Renzi e Squinzi distanti 822 km, ma culturalmente vicini. Troppo vicini. Solo la Camusso rompe il silenzio con la critica

Renzi e Squinzi distanti 822 km, ma culturalmente vicini. Troppo vicini. Solo la Camusso rompe il silenzio con la critica

Non è semplice fare il punto politico su una giornata a suo modo significativa, perché, per una volta, i protagonisti di questo racconto sono i lavoratori, gli imprenditori, i sindacati, la produzione industriale, il futuro dell’Italia. Per una serie di circostanze curiose, e studiate a tavolino, nel giorno dell’Assemblea nazionale di Confindustria all’Expo di Milano, il premier Renzi va a far visita allo stabilimento FCA, Fiat-Chrysler, di Melfi, in Basilicata. A Milano, il governo era comunque rappresentato da Federica Guidi, ministro dello Sviluppo economico ed ex vicepresidente della stessa associazione imprenditoriale. A Melfi, nelle stesse ore, il premier Renzi, accompagnato non a caso da Graziano Delrio, titolare del Ministero delle Infrastrutture, incontrava John Elkann, Sergio Marchionne e gli operai. Milano è divisa da Melfi da circa 822 chilometri, ma non vi è alcuna distanza ideologica, né politica, né culturale tra Renzi e il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi.

Squinzi e Renzi: uno a Milano e l’altro a Melfi, 822 km di distanza, ma così affettuosamente e culturalmente legati

Molta stampa ha accentuato la scelta di Renzi di non essere a Milano, ma se si osserva la filigrana ideologica dei loro ragionamenti, si scoprono affinità, non solo elettive, ma politiche molto significative. E per coloro che ancora non l’avessero inteso con chiarezza – e ci riferiamo qui ai tanti compagni e amici delle minoranze del Pd, in assordante silenzio – Renzi è davvero il campione di un pericoloso cambiamento della società italiana, a favore, e in totale subalternità, delle richieste degli industriali e degli imprenditori. D’altro canto, la ministra Guidi l’ha detto esplicitamente ai suoi colleghi imprenditori, “vi abbiamo dato tutto ciò che avevate chiesto”, senza che questa sciagurata ma veritiera frase, sollevasse almeno uno spunto critico, una dichiarazione critica, una riflessione pubblica da parte della sinistra politica. I sindacati, invece, hanno replicato, e con forza, con Susanna Camusso in prima linea, seguita dal segretario Cisl. Ma davvero, ci saremmo attesi che un giudizio critico su parole e atteggiamenti di Renzi (che resta pur sempre il segretario del Pd) e della ministra Guidi, fosse pervenuto dal compagno Cuperlo, o da Bersani, piuttosto che da Stefano Fassina.

La relazione di Squinzi, un inno omerico a Renzi

Andiamo alla sostanza della giornata. La relazione di Squinzi, al netto dei salamelecchi di circostanza, è stata un inno omerico alle scelte del governo in materia di mercato del lavoro e incentivi alle imprese, contenuti nel Jobs Act. Ci spiace per Giuliano Poletti e per la sua storia importante, ma gli saranno fischiate le orecchie quando Squinzi ha sostanzialmente, e non tanto velatamente, affermato che in fondo l’eliminazione dell’articolo 18 e le leggi delega sono stati decisi sotto dettatura di Confindustria. Infatti, “le riforme sono una cifra importante dell’impegno di Confindustria a favore dell’impresa”, ha detto testualmente Squinzi. Più chiaro di così non poteva essere. Tuttavia, Squinzi si è guardato bene dal dire alla sua platea se le imprese italiane vogliono correre qualche rischio investendo in produzione e lavoro.

E neppure la signora ministra Guidi ha voluto ricordare (ma era in pieno conflitto di interessi, suvvia) che qualcuno, in Italia, ha spostato centinaia di miliardi dalla produzione industriale ai profitti finanziari, come ad esempio spiega Luciano Gallino in un libro di intensa intelligenza, Finanzcapitalismo, edito da Einaudi. E naturalmente, nessuno ha voluto ricordare che in moltissimi casi (vedi Ilva di Taranto) i profitti si sono privatizzati, mentre le perdite si sono socializzate. E se poi qualcuno, al governo o nel Parlamento, si azzarda a legiferare in materia di regole fiscali e di falso in bilancio, ecco che si becca pure l’anatema di Squinzi: “c’è un abito mentale diffuso che pensa a imprenditore come nemico della collettività”. Parole che avrebbero dovuto scatenare un putiferio nelle valutazioni del governo del Pd, e che invece sono passate sotto discreto silenzio. Quella che una volta Alfredo Reichlin chiamava “l’economia di carta che uccide l’economia reale” non era figlia delle scelte degli imprenditori? E i tanti aiuti statali? E non c’è una complicità anche degli imprenditori nella fenomenologia della corruzione? In fondo, si tratta sempre di competizione sleale. E forse non vi è da riscrivere qualche altra regoletta sugli appalti pubblici, sui subappalti, sui massimi ribassi, che creano mostri economici e producono tanti morti sul lavoro? Ma si sa, l’imprenditore è il “centro dell’economia”, come avrebbe detto l’economista di destra Schumpeter, sbagliando. E infine, vogliamo sommessamente ricordare a Squinzi, soprattutto quando lancia anatemi ideologici, quello che invece dice da tempo e a gran voce un economista premio Nobel come Joseph Stieglitz a proposito del differenziale tra salari e delle nuove disuguaglianze nel mercato del lavoro: “oggi un amministratore delegato guadagna 300 volte più della media dei dipendenti, una volta questo rapporto era di uno a 30”.

Con Marchionne, l’elogio di Renzi all’eroico imprenditore

E chi è oggi l’amministratore delegato più famoso d’Italia? Ovvio, Sergio Marchionne. E chi era con lui mentre Squinzi inneggiava al governo e cantava le lodi dell’italico imprenditore? Il presidente del Consiglio. E qualcuno nel Pd, nel governo, ha cercato di sussurrare al suo segretario che, sì, in fondo, un po’ di disuguaglianze ci sono tra Marchionne e gli operai di Melfi con i quali Renzi si è fatto fotografare? Macchè, solo pacche sulle spalle, elogi alle imprese, dove “si creano posti di lavoro”, come ha detto Renzi. Mica qui alla Fiat si tratta con quei quaquaraqua che vanno “il martedì in televisione, dove non si creano posti di lavoro, e dove dicono tutto il male di noi”, riferendosi a Maurizio Landini. Erano distanti 822 chilometri Renzi e Squinzi, ma quant’erano vicini, quant’erano stretti ideologicamente e culturalmente, nella esaltazione dell’imprenditore, che, ohibò, crea lavoro (come poi sia la qualità di questo lavoro non importa, e non importa quale sia la natura delle nuove disuguaglianze, l’importante è che “esistano persone come Marchionne”). E il buon Sergio Marchionne ha voluto ripagare pubblicamente tanto amore sviscerato dal premier annunciando mille assunzioni in Fca entro fine anno. Applausi, brindisi, inni di gioia. Ma la realtà dice altro, parla d’altro.

Le dichiarazioni critiche e sensate di Susanna Camusso

E infatti è toccato, come accade ormai sempre, ai sindacati evitare di accodarsi alla ubriacatura demagogica e richiamare a un minimo senso della realtà e della verità. Susanna Camusso è stata come sempre esplicita, ma non per ragioni anticonfindustriali e pregiudiziali, ma perché il suo richiamo alla fattualità fosse compreso e condiviso. “Mi preoccupa che in una relazione fondata sull’innovazione si proponga in realtà la ricetta più antica del mondo, cioè quella della riduzione dei salari”.

La “linea” del premier Renzi, ovvero “delegare alle imprese il tema della crescita del paese forse non funziona e non aggredisce il nodo disoccupazione”. Per Camusso, dai dati Ocse emerge “che il grande tema del nostro paese continua a chiamarsi disoccupazione, che il divario con l’Europa è sempre più evidente anche rispetto alle soluzioni di uscita dalla crisi”. A suo avviso, inoltre, “non hai una risposta sul tema della disoccupazione giovanile se non lanci una consistente politica di investimento e industriale che crei lavoro”. Nella lettera inviata a Confindustria, Renzi afferma di stare a fianco del settore manifatturiero: “Stare con il manifatturiero da parte di un governo vorrebbe anzitutto dire avere un’idea di politica industriale”.

Una battuta anche sull’incontro di ieri tra governo e sindacati, sul tema degli ammortizzatori sociali. “Per quello che siamo riusciti a capire, in assenza delle norme, siamo in presenza di un restringimento degli ammortizzatori. Fare una discussione su un tema così complesso come gli ammortizzatori sociali, senza accedere ai testi delle norme, dimostra la finzione di questi incontri”.

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