L’Assemblea “Futuro a sinistra” del 4 luglio: i temi del dibattito

L’Assemblea “Futuro a sinistra” del 4 luglio: i temi del dibattito

L’incontro nazionale del 4 luglio promosso da Stefano Fassina con Sergio Cofferati e Pippo Civati a cui parteciperanno donne e uomini del PD e della sinistra, sarà un evento per l’Italia. In particolare, l’iniziativa pone una domanda di fondo ai democratici tutti (iscritti, elettori, gruppi dirigenti, maggioranza e minoranze): il Partito Democratico ha fallito il suo obiettivo originario oppure no? In molti pensano che l’originario PD, quello organico alle forze popolari e intellettuali, rappresentante del lavoro, dei ceti medi, della ricerca e dell’impresa innovativa e sostenibile, non si è realizzato e non c’è. Alle elezioni regionali, l’astensione di consistenti parti dell’elettorato di sinistra ha segnalato per la prima volta una vasta sfiducia verso il PD. Il voto non è stato un fulmine a ciel sereno, tutt’altro. Le cause vanno ricercate nelle concrete scelte politiche e nei concreti atteggiamenti del segretario-premier.

Sulla crisi sociale

Le risposte date alla crisi del neoliberismo sono state sostanzialmente di affiancamento subalterno alle ricette rigoriste delle destre europee, prima appoggiando oltre ogni giustificazione il governo Monti e le sue scelte, che le fasce popolari stanno pagando pesantemente, poi con i governi Letta e Renzi si sono assecondate le ricette rigoriste del “ce lo chiede l’Europa”. Con Renzi, addirittura, si è acceso un furibondo attacco al mondo del lavoro (art. 18, scuola, pubblico impiego, precarizzazione ecc.) e si è delegittimato il ruolo dei corpi intermedi e dei sindacati. Queste politiche economiche non hanno determinato nessun sollievo sociale ai precari, ai pensionati, ai redditi da lavoro, all’occupazione, alla piccola media impresa. L’inversione, l’uscita dalla recessione, si racconta nelle tv ma non si vede nelle case.

Sull’Europa

Si sono prodotte alcune ininfluenti dichiarazioni sul superamento del rigore per poi essere subalterni alle politiche della Merkel, vedi Grecia. Sull’immigrazione non si sono fatti passi in avanti. L’unica cosa apprezzabile è stata la posizione non oltranzista sul conflitto Russia-Ucraina. Poiché queste tre questioni chiedono una riforma degli indirizzi strategici della U.E., l’Italia risulta priva di prospettiva e d’iniziativa politica.

Sulle riforme istituzionali

Per il Senato ci sono scelte pericolose per gli equilibri costituzionali e, poi, si è operato con un metodo centralistico e invasivo del governo che ha azzoppato le prerogative del Parlamento. Contrariamente a quanto scritto sul Manifesto dei Valori del PD, si è proceduto a colpi di maggioranza che hanno portato all’insostenibile situazione di leggi costituzionali ed elettorali approvate con le aule parlamentari semi vuote. Prima ancora, c’era stato l’intervento d’imperio di Renzi per sostituire i deputati Pd (i rappresentanti del popolo italiano) dalla commissione Affari Costituzionali. L’ispirazione di fondo delle riforme è quella di restringimento della partecipazione democratica per approdare a meccanismi di comando per minoranze di elettori. Questa ispirazione collima oggettivamente con quella delle oligarchie liberiste che, sono oramai decenni, pensano alla democrazia come sistema addomesticato, in cui poter metter in campo la loro enorme forza mediatica ed economica per orientare gli elettori-spettatori, per finanziare partiti e politici.

La questione morale

Come è potuto accadere un così pesante e diffuso coinvolgimento di esponenti del PD? È evidente che non ci si trova di fronte a casi isolati, alla inevitabile mela marcia di turno. La verità è che le radici di questo problema sono nel PD, sono nel suo statuto, nella sua concezione della politica e nei suoi meccanismi di selezione della rappresentanza.

La concezione del partito e della politica

Un principio fondante del PD è quello della “contendibilità” dei ruoli e degli incarichi.  Per contendere, ovviamente, occorre avere una base di consenso e il consenso si misura con i “propri” iscritti e i propri elettori, che necessariamente sono legati alle persone, ai leader nazionali e ai capibastone locali. Non esiste, quindi, un corpo unitario di partito ma un’insieme di pezzi l’un contro l’altro armati che formano, come dicono i più raffinati, un campo di forze. È questa l’anima del PD sancita dallo statuto e che impone le primarie, poi anche le parlamentarie, come momento in cui si contano le forze. Non esistono congressi in cui c’è il confronto e l’incontro delle idee, viceversa c’è il “votificio”. Ogni competitore cerca dunque consensi, li cerca dovunque, del resto chiunque può votare il segretario e i membri dell’assemblea nazionale o regionale. Questo meccanismo di formazione dei gruppi dirigenti e della rappresentanza è espressione di una concezione della politica e del partito che mescola elettoralismo e plebiscitarismo. Molto del consenso si regge su promesse per incarichi pubblici e sull’uso di parte delle risorse pubbliche. La necessità di trovare voti e finanziamenti sempre più alti alle filiere elettorali ha spinto, e spinge, qualcuno a percorrere vie imperdonabili. La corruzione politica va punita dalla legge e basta. In questo contesto, dov’è il ruolo degli iscritti e dei circoli per decidere le scelte politiche nazionali e locali? Molti segretari di circolo, molti eletti, molti iscritti combattono per affermare un’idea di partito diversa, altri no.

Il pluralismo dimenticato e la tirannia della maggioranza

La direzione politica di Renzi ha praticamente azzerato la questione del pluralismo sociale e delle culture politiche, che è una caratteristica fondativa del PD, nel momento in cui, rifiutando ogni mediazione, afferma che è la maggioranza che decide e poiché la maggioranza è a lui fedele, ha sempre ragione lui: non c’è più una dialettica interna democratica.

Se diamo una senso a tutto quello che è successo in questo ultimo anno e mezzo è difficile non constatare come si sia rotto il patto fondativo con cui milioni di persone e di lavoratori avevano pensato e avviato la costruzione del PD come forza popolare riformista di laici e religiosi. Una forza che dopo le encicliche di papa Francesco, chiamarla ancora di centro sinistra è a dir poco arretrato.

I temi dell’Assemblea del 4 luglio a Roma: “Futuro a sinistra”

Per dare una risposta alla domanda iniziale è evidente che il PD originario non c’è più e di questo l’Italia se ne è accorta. Tuttavia, per far superare la crisi al paese e transitare l’Italia e l’Europa verso più avanzati assetti sociali, ecologici e democratici vanno combattute e sconfitte le politiche liberiste in Italia e in Europa, va contrastato il razzismo delle destre e il populismo agitatorio, e per farlo occorre recuperare l’astensionismo attraverso il coinvolgimento e il protagonismo sociale e programmatico dal basso. Ve ripensato ed esteso il fronte sociale e culturale del centro sinistra, in cui ci possa essere sia un nuovo centro, sia una nuova forza di sinistra, autonoma, popolare e riformista.

Il 4 luglio si ragionerà di tutto ciò.

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