Istat. Il “Rapporto sul benessere” all’insegna dell’ottimismo. Sarebbe meglio palare di malessere. L’emergenza Mezzogiorno

Istat. Il “Rapporto sul benessere” all’insegna dell’ottimismo. Sarebbe meglio palare di malessere. L’emergenza Mezzogiorno

Ci scusi il direttore centrale dell’ Istat, Linda Laura Sabbadini, ma leggendo il suo commento al “Rapporto sul benessere equo e sostenibile” (Bes), presentato dall’Istituto ci viene, spontanea, una grande risata. Ha azzeccato il titolo Repubblica che parla di Italia in crescita e riprendendo alcuni dei concetti che esprime parla di “più fiducia nel futuro, più ottimismo, meno strategie di contenimento della spesa, meno famiglie che non arrivano alla fine del mese”. “Dopo la grande tempesta del 2013 e la criticità presente dal 2008 – scrive Sabbadini – il 2014 è un anno di transizione. Si ferma la caduta e ci sono addirittura segnali di miglioramento. Le reti sociali, che hanno rappresentato un importante riferimento nella crisi, migliorano.” Sintetizza Repubblica quanto emerge dal Rapporto: più fiducia nel futuro, più ottimismo, meno strategie di contenimento della spesa, una leggera riduzione delle famiglie che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese: alla terza edizione, il Rapporto sul benessere equo e sostenibile in Italia dell’Istat finalmente ha la possibilità di misurare appunto il benessere, e non la sua mancanza. In miglioramento non solo gli indici economici, ma anche la partecipazione culturale, la durata media della vita, l’investimento in ricerca e sviluppo, la qualità dell’ambiente, soprattutto nel Mezzogiorno, e la percezione della sicurezza da parte dei cittadini. Miele per Renzi Matteo.

Non siamo il paese di bengodi come si cerca di dimostrare. I numeri dicono il contrario

Metti insieme il Rapporto e come  lo racconta il direttore del quotidiano, ancora per poco Ezio Mauro, poi prenderà il suo posto Calabresi, oggi a dirigere la Stampa, sempre più spostato verso il premier, ammiratore di quel Marchionne che qualche influenza sul giornale torinese della famiglia Agnelli ce l’ha, scusate l’inciso, ed avrai di fronte agli occhi il paese di Bengodi. Quello che il fiorentino ci racconta ogni giorno dagli schermi televisivi. Davvero un tocco geniale quando si parla di “qualità dell’ambiente, soprattutto nel “Mezzogiorno”. Non basta. “Nel complesso – dice Sabbadini – si respira un’aria migliore rispetto agli anni passati sebbene il Paese non si sia ancora affrancato dalla crisi, nel 2014 cresce l’ottimismo verso il futuro, soprattutto da parte dei giovani, nonostante siano il segmento più colpito dalla recessione”. Questa dell’ottimismo da parte dei giovani è davvero cosa grandiosa. Farà la gioia del ministro Poletti. Specie quelli fra i 15 e i 24 anni faranno salti di gioia incontenibile, visto che la disoccupazione è arrivata  al 39,8 % in aumento dello 0,3% e anche gli over 34 con 450 mila  posti di lavoro persi in tre anni. L’ottimismo è il leit motiv del Bes. Passa dal 24 al 27% la quota di quanti guardano al futuro con ottimismo, pensando che la propria situazione nei prossimi 5 anni migliorerà. E passa dal 23,3 al 18% la quota di coloro che pensano che peggiorerà. Dunque è tornata la fiducia, aumenta la soddisfazione sul tempo libero ma rimane stabile la soddisfazione per la propria vita. Così decreta il rapporto.

Una situazione diversa da quella dipinta dal direttore dell’Istituto di statistica

 Scorrendo le pagine  si scopre però che  la situazione non è quella dipinta dal direttore. È vero che  il Bes riguarda il 2014. Ma anche nell’anno passato non c’era proprio tanto ottimismo. La crescita si limitava a uno zero virgola qualcosa. Sfortunato il direttore perché il Bes esce un giorno dopo i dati forniti dall’Istat relativi all’occupazione, ai consumi, agli investimenti relativi al terzo trimestre del 2015. Non c’è motivo di alcun ottimismo. Sarà difficile raggiungere quell’aumento del Pil dello 0,9 %  previsto dal governo. Anche se Padoan  “rimprovera” Renzi perché ha detto che a lui va pure bene.

Profonde disuguaglianze fra il Nord e il Sud, due Paesi completamente diversi

La realtà del Paese sono le profonde disuguaglianze fra il Nord e il Sud.  Ancora una volta si sottovaluta la “questione meridionale” anche se proprio il rapporto mette in luce una profonda divaricazione fra due parti dello stesso Paese tanto che dal rapporto emergono due Paesi profondamente diversi. Allora perché puntare sull’ottimismo, sulla fiducia quando indagini di questi giorni dicono che non ci si fida neppure del compagno di banco? Non c’è bisogno di rispondere, si capisce al volo. Allora vediamolo questo Mezzogiorno che ci racconta il Bes. “Tra Nord e Sud c’è una situazione speculare, in particolare rispetto a lavoro e sicurezza: il Sud – è scritto – si colloca ai livelli più bassi e con una dinamica peggiore per il lavoro, e la forbice è aumentata in questi anni, sia per la qualità che per la quantità del lavoro. E poi si accentua anche il problema della sicurezza”.  Passiamo al reddito, alle condizioni di vita. Il  rapporto tra il reddito posseduto dal 20% della popolazione con i redditi più alti e il 20% con i redditi più bassi raggiunge il 5,8, dal 5,1. La povertà non si riduce, per i più poveri non ci sono miglioramenti. Il disagio delle persone con gravi difficoltà economiche non si attenua: la ripresa non raggiunge le famiglie in situazioni di “grave deprivazione materiale”.

Il 20,6 della popolazione meridionale non può permettersi di sostituire gli abiti consumati

Il 15% della popolazione maggiore di 16 anni (il 20,6% della popolazione del Mezzogiorno) non può permettersi di sostituire gli abiti consumati, un quinto non può svolgere attività di svago fuori casa per ragioni economiche, un terzo non può permettersi di sostituire mobili danneggiati. E ci sono anche indici di deprivazione costruiti su misura per i bambini: oltre il 7% non può permettersi di festeggiare il compleanno o di invitare a casa gli amici. Nel Mezzogiorno il 16% dei bambini non può permettersi di partecipare a una gita scolastica e il 14,7% non dispone di uno spazio adeguato per studiare. Il Mezzogiorno  mantiene livelli  di deprivazione superiori di tre volte al resto del Paese. Diminuiscono invece le famiglie che dichiarano di essere in difficoltà ad arrivare alla fine del mese, il 30,3% del Mezzogiorno e il 10,4% del Nord. Dopo alcuni anni di “avvicinamento”, spiega l’Istat, il Sud ha ricominciato ad allontanarsi dal Nord nel 2011: le Regioni più penalizzate per l’indice di disagio e quello di disuguaglianza sono la Sicilia, la Campania, la Calabria e la Puglia. Ancora: i tre quarti della spesa in ricerca e sviluppo è concentrata nel Nord.

La condizione dei giovani aggravata da peggiore qualità del lavoro e dalla paura di perderlo

Uno  sguardo alla condizione dei giovani  aggravata da una peggiore qualità del lavoro e da una maggiore paura di perderlo. Aumenta inoltre lo svantaggio del Mezzogiorno, l’unica area territoriale, dove l’occupazione diminuisce anche nel 2014 (tasso di occupazione al 45,3%) e dove è più bassa la qualità del lavoro. In sostanza, afferma l’Istat nel suo rapporto, gli anni di crisi economica hanno acuito le caratteristiche già critiche del mercato del lavoro italiano e aumentato le disuguaglianze territoriali. Il divario più forte si riscontra per la quota di giovani che non studiano e non lavorano (Neet) che si attesta, nel 2011, al 31,4% nel Mezzogiorno rispetto al 15,2% del Nord e al 19,2% del Centro. Ma le differenze rimangono sostanziali anche per quanto riguarda l’istruzione, la salute, la gestione del territorio e la qualità dei servizi.

Dal Rapporto una sensazione netta: c’è ben poco da stare allegri

Dopo questa carrellata si torna all’ottimismo. Passa dal 24 al 27% la quota di quanti guardano al futuro con ottimismo, pensando che la propria situazione nei prossimi 5 anni migliorerà. Dal 23,3 al 18% la quota di coloro che pensano che peggiorerà. Ma restano  le  differenze tra Nord, Centro e Sud: il 41,1% del primo gruppo ha livelli elevati di soddisfazione contro il 35% dei secondi e il 27,9% dei terzi.

Ci scusi ancora il direttore dell’Istat per la nostra risata. Ma dal rapporto si ricava una sensazione netta: c’è poco da stare allegri. Invece di benessere si dovrebbe parlare di malessere.

Share

Leave a Reply

Your email address will not be published.