Ventotene. Considerazioni amare e finali sul fallimento culturale di un vertice

Ventotene. Considerazioni amare e finali sul fallimento culturale di un vertice

Ha certamente ragione Luciana Castellina quando in un articolo pubblicato martedì sul Manifesto, all’indomani, cioè, del vertice tra Merkel, Hollande e Renzi sulla portaerei Garibaldi al largo di Ventotene, scrive: “Ecco la buona idea annunciata da Renzi: il campus studentesco che dovrà nascere nell’ex prigione dell’isola di Santo Stefano, accanto a Ventotene. Buona, ma solo a condizione che gli attuali capi di stato e di governo dell’Unione siano tra i primi allievi in un corso sulla storia dell’Europa”. Infatti, tra i mille buchi della manfrina ideata dai grandi strateghi di Palazzo Chigi per ricevere il “minisummit” con Merkel e Hollande a Ventotene emerge con terribile evidenza l’assenza di memoria storica di ciò che è stata l’Europa unita, a partire dai suoi primi passi. Questa assenza di narrazione storica, per la quale è necessario che i leader europei accettino di essere i primi studenti di storia a Ventotene, è il vero grande tradimento perpetrato contro Spinelli, Colorni, Ursula Hirschmann ed Ernesto Rossi, che ha trasformato in ridicola retorica quella che avrebbe potuto essere una grande occasione per “ripensare l’Europa oggi”, come avrebbe detto Jacques Derrida, un grande filosofo del Novecento. Non è la Brexit a imporre una “nuova Europa”, come retoricamente ha annunciato Matteo Renzi, ma è la storia stessa dei tanti fallimenti del carattere della sua unione a richiedere un “pensiero europeo della crisi”. Ciò avrebbe significato, e ancora significa, riflettere in modo illuministico sulla civiltà europea, sulla sua cultura scientifica, sui limiti del suo sviluppo, sulla povertà diffusa e di massa. Invece, si è preferito costruire l’idea di un’Europa che si trasforma in fortezza medievale, agguerrita contro gli invasori e i barbari, e molto generosa con i ricchi che dimorano sul suo suolo. Se Renzi, col corollario della cancelliera e del presidente francese, avesse davvero voluto celebrare, senza tradirlo, quello sparuto gruppo di intellettuali antifascisti che elaborò e firmò il Manifesto, avrebbe dovuto raccontare agli italiani e agli europei un’altra storia.

Anche su questo punto, ha ragione Luciana Castellina: agli italiani, che queste cose non possono impararle nei licei, andava detto, spiegato, narrato (soprattutto dai media a grande diffusione) che quella unione voluta dai leader democristiani de Gasperi, Schumann e Adenauer era nata “come strumento di una guerra che, sia pure fredda, ha stravolto il significato del progetto”. Un progetto nato per scongiurare il grande male del Novecento, la guerra nel cuore dell’Europa, venne vanificato dalla sua strumentalizzazione militare in ambito Nato. E non è un caso che, come ancora brillantemente rileva Castellina, “militari, e sempre soprattutto militari, di difesa dei confini, sono apparse del resto anche le proposte emerse dal vertice”. Così come quei governanti democristiani del secondo dopoguerra si sentivano in una fortezza occidentale contrapposta a una fortezza orientale, e agivano di conseguenza anche sul piano dei patti economici, oltre che militari, i governanti democristiani di oggi, con la complicità di qualche socialista, agiscono nello stesso modo, secondo la stessa tradizione. Spostando però il nemico non più nella fortezza orientale guidata da Mosca, ma in quella molto più ampia e complessa del mondo arabo, fortezza in preda a mille tensioni e sottoposta alle pressioni del fondamentalismo islamista. C’è dunque una linea di continuità tra il fallimento del minivertice di Ventotene e la storia democristiana dell’Europa unita: la cultura di riferimento è la medesima, e non è quella dell’europeismo di Spinelli, che era moderna, illuminista e autenticamente federalista. Ci sono enormi e diffuse ingiustizie in Europa, dentro gli stati e tra gli stati; c’è una povertà diffusa, che costringe popoli interi a vivere, nella civile Europa, al di sotto della soglia di sussistenza; e nello stesso tempo, le politiche di austerità, tipiche di quella cultura democristiana tedesca (e su questo punto rinvio all’impietosa, ma rigorosa analisi di Yanis Varoufakis) hanno negato per anni l’uscita dalla crisi attraverso politiche neokeynesiane. Questa è la storia dell’Europa, che lega il passato al presente, le responsabilità del passato alle responsabilità del presente.

Come avrebbe potuto nascere “la nuova Europa” vagheggiata da Renzi e astutamente rilanciata su tutti  media, con queste premesse è un mistero. E infatti i grandi organi di stampa europei non sono cascati nella trappola retorica, e il giorno dopo danno centralità, ad esempio, alla conferenza stampa congiunta dei ministri degli Interni di Francia e Germania, Cazeneuve e De Maziere, che annunciano le iniziative comuni in tema di intelligence, frontiere, e antiterrorismo, soprattutto cibernetico. Siamo dunque al paradosso: il lunedì due premier e un capo dello Stato si riuniscono sulla portaerei al largo di Ventotene e discutono proprio di quei temi legati alla sicurezza della fortezza Europa assediata, e il giorno dopo, Francia e Germania riaffermano la loro centralità, in Europa, su quelle materie.

Se l’Europa vuole tornare ad essere protagonista, come soggetto unitario, deve dare soluzione al conflitto contemporaneo tra povertà e democrazia, proprio quel tema che ha consentito ad Amartya Sen di vincere il Nobel per l’economia. Ma chi è Amartya Sen? Per ironia della sorte, il grande economista indiano ha sposato Eva Colorni, figlia di Eugenio, il grande prefatore del Manifesto, e attraverso di lei aveva un rapporto di amicizia intellettuale strettissimo con Altiero Spinelli. Per anni, Spinelli e Amartya Sen si sono confrontati sull’Europa e sul suo destino. E in quegli anni Spinelli era una personalità importante del Partito Comunista italiano, vicecapogruppo al Parlamento europeo, con buone e frequenti relazioni con Enrico Berlinguer. Eccola la differenza di tradizioni culturali tra democristiani e personalità della sinistra illuministica: la riflessione sul conflitto tra povertà e democrazia. En passant, rammento solo che sulla povertà i partiti democristiani europei hanno fondato gran parte del loro consenso, attraverso politiche assistenzialistiche, corruzioni, nepotismi, perfino con la complicità della Chiesa. Queste politiche democristiane, in Europa, negavano l’emancipazione politica dei poveri e del mondo del lavoro, che invece era il grande ideale illuminista della sinistra, dei comunisti, e dei socialisti. La lezione degli smemorati di Ventotene dovrebbe far riflettere dunque anche la sinistra europea, o quel che ne resta, per affermare la sua tradizione illuministica e l’ideale di emancipazione politica dei poveri, dei lavoratori, dei giovani.

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