Renzi impone la data del referendum al 4 dicembre. Le opposizioni vanno all’attacco. Intanto, slitta a domani il Cdm sul DEF. Previsti tagli a sanità, servizi e pensioni

Renzi impone la data del referendum al 4 dicembre. Le opposizioni vanno all’attacco. Intanto, slitta a domani il Cdm sul DEF. Previsti tagli a sanità, servizi e pensioni

Un Consiglio dei ministri iperveloce ha confermato la proposta del premier Matteo Renzi di svolgere la consultazione referendaria sulla riforma costituzionale il prossimo 4 dicembre. La decisione è giunta ben 5 mesi e mezzo dopo la data di pubblicazione della riforma Boschi sulla Gazzetta ufficiale. E non è per caso che sia stata scelta la data decembrina. Probabilmente è la prima volta nella storia d’Italia che si vota a dicembre. Ma il nostro premier ci sta abituando a una serie continua di rotture nella tradizione elettorale, come ad esempio fu per la scelta di tenere il referendum sulle trivelle il 18 aprile, nella previsione, scontatissima, che l’affluenza sarebbe stata inferiore al necessario quorum. E soprattutto allo scopo di mettere i bastoni tra le ruote ai sostenitori del referendum, la cui campagna elettorale si giocava sul porta a porta e sull’incontro diretto con gli elettori.

Le difficoltà del voto a dicembre per chi non ha poteri sui media, né risorse pubbliche, come il Pd

Così sarà anche questa volta: sarà una campagna elettorale che non potrà giocarsi nelle piazze e per le strade in tante parti d’Italia, ma al chiuso degli auditorium, dei cinema, e dei teatri. E soprattutto in televisione. Costerà parecchio. Lo svantaggio per i sostenitori del No a livello territoriale e per gli organizzatori dei vari Comitati del No è indiscutibile. I comitati renziani per il sì possono già trarre beneficio da un cospicuo finanziamento pubblico, determinato sia dalla quota prevista per aver raccolto le 500mila firme, sia dalla mobilitazione del Partito democratico. È del tutto evidente, dunque, pretendere dall’Autorità di garanzia sulle comunicazioni la massima attenzione e il massimo rispetto sulla e della par condicio televisiva, soprattutto per quanto riguarda la Rai. Perché, ad esempio, Matteo Renzi riveste due funzioni, quella di premier e quella di segretario del partito, e di certo la sua presenza televisiva sarà sempre più massiccia a mano a mano che la data del 4 dicembre si avvicinerà. È già accaduto, e accadrà sempre più spesso, che nei Tg le finestre informative in cui lui e i suoi ministri fanno propaganda siano almeno due: una istituzionale e l’altra di partito. Potremmo ritrovarci a seguire una conferenza stampa da premier nella quale non si contiene e lega i fatti istituzionali al referendum, e un attimo dopo le sue dichiarazioni da segretario del Pd di mera propaganda. Tutto ciò accadrà quando gli italiani assumeranno gran parte delle informazioni sul referendum proprio nei Tg, visti gli ascolti in calo costante dei talk show e delle tribune referendarie, nelle quali, siamo certi, verranno confinati i Comitati del no.

La reazione indignata di Sinistra Italiana, in una nota dei capigruppo Scotto e De Petris

Le reazioni sdegnate sulla scelta del 4 dicembre non si sono fatte attendere, da parte delle opposizioni, che lamentano con forza soprattutto l’assenza di consultazione. I due capigruppo di Sinistra italiana, Arturo Scotto e Loredana De Petris così giudicano la scelta: “Nonostante gli impegni presi, Renzi ha deciso da solo e senza consultare nessuno la data del referendum. La parabola si conclude esattamente come era iniziata: sin dal primo momento Renzi ha gestito la riforma della Costituzione come se fosse un suo affare privato e non riguardasse invece la legge delle leggi, fondamentale per tutti gli italiani”. Arturo Scotto e Loredana De Petris proseguono: “Renzi ha scelto di votare il più tardi possibile mentre sarebbe stato opportuno aprire le urne già nei primi giorni di ottobre. Il motivo di questo rinvio è evidente: Renzi vuole sfruttare sino all’ultimo gli spazi offerti da una Tv mai così di parte, senza problemi di par condicio sperando di acquistare voti con qualche manovra economica di puro spreco e propaganda elettorale, come quelle a cui ci ha abituati. Mai si era visto un governo così lontano dall’imparzialità che sarebbe in questi casi obbligatoria”.

Il durissimo commento dei membri pentastellati della Commissione Affari costituzionali della Camera

Durissimo anche il commento dei membri 5Stelle della Commissione Affari costituzionali: “ E’ grave che Renzi abbia scelto la data del referendum costituzionale senza neanche consultarsi con le opposizioni. Ed è altrettanto grave e vergognoso che abbia negato ai cittadini, per così tanto tempo, la possibilità di esprimersi su un tema così delicato e importante, facendo un’indegna melina. Inoltre, se avesse potuto, il Presidente del Consiglio ci avrebbe fatto votare a Natale o, magari, a Capodanno, nella speranza di scoraggiare la maggioranza degli italiani, che è a favore del no, a recarsi presso le urne e nel tentativo di arrivare a mangiarsi il panettone”. E aggiungono: “Renzi sembra uno di quei prestigiatori del gioco delle tre carte che, pur di vincere, sono disposti a tutto, truccando le regole e prendendosi gioco di tutti”.

D’Alema: “scelta da irresponsabili far votare il 4 dicembre”

La scelta del governo di far votare gli italiani il 4 dicembre sulla riforma della Costituzione è da irresponsabili. Perchè in questo modo “del tutto irresponsabilmente si decide di allungare di altri due mesi la campagna elettorale in un paese che è in crisi e con in Parlamento all’esame la legge di stabilità”. E “perchè è di tutta evidenza che scegliere quella data a dicembre è un tentativo di fare sì che a votare ci vada meno gente possibile…”, ha detto Massimo D’Alema, parlando in un confronto pubblico. D’Alema ha recentemente dato vita a un Comitato del centrosinistra per il No, il cui presidente è l’avvocato Guido Calvi.

Il trucco più evidente: la formulazione del quesito sulla scheda elettorale. Uno spot per il sì

E a proposito di trucchi, il più evidente è quello della scheda elettorale. Anche in questo caso, per la prima volta, il quesito non sarà scritto in linguaggio istituzionalmente corretto, come prescrive la legge 352 del 1970, ma in modo da confondere gli elettori. Ecco il testo partorito dal genio dei consulenti di Palazzo Chigi e della ministra Boschi: “Approvate il testo della legge costituzionale concernente ‘disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del Titolo V della parte seconda della Costituzione’, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta ufficiale numero 88 del 15 aprile 2016?”. Si vota barrando la casella del Sì oppure quella del No. Una formulazione che ha sollevato le dure critiche delle opposizioni, che hanno accusato il governo di dare un’indicazione precisa agli elettori a favore del Sì. A determinare come deve essere sviluppato il quesito è la legge 352 del 1970, “norme sui referendum previsti dalla Costituzione e sulla iniziativa legislativa del popolo”, che all’articolo 16 stabilisce: il quesito sulla scheda deve riprendere il titolo della riforma, così come pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Diverse furono le formulazioni dei quesiti degli ultimi referendum costituzionali: più concise e senza l’elenco delle principali norme contenute nella legge di revisione costituzionale. Ma ciò fu determinato dal titolo stesso che fu dato alle rispettive riforme. I precedenti più ravvicinati sono due referendum costituzionali, quello che si è svolto nel 2006 sulla riforma del governo Berlusconi, la cosiddetta ‘Devolution’, e quello che si svolse nel 2001 per la riforma del Titolo V fatta dal centrosinistra. Nel 2001 il referendum si svolse in un’unica giornata, il 7 ottobre. Nel 2006, invece, la consultazione popolare occupò due giorni, domenica 25 e lunedì 26 giugno. Il referendum sarà valido a prescindere dal numero dei votanti. Nel referendum confermativo, detto anche costituzionale, infatti, non è previsto alcun quorum, ossia si procede al conteggio dei voti validamente espressi indipendentemente se abbia partecipato o meno alla consultazione la maggioranza degli aventi diritto, a differenza di quanto previsto per il referendum abrogativo. Nel 2006 si recò alle urne il 52,3% degli aventi diritto: vinse il No con il 61,3%, il Sì si fermò al 38,7%. Nel 2001, invece, si recò alle urne il 34% degli aventi diritto: vinsero i Sì con il 64,2%, i No incassarono il 35,8%.

La partita vera, quella dei conti pubblici in difficoltà, dove Renzi non potrà barare, né potrà usarli come arma di propaganda

In queste ore, intanto, proseguono serrati i contatti tra Tesoro e Palazzo Chigi, e tra Roma e Bruxelles, in vista del Consiglio dei ministri di domani che esaminerà la Nota di aggiornamento al Def. La revisione del quadro macroeconomico era attesa nella riunione del Cdm di oggi già dedicata alla scelta della data del referendum ma si continua a limare le stime, lavoro che richiederà ancora 24 ore. Da qui il motivo dello slittamento all’ultimo giorno utile, appunto il 27. “È ormai consolidato nell’impostazione. Stiamo facendo le ultime messe a punto del documento”, ha spiegato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Claudio De Vincenti, annunciando che il Cdm si svolgerà domani in serata. L’esecutivo è a caccia di risorse per mettere in campo una manovra da circa 20-25 miliardi ma molto dipenderà dalla trattativa con la Commissione europea che in queste ore si sta giocando tutta sui due numeri chiave: rapporto deficit/Pil e debito/Pil. La crescita del Pil per il 2016 sarà rivista al ribasso e con ogni probabilità dal +1,2% si scenderà allo +0,8-0,9% mentre per il 2017 la stima dovrebbe essere fissata intorno all’1%, ben sotto il +1,4% previsto ad aprile. L’asticella dell’indebitamento netto, nelle nuove stime governative, dovrebbe essere portata dal 2,3% al 2,4-2,5% quest’anno. Con una crescita inferiore alle attese, sia quest’anno che il prossimo, l’Italia sarà costretta a rinegoziare anche l’impegno assunto con Bruxelles di un deficit all’1,8% del Pil nel 2017. Dopo aver incassato già circa un punto di Pil di flessibilità quest’anno, il governo chiede spazi di manovra aggiuntivi ma se, in un primo momento l’esecutivo contava di innalzare l’asticella del deficit al 2,3%-2,4%, adesso l’obiettivo potrebbe non discostarsi molto da quello prefissato, per cui la previsione alla fine potrebbe fermarsi anche al 2,1%-2,2%, il che consentirebbe di ottenere un margine inferiore a quello sperato.

Padoan: altra flessibilità non c’è. Margini aggiuntivi dalle risorse per il terremoto? Intanto, slitta al 28 l’incontro governo-sindacati sulle pensioni

Lo stesso ministro Padoan ha ribadito che ulteriore flessibilità non c’è. Tuttavia il governo è ancora pronto a far leva sia sul rallentamento dell’economia globale che sulle spese straordinarie da sostenere per i costi della ricostruzione del terremoto che ha colpito il Centro Italia il 24 agosto scorso, spese che potrebbero essere scorporate dai vincoli del Patto di stabilità consentendo così di strappare margini aggiuntivi. I margini sono stretti e il grosso delle risorse sarà destinato a disinnescare gli aumenti di Iva e accise, le cosiddette clausole di salvaguardia che valgono da sole 15 miliardi. Tra le voci di spesa anche il capitolo pensioni su cui è aperto il confronto tra governo e sindacati. L’incontro in programma domani è stato rinviato a mercoledì alla luce dello slittamento del Cdm sul Def. Sul piatto, per la previdenza, ci sono solo due miliardi, una cifra ritenuta insufficiente dai sindacati.

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