2 Giugno. Dopo 70 anni la Repubblica resta una, democratica e fondata sul lavoro, sulla Costituzione e sui diritti

2 Giugno. Dopo 70 anni la Repubblica resta una, democratica e fondata sul lavoro, sulla Costituzione e sui diritti

Il dibattito pubblico sulla celebrazione del settantesimo anniversario della Repubblica e della elezione dell’Assemblea costituente, si è arricchito, nei giorni scorsi, degli interventi di autorevoli storici e costituzionalisti. Non era difficile prevederlo. E non era difficile prevedere che uno dei punti di accordo collettivo e unanime fosse un giudizio non proprio lusinghiero su come la parola Repubblica e la sua centralità nella storia contemporanea degli italiani sia andata sempre più sbiadendosi col passare degli anni. L’altro, pesantissimo giudizio, unanime anch’esso, riguarda l’uso disinvolto e talvolta spregiudicato del termine Repubblica, preceduto dal numero ordinale: prima Repubblica, seconda Repubblica, terza Repubblica. Lo storico Emilio Gentile critica con asprezza questo nostrano costume mediatico di adattarsi a concetti e parole del tutto sbagliati, sia sul piano storico che su quello costituzionale, che su quello politico. Ed ha ragione. Perché, altrimenti, il 2 giugno del 2016 non sarebbe la festa per il settantesimo anniversario, ma un’altra cosa, un altro rito civile, privo ormai di importanza e di attualità.

Il giudizio prospettico dello storico Emilio Gentile: “miracolo della ragione”

“Questa sequela di repubbliche”, scrive Emilio Gentile sul quotidiano Sole24ore, “rivela l’esistenza di un male costante che da mezzo secolo almeno affligge lo stato repubblicano italiano, esplodendo periodicamente in forme gravi”. Quale l’antidoto secondo l’autorevole storico? Un “nuovo miracolo della ragione”, scrive Gentile, simile a quello che condusse non solo il popolo italiano quel 2 giugno del 1946 a votare in 12.718.000 per la Repubblica, contro i 10.719.000 per la monarchia, ma soprattutto i padri costituenti a scrivere una Costituzione straordinaria. La definizione “miracolo della ragione” qui utilizzata da Gentile non è solo una metafora, ma una lettura rigorosa dell’Italia del 1946, del ricordo del primo suffragio davvero universale, e soprattutto della frattura generata dalle scorie della guerra civile, che vedeva opposte le culture antifasciste e repubblicane alle culture di derivazione monarchica e fascista. Non per caso, i risultati dei partiti che parteciparono alle elezioni dell’Assemblea costituente fotografarono con precisione lo stato dell’Italia in quel 2 giugno del 1946.

Cosa fu davvero quel Referendum del 2 giugno 1946

Intanto, su più di 28 milioni di aventi diritto, i votanti furono quasi 25 milioni, pari all’89,08%, una percentuale mai più registrata in seguito. Ovviamente, le schede bianche e nulle furono moltissime, circa 2milioni e mezzo, il 10 per cento. Era l’Italia che soprattutto al Sud aveva percentuali enormi di analfabetismo, eppure, la volontà collettiva di votare, partecipare, esserci contava molto più del saper leggere e scrivere. Tra i partiti, vinse la Democrazia cristiana, con 8.100.000 voti, secondo si classificarono i socialisti, con 4.758.000 voti e terzi furono i comunisti, con 4.356.000 voti. Su 556 seggi previsti nell’Assemblea costituente, Dc, Psi e Pci, totalizzarono complessivamente 426 seggi (la Dc con 207, il Psi con 115 e il Pci con 104). Le tre culture uscite dalla guerra di Liberazione, e confluite nel Comitato di Liberazione nazionale, avevano dunque ottenuto il favore dei tre quarti del popolo italiano. Le tensioni ideologiche sembravano assopite, o comunque rinviate, perché occorreva rifare l’Italia, ricostruirla sulle macerie dopo vent’anni di dittatura fascista e cinque anni di guerra, dei quali gli ultimi due di guerra civile. E così fu. La memoria di quel 2 giugno del 1946 deve partire da qui, da questo impegno comune per la ricostruzione, un impegno che diede vita ai governi di unità nazionale, e alla scrittura di una Costituzione, moderna, civile, straordinaria. Poi, è il caso di citarlo appena qui, irruppero elementi di nuova e ulteriore frattura, dall’anticomunismo al clericalismo, dagli effetti dirompenti di quella che sarebbe stata la guerra fredda, dalle enormi diseguaglianze tra Nord e Sud del paese, e una borghesia burocratica ancora figlia del ventennio fascista. Il 18 aprile del 1948, data delle prime elezioni politiche della Repubblica italiana, le cose andarono diversamente da quel 2 giugno del 1946, e quel sostanziale vantaggio che socialisti e comunisti avevano raggranellato assieme, non fu confermato. I governi di unità nazionale si erano interrotti nel maggio del 1947, quando De Gasperi abbandonò socialisti e comunisti (su ordine di Washington e del Vaticano, dicono alcuni storici) e divenne il presidente di un governo sostenuto dal quadripartito Dc, Pli, Pri, Psli. Decisione quest’ultima che ha accompagnato per decenni il destino politico della Repubblica.

Il giudizio prospettivo della storiografica di tradizione cattolico-democratica: Agostino Giovagnoli

Lo storico cattolico Agostino Giovagnoli, allievo di Pietro Scoppola, così giudica quel periodo ininterrotto di governi a guida Dc: “in realtà, il sistema politico è stato eccezionalmente stabile. Tanto è vero che la grande polemica nasce dal fatto che c’è stato un partito di governo, la Dc, ininterrottamente al potere dal 1948 al 1992”. E i rapporti con l’opposizione comunista? Sempre Giovagnoli ricorda: “il 90% della produzione legislativa, dagli anni Settanta, ha coinvolto l’opposizione. Un segno di grande civiltà politica, perché votare insieme le leggi in Parlamento, in assenza di condizioni che permettessero una collaborazione di governo, per il bene del Paese, è segno di grande responsabilità politica”. Come si vede, sul fronte della storiografia cattolica non si cede e mai si è ceduto ad accettare il discredito delle leggi parlamentari come “consociativismo”, come invece certa stampa e certa storiografia tende a valutare quel confronto. Giovagnoli conclude con una sorta di giudizio dell’attualità che diventa rimpianto proprio per quel rispetto del Parlamento che è prerogativa della Repubblica nata il 2 Giugno 1946. Giovagnoli conclude infatti: “Oggi non ci sono più problemi e contrapposizioni ideologiche, ma c’è una rigidità terribile anche su provvedimenti che dovrebbero essere condivisi da tutti”.

I due storici, da fronti e scuole diverse, convergono dunque su un’analisi dura dell’attualità (in cui le forze politiche al governo segnano l’arretramento della centralità del Parlamento repubblicano), e manifestano ampiamente un’adesione, o se si vuole, una nostalgia di quel “miracolo della ragione”, che a partire dal 2 giugno del 1946 e almeno fino al primo gennaio 1948, quando venne promulgata la Costituzione repubblicana. Entrambi riflettono sul passato, ma lanciano un monito sul presente, monito che faremmo bene ad ascoltare, soprattutto per dare alle nuove generazioni un rinnovato senso dello spirito repubblicano e democratico, basato soprattutto sul parlamentarismo.

Il monito di Mattarella a recuperare il senso della Repubblica   

Ha ragione, dunque, il Presidente della Repubblica, un’altra personalità che proviene dalla cultura del cattolicesimo democratico fedele al parlamentarismo, quando scrive in occasione del settantesimo della Repubblica (unica e sola Repubblica nella storia contemporanea): “i valori di libertà, giustizia, uguaglianza fra gli uomini e rispetto dei diritti di ognuno e dei popoli sono, ancora oggi, il fondamento della coesione della nostra società ed i pilastri su cui poggia la costruzione dell’Europa. Dalla condivisione di essi nasce il contributo che il nostro paese offre con slancio, convinzione e generosità alla convivenza pacifica tra i popoli ed allo sviluppo della comunità internazionale”.  La Repubblica democratica italiana, fondata su Costituzione e centralità del Parlamento, è modello di civiltà del diritto e di uguaglianza. Sarebbe bello se qualcuno, a Palazzo Chigi, ascoltasse queste parole.

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