

Perché questa iniziativa? Per ribadire, dicono gli organizzatori, la necessità di un’amnistia che faccia uscire “le istituzioni italiane escano dalla condizione criminale in cui si trovano rispetto alla nostra Costituzione, alla giurisdizione europea, ai diritti umani universalmente riconosciuti e alla coscienza civile del Paese”. In carcere, aggiungono, nel 2016 si sono uccise quaranta persone; dall’inizio dell’anno sono più di quindici. Al 31 gennaio 2017, in base ai dati ufficiali forniti dal ministero della giustizia, i 191 istituti di pena “ospitavano  55.381 detenuti contro una capienza ottimale di 50.174. “Sono numeri” fanno sapere i radicali “che testimoniano il perdurare di uno stato di sovraffollamento delle strutture che noi riteniamo essere persino più grave, poiché i dati delle capienze regolamentari non tengono conto delle numerose celle chiuse, inagibili o in fase di ristrutturazione che si trovano pressoché in ogni struttura”.

Una mobilitazione, dicono Rita Bernardini e Irene Testa, le principali animatrici dell’iniziativa, «per ribadire la necessità di un’amnistia perché le nostre istituzioni fuoriescano dalla condizione criminale in cui si trovano rispetto alla nostra Costituzione, alla giurisdizione europea, ai diritti umani universalmente riconosciuti e alla coscienza civile del Paese». Perché in Vaticano? «Perché da papa Francesco ci attendiamo, come in passato, un segnale di sollecitazione rivolto alla classe politica italiana, che tanto dice, poco fa». Con la Marcia si vuole anche «ricordare che al 30 giugno del 2016 i processi pendenti erano 3.800.000 nella giustizia civile e 3.230.000 in quella penale, per un totale di 7.030.000 processi che affollano le scrivanie dei magistrati, ai quali vanno aggiunti circa un milione di procedimenti nei confronti di ignoti». Inoltre, sono circa 20.000 i detenuti che devono scontare in carcere meno di tre anni. Bernardini ricorda poi le parole di Marco Pannella: «La nostra richiesta di amnistia non è quel ‘gesto di clemenza’ che chiede il Papa. Noi vogliamo un’amnistia ‘legalitaria’, che ripristini le condizioni di legalità costituzionale nei tribunali e nelle carceri, contrapposta a un’altra amnistia: quella strisciante, clandestina, di massa e di classe che si chiama ‘prescrizione’».

In concreto? «Vogliamo un’amnistia», spiega Testa, «che sia propedeutica a una grande riforma della giustizia penale. Quello che si chiede è una riforma della giustizia civile, la cui paralisi penalizza i privati e le imprese, scoraggia gli investimenti esteri e comporta costi enormi per l’economia nazionale. Chiediamo una Grande Amnistia per la Giustizia, per la Costituzione, per la Repubblica. L’amnistia di classe, arbitrio nelle mani della magistratura, anche nell’anno 2016 ha cancellato 132 mila processi». Aggiungono, Bernardini e Testa, che ogni giorno, con la prescrizione, si consuma una vera amnistia, ‘sommersa’ e indiscriminata, grazie alla quale negli ultimi dieci anni,  oltre un milione e mezzo di processi sono andati al macero: «Quelli dei potenti e di chi si può permettere la migliore difesa, condannando al carcere i più poveri e indifesi, riempiendo le celle di reati bagatellari». Non solo. Sono circa mille ogni anno i casi di ingiusta detenzione ed errori giudiziari riconosciuti in seguito a sentenza di revisione. Nel solo 2016 la cifra spesa dallo Stato per risarcimento delle ingiuste detenzioni ammonta a 42 milioni di euro.

Per quanto riguarda le carceri le cose non vanno meglio: al 31 gennaio 2017, dai dati forniti dal Ministero della giustizia, nei 191 istituti di pena della Penisola risultavano presenti oltre 55.381 detenuti, rispetto a una capienza ottimale di 50.174. Sono numeri che testimoniano il perdurare di uno stato di sovraffollamento delle strutture che noi riteniamo essere persino più grave, poiché i dati delle “capienze regolamentari” non tengono conto delle numerose celle chiuse, inagibili o in fase di ristrutturazione che si trovano pressoché in ogni struttura. Si aggiungano gli annosi problemi che affliggono la maggior parte della popolazione detenuta: celle fatiscenti e insalubrità delle strutture, malfunzionamento dell’assistenza sanitaria, carenza cronica di attività trattamentali (lavoro, studio, sport), difficoltà per i detenuti fino all’impossibilità di mantenere rapporti affettivi con i propri familiari, mancate risposte alle istanze presentate ai magistrati di sorveglianza i quali risultano pochi in pianta organica rispetto ai compiti che ogni singolo magistrato deve svolgere (solo 204 in tutta Italia e ne mancano 14), inoltre risultano essere mal distribuiti, difficile accesso alle pene alternative, mentre per i detenuti stranieri continua a rimanere un miraggio poter incontrare e ricevere l’assistenza di un mediatore culturale. Il 78 per cento dei ristretti è affetto almeno da una condizione patologica, di cui almeno per il 40 per cento da una patologia psichiatrica. Ecco, queste sono le ragioni alla base della Marcia radicale per l’amnistia. Le condividiate o meno, almeno ora le conoscete per come i loro promotori le manifestano e cercano di comunicarle.

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