Alfonso Gianni. È necessario aprire un processo costituente per una nuova sinistra

Alfonso Gianni. È necessario aprire un processo costituente per una nuova sinistra

In una recentissima intervista rilasciata all’Huffington Post, Luciano Canfora risponde così alla domanda del giornalista che gli chiede che cosa rappresenta Enrico Letta: “Ho un’ottima considerazione di Letta come studioso, ha avuto un grande successo a Parigi. Persona fine, colta, vittima del bullismo renzismo che il Pd ha ancora dentro di sé. Cosa riesca a fare questo uomo intelligente, colto e molto educato, non lo posso sapere”. Ma è abbastanza visibile lo scetticismo di fondo del grande storico nei confronti del neosegretario del Pd. È uno scetticismo che parte da un’analisi spietata di cosa sia diventato il Pd, come viene esplicitato nella restante parte dell’intervista.

In effetti la domanda posta a Canfora è più che pertinente. Per quello che vale cercherò di fornire una mia risposta, pur con tutte le approssimazioni legate alla inevitabile brevità di un articolo. Pur condividendo il giudizio sulle qualità umane e culturali di Letta, credo che il suo avvento alla segreteria del Partito democratico non sia un semplice passaggio di consegne dettato dalle dimissioni di un esausto e deluso Nicola Zingaretti e dalla assenza di altri candidati che potessero acquietare le turbolenze delle varie correnti. Rappresenta invece un salto di qualità, in questo caso in negativo, per l’intero Pd, sempre più sospinto da una scelta governista che si è venuta via via rafforzando per diventare l’unica strategia di quel partito.

Ha ragione Gianni Cuperlo nel constatare che “da quindici anni non vinciamo un’elezione politica e nonostante ciò per oltre undici di questi quindici anni siamo stati al governo del paese”. Ma il pericolo paventato da Cuperlo che il governo diventi il fine e non il mezzo è realtà compiuta da qualche tempo e bisogna trarne le dovute conseguenze. Il Pd ha accettato la convivenza governativa con la Lega, ma non poteva sopportare di perdere peso nel governo Draghi, come è accaduto soprattutto con l’esautorazione di Roberto Gualtieri dal Mef. Il quale non è stato salvato neppure dall’accredito personale di cui godeva a livello europeo. La realtà è che dal punto di vista delle élite europee, anche quelle meno retrive, il Recovery Plan italiano non può fallire, perché questo significherebbe una sconfitta per l’intera svolta europea maturata negli accordi dello scorso luglio e che ha dato vita al Recovery Fund e alla Next Generation Eu. Per questo nel posto chiave, la titolarità del Ministero dell’economia e della finanza, ci voleva un uomo di assoluta fiducia di Draghi. E così è successo.

La chiamata di Letta come salvatore di una barca che fa acqua da tutte le parti rappresenta una ulteriore spinta lungo la deriva governista. Se finora erano i segretari del Pd a diventare presidenti del Consiglio, questa volta il percorso è inverso. Da partito-stato a stato-partito, si potrebbe dire con un po’ di ironia. I mass-media si sono sbizzarriti a trovare convergenze fra Draghi e Letta, unificandoli nel filone “riformista”. Viene ricordato che Letta fu uno degli allievi prediletti di Beniamino Andreatta, il celebrante del divorzio fra Tesoro e Bankitalia e Draghi fu negli anni Ottanta consigliere del ministro del Tesoro del tempo e nei Novanta direttore generale di quel ministero – dalla cui tolda di comando diresse la campagna delle privatizzazioni – per poi nel 2006 giungere alla presidenza di Bankitalia. Il nuovo assetto dirigente del Pd serve quindi ad assicurare solidità e durata al governo Draghi, cercando al contempo di frenare l’esuberante protagonismo di Matteo Salvini.

Ma se questo è il quadro che si sta delineando, si avverte ancora di più la mancanza di una sinistra nel paese. Cui non si può rispondere immaginandosi improvvisi ripensamenti in casa Pd o affidandosi alle improbabili Agorà di Goffredo Bettini, cui invece Mario Tronti, in una recente intervista giornalistica, sembra dare credito. Credo sia molto difficile, se non impossibile, invertire l’attuale corso del Pd dal suo interno. Questo potrebbe avvenire, se mai succederà, per cause esterne particolarmente deflagranti per gli assetti di tutto il quadro politico e dei partiti che lo compongono.

Né si può sperare che sommando le microforze esistenti alla sinistra del Pd si riesca a scavallare i prossimi appuntamenti elettorali, siano essi amministrativi che nazionali – legge elettorale permettendo in questo secondo caso – e sulla base di questo ridare fiato a una forza di sinistra. Le esperienze passate, anche quando hanno permesso di superare il quorum, dimostrano che non è dalle urne che parte una nuova soggettività politica. Vedo un’unica possibilità, per quanto tutt’altro che facile. Aprire un processo costituente inclusivo, in cui forze più o meno organizzate, associazioni, gruppi, esperienze di lotte territoriali si possano incontrare considerandosi transitorie per raggiungere un esito non predefinito e non predefinibile, essendo appunto il frutto di un processo costituente.

Le energie per aprire un simile processo non mancano se si guarda non tanto a ciò che resta della sinistra d’alternativa organizzata, ma soprattutto alla vivacità di azione e di pensiero che è emersa, proprio in questa drammatica crisi pandemico-economica, a livello della società civile. Se si guarda alla conflittualità crescente, con risultati concreti, in settori frammentati come i riders o i lavoratori di Amazon, chiamati tra poco ad uno sciopero internazionale, o allo stesso contratto dei metalmeccanici, si constata che il mondo del lavoro sta riprendendo una sua forza e una centralità nel campo del conflitto sociale.

Tanto più appare singolare il credito che i sindacati confederali forniscono a Draghi e Brunetta, con l’enfasi posta sul “Patto per l’innovazione del lavoro pubblico e la coesione sociale” dal momento che non si vedono né le linee di riforma della Pubblica amministrazione, né le novità del contratto rispetto alle precedenti proposte del governo. Il rischio è che il tutto si risolva nell’enfasi del momento.

Un simile processo costituente deve partire dalla delineazione dei caratteri ideali, politici e programmatici della nuova soggettività di sinistra. Non manca la forza delle idee, ma l’idea della forza. Lo stato del mondo chiarisce più che a sufficienza che bisogna ripartire dall’uguaglianza – come diceva Norberto Bobbio: la discriminante fra destra e sinistra – che non può essere intesa come uno stato di partenza (peraltro l’ascensore sociale non funziona da decenni) ma una condizione da difendere e costruire continuamente. Altrimenti saremmo al di sotto di ciò che prevede la nostra Costituzione nel suo famoso e fondamentale articolo 3. La ricerca dell’uguaglianza non si contrappone al riconoscimento delle differenze ma deve portarle a valore, come quelle di genere o culturali, impedendo che esse siano invece motivo e oggetto di discriminazione. Il legame – storicamente mancato- fra uguaglianza e libertà richiede che per quest’ultima si intenda la libertà “di”, non solo da quella “da”, esaltando quindi la creatività individuale e collettiva. In questo quadro può e deve essere recuperato un moderno spirito internazionalista per sottrarre alla miseria e alla pandemia l’intera popolazione mondiale, per sostenere al contempo la lotta per una libera scelta di sopravvivenza e di luogo di vita, di cui i migranti siano i moderni protagonisti e non solo le vittime. “È la semplicità che è difficile a farsi”, per scomodare una famosa citazione, ma proprio per questo bisogna muoversi con decisione in questa direzione.

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