Papa Francesco: il lavoro è dignità, va sottratto al dominio del mercato

Papa Francesco: il lavoro è dignità, va sottratto al dominio del mercato

Dom Helder Camara, uno dei più grandi vescovi dell’America Latina, usava dire che quando preparava il piatto caldo per le migliaia di poveri presso le mense della Charitas, tutti lo applaudivano, ma se indicava quali fossero le vere e violente cause della povertà del mondo (diseguaglianze sociali e sfruttamento del lavoro) lo accusavano, in Vaticano, di essersi convertito al marxismo. E quando, più avanti nel tempo, un intellettuale indiano come Amartya Sen indicò che esiste un nesso profondo tra la povertà e la qualità della democrazia, per cui gli stati più poveri sono ovviamente non democratici proprio perché poveri, gli conferirono nel 1998 il premio Nobel per l’economia, forse per assorbirne la portata rivoluzionaria delle sue tesi. Chissà come giudicherebbero oggi le parole che papa Francesco ha rivolto a cardinali e vescovi e sacerdoti riuniti alla XXVIII Assemblea plenaria del Pontificio Consiglio Iustitia et Pax.

Immaginiamo, per gioco, che Camara si sarebbe alzato e sarebbe corso a dargli la mano, mentre Amartya Sen avrebbe volenteri consegnato a lui il Nobel per l’economia. Cos’ha detto, oggi, di così rivoluzionario papa Francesco? Ha semplicemente, ma non banalmente, tracciato i limiti del mondo contemporaneo, scoprendo, appunto, un nesso rilevantissimo tra le cause della povertà e la negazione della democrazia, in moltissimi paesi, anche occidentali. E non solo. Ha aggiunto qualche valutazione sul tema del lavoro come diritto. Sembra poco? Sembra molto? Non lo sappiamo. Sappiamo che però la sua analisi e la sua valutazione del mondo sono state profonde ed efficaci, e finalmente senza tanti giri di parole. Insomma, Francesco ha rimesso al centro dei governanti del mondo quello che da tempo era sparito dalla loro agenda, così piena di calcoli matematici e di futile discorso tecnicistico: lo sguardo lungo, verso l’orizzonte di senso, della politica, nell’era della globalizzazione.

Cosa dice papa Francesco, con una invidiabile capacità di sintesi, alla umanità contemporanea? “Uno degli aspetti dell’odierno sistema economico è lo sfruttamento dello squilibrio internazionale nei costi del lavoro, che fa leva su miliardi di persone che vivono con meno di due dollari al giorno. Un tale squilibrio non solo non rispetta la dignità di coloro che alimentano la manodopera a basso prezzo, ma distrugge fonti di lavoro in quelle regioni in cui esso è maggiormente tutelato. Si pone qui il problema di creare meccanismi di tutela dei diritti del lavoro, nonché dell’ambiente, in presenza di una crescente ideologia consumistica, che non mostra responsabilità nei confronti delle città e del creato”. Come andrebbe considerata questa analisi del mondo contemporaneo in cui i potenti si sono bevuti il cervello con l’ideologia consumistica della globalizzazione? E a quale prezzo?

Papa Francesco cita, e non a caso, l’enciclica Caritas in Veritate di Benedetto XVI, facendo discendere la verità di questa analisi da quelle parole, dure come pietre. Come se questa osservazione del mondo fosse il punto di partenza di una nuova Chiesa che non comincia con Francesco, e che si scopre debitrice della potenza del pensiero del papa Ratzinger. E questa nuova Chiesa coglie finalmente il nesso tra le nuove e vecchie povertà, le nuove e vecchie ingiustizie sociali, con la qualità delle democrazie, soprattutto occidentali: “La crescita delle diseguaglianze e delle povertà mettono a rischio la democrazia inclusiva e partecipativa, la quale presuppone sempre un’economia e un mercato che non escludono e che siano equi. Si tratta, allora, di vincere le cause strutturali delle diseguaglianze e della povertà”. Francesco riesce a conciliare dom Helder Camara e Amartya Sen: non basta più il pasto caldo, ma occorre “vincere le cause strutturali della disuguaglianza e della povertà”, perchè da esse dipende soprattutto la qualità della nostra democrazia. Francesco dice al mondo che essere poveri significa subire una ingiustizia sociale che allontana dalla partecipazione, dalla vita pubblica.

Ma la Chiesa non è un istituto di sociologia, e non si limita ad analizzare le ingiustizie sociali determinate dal nuovo capitalismo della globalizzazione. La Chiesa è chiamata a intervenire. Come? Il richiamo questa volta è ad Evangelii Gaudium, esortazione apostolica scritta da papa Francesco e promulgata il 24 novembre del 2013, nella quale, dice il papa, “ho voluto segnalare tre strumenti fondamentali per l’inclusione sociale dei più bisognosi, quali l’istruzione, l’accesso all’assistenza sanitaria e il lavoro per tutti”. E osserva: “lo Stato di diritto sociale non va smantellato ed in particolare il diritto fondamentale al lavoro. Questo non può essere considerato una variabile dipendente dai mercati finanziari e monetari. Esso è un bene fondamentale rispetto alla dignità, alla formazione di una famiglia, alla realizzazione del bene comune e della pace. L’istruzione e il lavoro, l’accesso al welfare per tutti, sono elementi chiave sia per lo sviluppo e la giusta distribuzione dei beni, sia per il raggiungimento della giustizia sociale, sia per appartenere alla società e partecipare liberamente e responsabilmente alla vita politica, intesa come gestione della res publica. Visioni che pretendono di aumentare la redditività, a costo della restrizione del mercato del lavoro che crea nuovi esclusi, non sono conformi ad una economia a servizio dell’uomo e del bene comune, ad una democrazia inclusiva e partecipativa”. Più chiaro di così non si poteva dirlo, davvero. Non v’è da aggiungere altro, se non sperare che i cattolici al governo, nei diversi paesi europei, e del mondo, leggano queste parole e cambino le loro sciagurate politiche economiche e sociali, dettate da tecnicismi ecomicistici e banali calcoli. La forza di papa Francesco è nella sua capacità di svelare, con apparente semplicità di linguaggio, la verità del mondo. La debolezza “strutturale” degli attuali governanti cattolici risiede nella incapacità di seguire il suo messaggio. Tutto qui.

Pino Salerno

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