Varoufakis: la mia verità sulla Grecia, l’Euro, la politica europea e le colpe dei tedeschi

Varoufakis: la mia verità sulla Grecia, l’Euro, la politica europea e le colpe dei tedeschi

Dimessosi da ministro delle Finanze nelle ore immediatamente successive alla straordinaria vittoria nel referendum del 5 luglio scorso, Yanis Varoufakis scrive un lungo articolo sul quotidiano inglese The Guardian, col quale presenta la sua analisi sulla crisi generale, sulla crisi greca, la Grexit e il ruolo dei falchi tedeschi, che hanno cospirato per favorire la Grexit, perchè “ottimo investimento”. Poiché l’articolo chiarisce moltissimi aspetti su quanto è accaduto nelle ultime settimane, e getta una luce importante su tante scelte che proprio in queste ore hanno un peso rilevante per chiudere l’accordo, ne traduciamo ampi stralci per i nostri lettori.

“Il dramma finanziario della Grecia ha dominato le prime pagine dei giornali per cinque anni per una ragione: l’idiota rifiuto dei nostri creditori di offrire il risanamento del debito. Perché, contro il senso comune, contro il verdetto del FMI e contro la prassi quotidiana dei banchieri che affrontano debitori stressati, devono resistere contro la ristrutturazione del debito? La riposta non può essere ritrovata nell’economia perché risiede profondamente nella labirintica politica dell’Europa. Nel 2010 lo stato greco è divenuto insolvente. Si sono presentate due opzioni coerenti con la partecipazione continuativa all’eurozona: una sensibile, raccomandata da ogni banchiere decente – ristrutturare il debito e riformare l’economia; ed una tossica – estendere nuovi prestiti ad un soggetto in bancarotta pretendendo che rimanesse solvibile.

L’Europa ufficiale ha scelto la seconda opzione, mettendo il salvataggio delle banche tedesche e francesi esposte col debito pubblico greco al di sopra della sostenibilità socioeconomica della Grecia. Una ristrutturazione del debito avrebbe comportato perdite per i banchieri sulla loro proprietà del debito greco. Abili a evitare di confessare ai Parlamenti che i contribuenti avrebbero dovuto pagare di nuovo per banche mediante nuovi e insostenibili prestiti, i capi della UE hanno presentato l’insolvenza dello stato greco come problema di mancanza di liquidità, e ne hanno giustificato il “salvataggio” come un caso di “solidarietà” con i greci. Per giustificare il cinico trasferimento delle perdite private non più recuperabili sulle spalle dei contribuenti come esercizio di “tough love”, amore estremo, venne imposta sulla Grecia un’austerità record, il cui reddito nazionale – col quale debbono essere ripagati vecchi e nuovi debiti – a sua volta si è ridotto di più di un quarto. È sufficiente la conoscenza matematica di un bambino intelligente di otto anni per sapere che questo processo non può avere fine.

Una volta che la sordida operazione è stata completata, l’Europa ha automaticamente acquisito un’altra ragione per rifiutare di discutere la ristrutturazione del debito: avrebbe colpito le tasche dei cittadini europei! E così, sono state somministrate crescenti dosi di austerità mentre il debito aumentava sempre più, costringendo i creditori a estendere i prestiti in cambio di maggiore austerità. Il nostro governo è stato eletto col mandato di porre fine a questo circolo vizioso; di chiedere la ristrutturazione del debito e di porre fine all’austerità opprimente. I negoziati hanno raggiunto il loro impasse più annunciato per una ragione semplice: i nostri creditori continuano a escludere ogni tangibile ristrutturazione del debito mentre insistono sul fatto che il debito impagabile debba essere ripagato “parametricamente” dai greci più deboli, dai loro figli e dai loro nonni. Nella mia prima settimana da ministro delle Finanze venne a farmi visita Jeroen Dijsselbloem, presidente dell’eurogruppo, il quale mi mise dinanzi ad una scelta rigida: accettare la logica del salvataggio e lasciar perdere ogni richiesta di ristrutturazione del debito altrimenti l’accordo sul prestito sarebbe fallito – la ripercussione non detta sarebbe stata che le banche della Grecia sarebbero state chiuse. Seguirono cinque mesi di negoziati, condizionati dall’asfissia monetaria e da assalti agli sportelli bancari indotti, supervisionati e amministrati dalla BCE. Il finale era già scritto sulla pietra: se non avessimo capitolato, avremmo presto affrontato il controllo dei capitali, i bancomat semi funzionanti, una durevole vacanza bancaria e infine la Grexit.

La minaccia della Grexit ha avuto l’andamento storico di un ottovolante. Nel 2010 ha scatenato il timore di Dio nei cuori e nelle menti dei finanzieri perché le loro banche erano gonfie di debito greco. Anche nel 2012, quando il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaueble decise che i costi della Grexit erano un buon investimento, allo scopo di disciplinare la Francia ed altri paesi, la prospettiva continuò a spaventare a morte quasi tutti gli altri. Da quando Syriza è salito al potere lo scoro gennaio, come se avesse confermato che il salvataggio non aveva nulla a che vedere con la salvezza della Grecia (e tutto a che vedere col rifinanziamento dell’Europa settentrionale), una grande maggioranza dell’eurogruppo – sotto la tutela di Schaueble – aveva già adottato la Grexit, sia come esito desiderato che come arma di pressione contro il nostro governo. […]

Questo fine settimana fa salire il climax dei colloqui, perché Euclid Tsakalotos, il mio successore, tenterà di rimettere I buoi davanti al carro – convincere un eurogruppo ostile che la ristrutturazione del debito è un prerequisito del successo, per riformare la Grecia, non una ricompensa ex post. Perché è tanto difficile da capire? Vedi tre ragioni. Una è che l’inerzia istituzionale è dura da battere. La seconda è che il debito insostenibile conferisce un immenso potere ai creditori sui debitori – e il potere, come sappiamo, corrompe anche i più raffinati. Ma è la terza che mi sembra più pertinente, e pertanto più interessante. L’euro è un ibrido di un regime a cambio fisso, come l’ERM degli anni Ottanta, o lo standard aurifero degli anni Trenta, e una moneta nazionale. Il primo si basa sul timore di espulsione da gestire assieme, mentre i soldi dello stato implicano meccanismi di recupero dei surplus tra stati membri (ad esempio, il budget federale, i titoli comuni). L’eurozona ricade in questi due strumenti – è più che un regime di cambio e meno di uno stato.

Ed ecco l’ostacolo. Dopo la crisi del 2008, l’Europa non sapeva come rispondervi. Preparare il terreno per almeno una espulsione (ovvero, la Grexit) per rafforzare la disciplina? Oppure spingere verso la federazione? Così nulla è stato fatto da allora, mentre montava un’angoscia esistenzialista. Schaueble è convinto che così come stanno le cose, ha bisogno della Grexit per rendere limpida l’aria, in un modo o nell’altro. Immediatamente, un debito pubblico greco permanentemente insostenibile, senza che il rischio della Grexit cadesse, ha acquisito una nuova utilità per Schaueble. Cosa voglio dire? In base a mesi di negoziato, il mio convincimento è che il ministro delle Finanze tedesco voglia che la Grecia venga spinta fuori dalla moneta unica per incutere il timore di Dio ai francesi e fare in modo che essi accettino il suo modello di una eurozona inflessibile”.

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