Musica: Jeff Beck, il pioniere delle sei corde

Musica: Jeff Beck, il pioniere delle sei corde
Il ruolo della chitarra nel rock
Il Pantheon della chitarra rock è occupato nello scranno più alto da Jimi Hendrix. Nessuno come lui è stato fondamentale e innovativo per l’evoluzione dello strumento simbolo del rock’n’roll. Accanto a lui ci sono gli altri protagonisti delle sei corde come Eric Clapton, Jimmy Page e Ritchie Blackmore che hanno dato un contributo significativo per lo stile, il suono e il fraseggio. Tra i grandi quello meno conosciuto è senza dubbio Jeff Beck, classe 1944, uno strumentista eccelso, un profondo innovatore e creatore di effetti sonori che hanno fatto la storia del rock.
Tra i grandi della chitarra ci sono ovviamente altri musicisti che hanno percorso strade diverse dal blues ma che sono stati lo stesso decisivi per l’evoluzione dello strumento come Robert Fripp, il fondatore dei King Crimson, Steve Howe degli Yes, Steve Hackett per molti anni nei Genesis e Jan Hakkerman dei Focus. Questi eccellenti chitarristi hanno cercato di fondere elementi della musica classica e del jazz con il linguaggio del rock.
Jeff Beck rappresenta da quasi mezzo secolo il punto d’incontro tra la tradizione del blues e le contaminazioni con il jazz e la fusion. Il chitarrista, nato in un sobborgo nei pressi di Londra ha percorso il periodo del ‘british blues’ degli anni ’60 militando nella band degli Yardbirds (in cui suonarono Clapton e Page). Poi fondò il Jeff Beck Group che tra la fine degli anni ’60 e i primi ’70 fu protagonista del blues sanguigno e raffinato grazie anche alla presenza di musicisti come Cozy Powell, Max Middleton, Carmine Appice e Tim Bogart. Alcuni anni dopo stupì la critica internazionale per alcuni straordinari album di jazz-fusion che ebbero un notevole successo e videro la presenza di virtuosi jazzisti come il tastierista Jan Hammer e il batterista Narada Micheal Walden.
Eclettismo e originalità
Jeff Beck sin dalla tenera età cantava nelle chiese e a dieci anni ebbe le sue prime esperienze strumentali suonando una vecchia chitarra acustica. Iniziò la propria carriera nei primi anni sessanta come turnista, cosa che contribuì in maniera determinante allo sviluppo del suo stile unico e alle sue innovazione tecnico-strumentali. Facendo il session man Beck doveva assecondare i diversi stili dei musicisti con cui suonava adattando il suo approccio tecnico ed esecutivo.
La sua prima registrazione come chitarrista risale al 1964 per l’etichetta Parlophone che nello stesso anno pubblicò il singolo del gruppo The Fitz and Startz intitolato “I’m Not Running Away”. Nel 1965 fu reclutato dagli Yardbirds, che avevano appena perso Eric Clapton, trasferitosi nei John Mayall’s Bluesbreakers. Fu con Beck che gli Yardbirds divennero un gruppo famoso sulla scena del rock britannico della fine degli anni sessanta. Beck, in particolare, si dimostrò un abile show man e nella formazione, assieme a Jimmy Page, appare anche nel film cardine della Swinging London: “Blow-Up” del 1966, in cui gli Yardbirds girarono alcune sequenze nelle quali Beck distrugge una chitarra (ad imitazione di Pete Townshend degli Who, scelti in un primo tempo per la pellicola di Antonioni). Nel 1966 Beck condivise il proprio ruolo di chitarra solista degli Yardbirds con Jimmy Page. Con il gruppo riuscì a incidere un unico album, “Roger the Engineer” (1966); dopo 18 mesi, adducendo motivi di salute, abbandonò il gruppo. Senza di lui gli Yardbirds ebbero vita assai breve e nel giro di qualche anno si sciolsero.
L’anno successivo Beck fondò una nuova band, chiamata Jeff Beck Group; includeva un giovane cantante biondo di nome Rod Stewart, Ron Wood (futuro membro dei Rolling Stones) al basso, Nicky Hopkins al pianoforte e Mick Waller alla batteria. Il gruppo incise due album: “Truth” del 1968 e “Beck-Ola” del 1969. Entrambi questi lavori furono molto ben accolti dalla critica, e sono oggi considerati antesignani del genere hard rock (tra l’altro precedettero di poco il primo e acclamatissimo disco dei Led Zeppelin).
Alla fine del 1969, attriti all’interno del gruppo portarono Stewart e Wood ad abbandonare. Beck creò una seconda incarnazione della band, con Clive Chapman al basso, Max Middleton alle tastiere, Cozy Powell alla batteria e Bob Tench alla voce. Questa eccellente band prese una direzione artistica decisamente diversa dal precedente, unendo elementi pop, rock, rhythm’n’blues e jazz, anticipando la fusion. Pubblicarono due album: “Rough and Ready” (1971) e “The Jeff Beck Group” (1972). Anche questa seconda incarnazione del Jeff Beck Group si sciolse dopo poco tempo. Forse l’unico ‘limite’ di Jeff Beck che probabilmente ha penalizzato il successo della sua carriera è stato quello che non fu mai un bravo leader nel tenere unite le sue band.
Nel 1972, Beck diede vita a un’altra formazione, il “Power trio Beck, Bogert & Appice”, con Carmine Appice alla batteria e Tim Bogert al basso (sezione ritmica dei Vanilla Fudge); questa formazione incise soltanto un singolo di successo, una cover di “Superstition” di Stevie Wonder.
Nel 1975, Beck registrò un album solista strumentale decisamente fusion, “Blow by Blow”, che ebbe un successo inaspettato di pubblico e di critica. Questo lavoro fu seguito da una collaborazione di Beck con il virtuoso delle tastiere Jan Hammer (ex Mahavishnu Orchestra) per l’album “Wired” (1976), forse il miglior album della sua carriera. In seguito, Beck incise in modo sporadico, dedicandosi a propri lavori solisti o discontinue collaborazioni. Fra i lavori solisti si devono citare “There & Back” (1980, con Simon Phillips e Jan Hammer), “Flash” (1985, con Rod Stewart e Jan Hammer), “Jeff Beck’s Guitar Shop” (1989, con Terry Bozzio), Crazy Legs (1993), Who Else! (1999), e “You Had It Coming” (2001), “Jeff” (2003). Memorabile il live del 2008 “At Ronnie Scotts). Fra le collaborazioni si possono citare quelle con Jon Bon Jovi, Les Paul, Cyndi Lauper, Roger Waters (Amused to Death), Brian May (Another World), ZZ Top (XXX), Carlos Santana e con molti altri artisti di fama mondiale.
Jeff Beck è indiscutibilmente un innovatore dello stile chitarristico; ha un tocco molto personale anche perché non usa mai il plettro. Sia nella fase ritmica che nelle parti soliste pizzica le corde con le dita insieme alla leva del vibrato di cui è un maestro indiscusso. La sua tecnica (il suo approccio è essenzialmente da autodidatta) di improvvisazione è sempre stata molto originale: ha puntato alla varietà delle sonorità che al virtuosismo fine a se stesso. I suoi assoli non sono mai indirizzati alla velocità con la mano sinistra. Jeff Beck ha sempre focalizzato il suo stile alla formula di suonare poche note (quelle essenziali), dando molta importanza al suono e alle timbriche, facendo a volte ‘letteralmente parlare’ la chitarra. Può essere tranquillamente definito come un vero e proprio ‘artigiano’ del suono e nel corso dei decenni è diventato uno dei chitarristi più imitati e preso come punto di riferimento per ogni aspirante ‘guitar hero’.
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