Folli su Repubblica lancia il “rischio Weimar” per la democrazia italiana. Gentiloni rilancia invece con la propaganda e la subalternità a decisioni assunte a Berlino. L’effetto di 4 anni di renzismo

Folli su Repubblica lancia il “rischio Weimar” per la democrazia italiana. Gentiloni rilancia invece con la propaganda e la subalternità a decisioni assunte a Berlino. L’effetto di 4 anni di renzismo

È passato quasi sottotraccia il duro editoriale che Stefano Folli ha dedicato sulle pagine di Repubblica a una sorta di rischio Weimar che il sistema politico italiano, ormai collassato, potrebbe attraversare per l’inconcludenza dei partiti. Folli sostiene che questo rischio deriverebbe dalla continua dilatazione dei tempi con cui la maggioranza decide sui nodi politici più rilevanti e determinanti. In particolare, il pericolo potrebbe venire proprio da quella legge elettorale che dovrebbe sostituire l’Italicum – giudicata la “più bella del mondo” da Renzi ma abbattuta da rigorosa sentenza della Consulta – che la maggioranza, e soprattutto il Pd, aveva promesso di riformare in pochi giorni, e che invece si rivela uno scoglio molto difficile da aggirare. La discussione parlamentare avrebbe dovuto avere inizio lo scorso 27 febbraio, poi la data è stata rinviata al 27 marzo prossimo, e nessuno conosce il destino delle 18 proposte di riforme elettorali conservate nei cassetti della Commissione Costituzionale della Camera. È a questo punto che Folli sfodera un attacco violento: “le Camere sembrano non avere l’energia e forse nemmeno la volontà di affrontare per affrontare la questione in tempo utile”. È da questa inconcludenza allora che potrebbe derivare il rischio Weimar, che nella crisi della Germania della fine degli anni Venti condusse nel 1933 al Terzo Reich hitleriano, ovvero, come direbbe la filosofa Hannah Arendt, alla costruzione del totalitarismo nel cuore dell’Europa. “Non è azzardato il paragone con il declino italiano di oggi”, scrive Folli aggiungendo che potremmo giungere al “suicidio della democrazia”. Folli, infine, si appella alla saggezza del capo dello Stato, Mattarella, affinché questo rischio venga evitato, prima che sia troppo tardi.

Come risponde il sistema politico a questa provocazione, che sembra mettere in discussione la reale capacità del Partito democratico e del suo ex leader Renzi di dare finalmente una sterzata in senso democratico alla crisi? Con la propaganda, purtroppo. Il premier Gentiloni ne ha fatto ampio uso ieri intervistato su RaiUno da Pippo Baudo ed ha proseguito oggi in un’occasione solenne, incontrando i leader di Germania, Francia e Spagna, Merkel, Hollande e Rajoi. Ieri Gentiloni, affatto colpito dalla inconcludenza del sistema politico dinanzi alla crisi democratica, ha voluto lanciare una sorta di segnale di sopravvivenza, promettendo un altro taglio delle tasse. Matteo Renzi, 24 ore dopo, ha plaudito a questa “pubblicità progresso” (parole di Renzi) “all’azione di governo”. Durissimo invece il commento di Enrico Rossi, uno dei leader del Movimento dei Democratici e Progressisti: “Attenzione, se si pensa ancora di detassare e di tagliare la spesa la spesa, poi si producono effetti recessivi, non si crea lavoro”. Rossi ha aggiunto: “Mi pare interessante come d’altronde una parte dello stesso governo discute, almeno dalla lettura dei giornali, perché siamo qui a commentare indicazioni, suggestioni, l’idea di una detassazione finalizzata all’assunzione dei giovani. Questo potrebbe avere costi sostenibili e al tempo stesso essere mirata al punto più critico della nostra disoccupazione”. Il punto vero, dunque, non è la politica economica centrata sui bonus, ma sugli investimenti che creano occupazione stabile, come spesso ripete anche la Cgil, fin dal 2013, quando presentò il Piano del lavoro.

Insomma, in questa enorme temperie democratica dell’Italia, il premier Gentiloni si è presentato dinanzi ai suoi tre interlocutori di Germania, Francia e Spagna, a Versailles, con una serie di ulteriori spot, questa volta sul destino dell’Europa. “Siamo per una Unione Europea che possa consentire più livelli di integrazione”, ha detto Gentiloni, uniformandosi a quella che è ormai una decisione franco-tedesca. “È  giusto e normale”, ha proseguito il nostro premier ed ex ministro degli Esteri, “mantenendo un progetto comune che avrà le sue basi nella dichiarazione di Roma”, che si scriverà proprio nel mese di marzo. Ben più poderoso l’intervento di Francois Holland, che ha puntato al nodo dell’Europa di questi tempi, la mancanza di occupazione: “Vogliamo essere una Unione europea della prosperità. Non deve essere solo una promessa ma una realtà. Ci vogliono posti di lavoro, e deve essere più di una promessa per i cittadini. Dobbiamo far prevalere i vantaggi dell’economia di mercato. L’Ue deve essere un protagonista solido di questa globalizzazione. Per questo serve un’Ue a più velocità, fatta di cooperazioni differenziate. Queste cooperazioni differenziate devono restare aperte a chi resta indietro, ma dobbiamo poter andare avanti”. Infine, ecco le parole di Angela Merkel, colei che detta ormai l’agenda politica ed economica dell’Europa, con la proposta dell’Europa non solo a più velocità ma a doppia cooperazione:  “Se ci fermiamo, tutto quello che abbiamo costruito potrebbe crollare. Secondo Merkel “abbiamo tutti l’obbligo di continuare la costruzione europea” ricordando che l’Ue “non è astratta ma è costituita da cittadini per cui ha sempre due medaglie: il benessere nazionale e quello europeo”. Il cancelliere tedesco ha sottolineato, come Hollande poco prima, che “dobbiamo avere il coraggio di accettare che alcuni dei 27 Paesi possano andare avanti più rapidamente di altri e che ci siano cooperazioni differenziate. Dobbiamo andare avanti, serve un’Ue più coerente e più forte” e che sia “protagonista solida di fronte ad altri protagonisti della globalizzazione”.

Proviamo a mettere insieme le due cose, il rischio Weimar paventato da Folli per effetto della crisi della democrazia italiana e l’imposizione dell’Europa a diverse velocità e a cooperazione differenziata. Cosa potrebbe scaturirne? Intanto, l’implosione del nostro sistema politico e democratico, e in secondo luogo, una sorta di subalternità a decisioni assunte a Berlino. Bel risultato, dopo 4 anni di renzismo.

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