Caso Regeni. Le novità, le ombre e le considerazioni politiche a otto mesi dall’omicidio

Caso Regeni. Le novità, le ombre e le considerazioni politiche a otto mesi dall’omicidio

Non sappiamo quanto di buono ci sia da aspettarsi dal nuovo incontro fra magistrati italiani e magistrati egiziani sul caso Regeni. I precedenti, sia al Cairo sia a Roma, inducono a un discreto pessimismo. Questa volta l’incontro si svolge nella capitale italiana, nella quale ieri è arrivata la delegazione cairota, guidata dal procuratore generale Nabil Ahmed Sadek, la massima autorità giudiziaria. I giornali di regime anticipano “nuove informazioni”, di cui Sadek sarebbe latore. Limitiamoci a ricordare che analoghi preannunci di novità avevano preceduto anche gli altri incontri, il cui esito si era poi rivelato fallimentare.

Quello che il procuratore generale Pignatone e il sostituto Colaiocco rivendicano da tempo è la completa conoscenza del traffico telefonico relativo a Giulio nelle giornate precedenti la sua scomparsa e fino al 3 febbraio, quando ne fu rinvenuto il cadavere. Finora questa conoscenza è stata negata agli inquirenti italiani. Vediamo se qualcosa è cambiato nell’atteggiamento degli egiziani. Ma lo scetticismo è d’obbligo.

Potrebbe una più forte iniziativa politico-diplomatica, correlata a fermezza sul terreno degli scambi commerciali, degli investimenti e del flusso turistico produrre effetti anche nello sviluppo dell’inchiesta? Probabilmente sì, anche se non nell’immediato. E certamente sì, se si manifestasse non come ostinazione di un singolo stato (l’Italia), ma fosse la determinazione di una realtà chiamata Unione europea. Aver congelato l’invio del nuovo ambasciatore ha prodotto per ora solo una piccata reazione cairota, seguita dalle inevitabili spallucce. Per tutto il resto, il continente che si considera custode dei valori di libertà, democrazia e integrità della persona, sembra pensare ad altro.

Pensa ad altro, per esempio, la Gran Bretagna. La Brexit sta avendo pesanti ricadute nelle relazioni internazionali. Il nuovo primo ministro Theresa May sembra più sensibile ai richiami di Farage e di Boris Johnson, che alle nobili tradizioni della Magna Charta. Il muro di Calais accentua il distacco non solo dall’Unione europea, ma anche dalla condivisione di un comune destino nella difficile situazione determinata dal combinarsi della crisi economica, dell’ondata di migrazione e della minaccia terroristica.

Il governo italiano dovrebbe cambiare passo. E promuovere una efficace azione diplomatica sul governo inglese perché induca l’Università di Cambridge a collaborare. E’ ora al vaglio degli inquirenti una documentazione appena arrivata dalla direzione dell’ateneo inglese, che si spera superi la ostinata reticenza sin qui opposta dalla professoressa Maha Abdul Rahaman, che del giovane ricercatore italiano era la tutor. La docente inglese ha finora rifiutato di essere interrogata dal sostituto procuratore Coilaiocco, ma ha anche sbrigativamente liquidato la tesi che la missione di Regeni fosse pericolosa. Non solo. La sua versione, fornita per iscritto, è che fu Giulio stesso a chiedere di svolgere la ricerca sui sindacati degli ambulanti, mentre ai genitori di Giulio risulta il contrario, come sarebbe documentato dalle email che il giovane inviava alla famiglia. Questa contraddizione va risolta. Non è più un caso giudiziario, ma un caso politico. I muri della Brexit non devono tradursi in una chiusura alle norme del diritto internazionale.

Accertare la natura della missione di cui fu incaricato Giulio, la responsabilità della scelta, i limiti e le condizioni operative non sono elementi di poco conto nella ricerca della verità sulla morte di Giulio Regeni. Morte che fu preceduta da giornate di infami, crudelissime torture, di cui non si vorrebbe neppure sentir parlare, ma che risultano inoppugnabilmente documentate dagli esami autoptici del professor Fineschi.

La lunga, analitica descrizione, che ci ripugna anche riassumere, testimonia il prolungamento delle sevizie per giorni e giorni, la varietà dei tormenti inflitti in ogni parte del corpo dai torturatori, addirittura la sadica incisione sulla pelle di lettere dell’alfabeto, quasi l’impudica firma di un crimine che si vuole impunito.

Tutto questo non ha nulla a che fare con le fole della banda di rapinatori o dei regolamenti di conti in torbidi ambienti, come le autorità egiziane hanno tentato di accreditare nei loro molteplici depistaggi. Sono il marchio di fabbrica dei professionisti della tortura, allevati, istruiti e comandati dalla macchina dei servizi di sicurezza.

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