Domenico Gallo. 16 gennaio 1991, lo scoppio della Guerra del Golfo: uno spartiacque nella storia

Domenico Gallo. 16 gennaio 1991, lo scoppio della Guerra del Golfo: uno spartiacque nella storia

In una notte senza luna si sono levati in volo gli elicotteri ed hanno accecato i radar della difesa antiaerea con missili intelligenti, subito dopo si sono levati in volo i bombardieri e si è scatenato l’inferno. È iniziato così il primo massacro bellico organizzato dopo la caduta del muro di Berlino. Se ci voltiamo indietro e ripensiamo alla seconda metà del novecento è a quella data (il 16 gennaio 1991), all’inizio della guerra del Golfo che bisogna far risalire la svolta nella storia che ci ha portato alle asperità e ai drammi del tempo presente. Per comprenderne il significato profondo di svolta nelle relazioni internazionali bisogna recuperare il clima che si era determinato con la fine della guerra fredda. Il crollo del muro di Berlino fu lo sbocco di un processo di distensione dovuto allo straordinario processo di rinnovamento delle relazioni internazionali introdotto dalla perestroika, quando l’Unione Sovietica guidata da Gorbaciov depose le armi del confronto militare facendo franare la reciprocità violenta dell’equilibrio del terrore e restituendo la libertà di autodeterminazione ai popoli che teneva assoggettati al suo controllo. Il crollo del muro fu vissuto in tutto il mondo come l’epifenomeno che annunciava la fine di un’era, quella della guerra fredda che aveva ingessato l’ordine pubblico mondiale, determinando la caduta di quella impenetrabile barriera politica e militare, la cortina di ferro, che aveva diviso l’Europa lungo le linee armistiziali della seconda guerra mondiale. In quell’epoca furono stipulati accordi sul disarmo impensabili fino a qualche anno prima, come il trattato INF che suggellò il ritiro degli euromissili, furono delegittimate le alleanze militari contrapposte, fino al punto che si arrivò allo scioglimento del Patto di Varsavia (deliberato a Mosca il 7 luglio 1991). Si svuotavano gli arsenali, si riducevano in tutto il mondo le spese militari ed i popoli confidavano di ricevere i dividendi della pace ristabilita. In questa breve stagione l’ONU, finalmente scongelata, cominciò a svolgere efficacemente il ruolo per il quale era stata istituita e riuscì a risolvere alcune delle più incancrenite situazioni di conflitto, come quelle della Namibia, della Cambogia, del Salvador ed il suo Segretario Generale, Boutros Ghali, a concepire una ambiziosa Agenda per la Pace.

Persino nel conflitto più insanabile come quello fra israeliani e palestinesi si insinuò una speranza di composizione pacifica se nel dicembre del 1989 migliaia di persone da tutto il mondo affluirono a Gerusalemme per incarnare una speranza che si stava avverando con un’iniziativa che, non a caso, fu denominata 1990: time for peace! In altre parole si respirava un clima di euforia che vedeva l’umanità finalmente sottratta al ricatto della violenza bellica ed incamminata lungo quel binario, prefigurato dalla Carta dell’ONU, che portava alla pace attraverso il diritto. Questo scenario è stato brutalmente strappato dagli architetti dell’ordine mondiale che hanno imposto una svolta nella storia. Se la caduta del muro di Berlino è un evento che guarda al passato perché segna la fine di un mondo, la guerra del Golfo è un evento che ha segnato il futuro perché ha cambiato direzione al corso della storia indirizzandoci verso l’orizzonte oscuro nel quale siamo immersi.

Nei circoli occidentali la fine della guerra fredda è stata interpretata come una vittoria ed il ritiro dell’Unione sovietica dalla competizione militare come frutto di una sconfitta determinata dalla soverchiante potenza militare ed economica dell’Occidente. Anche in Italia fu questa l’interpretazione “ufficiale” che l’ex Ministro degli esteri De Michelis fornì alla Camera il 20 marzo 1990. La lezione che gli architetti dell’ordine mondiale trassero dagli eventi del 1989 fu che dal mondo bipolare si potesse passare all’avvento di un mondo monopolare in cui una unica superpotenza (con un contorno di alleati subalterni) avrebbe garantito la pace e l’ordine pubblico internazionale attraverso la propria supremazia economica, politica e militare. L’occasione per imporre un cambiamento di rotta nelle relazioni internazionali fu offerta dal gioco d’azzardo di una potenza regionale in crisi, l’Iraq di Saddam Hussein che il 2 agosto del 1990 con un blitz occupò il Kuwait e si impadronì dei suoi pozzi di petrolio. Quello stesso giorno il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con la risoluzione 660, condannò l’invasione del Kuwait, esigendo il ritiro immediato ed incondizionato dell’esercito iracheno. Il 6 agosto il Consiglio di Sicurezza con la risoluzione 661 impose un durissimo embargo all’Iraq e con la risoluzione 665 del 25 agosto, autorizzò l’uso di forze navali nel Golfo persico per monitorare il rispetto dell’embargo. Per gli Stati Uniti, fu l’occasione storica per preconizzare l’avvento di quello che George Bush definì “un nuovo ordine internazionale” che avrebbe contrassegnato il secolo americano. Gli Stati Uniti radunarono nel Golfo una sorta di “invincibile armata” e ostacolarono ogni mediazione che potesse portare al ritiro pacifico dell’esercito iracheno dal Kuwait. La guerra venne programmata con la determinazione e l’entusiasmo di costruire un evento che avrebbe dato luogo ad una svolta nella storia, e fu portata a termine per nessun altro fine che quello di rilegittimare il ricorso alle armi come strumento di tutela dei propri interessi da parte delle potenze occidentali. Tuttavia nel 1990 l’opinione pubblica mondiale ancora non riusciva a concepire il ricorso alla violenza bellica come uno strumento ordinario della politica. Per questo occorreva rivestirla di un manto di legalità. Il Consiglio di Sicurezza sciaguratamente si prestò a fornire questo mantello. Con la risoluzione 678 del 29 novembre ambiguamente autorizzò la coalizione americana a scatenare la guerra, dando all’Iraq un termine ultimativo al 15 gennaio per ritirarsi dal Kuwait. Insomma gli Stati Uniti utilizzarono l’ONU come un negozio di abbigliamento giuridico e la loro iniziativa militare come una sanguinosa campagna di marketing della guerra.

Una volta rotto il tabù, non ci fu più bisogno di indossare le penne dell’ONU. Il novecento si è chiuso com’era iniziato, con il ricorso alla guerra libero da ogni infingimento legale. Quando il 24 marzo 1999 i bombardieri della NATO si sono levati in volo per attaccare la Jugoslavia, non c’è stato bisogno dell’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza, né c’è stato bisogno di invocare il diritto alla legittima difesa collettiva dal momento che la Jugoslavia non aveva aggredito nessuno. L’Alleanza atlantica ha dissotterrato l’ascia di guerra senza che nessuno glielo avesse chiesto, convinta di esercitare una sua prerogativa legittima.

Il passo ulteriore è stata l’aggressione a freddo perpetrata dagli Stati Uniti contro l’Irak nel marzo del 2003 e la conseguente occupazione militare durata fino al dicembre 2011. Quello che fu rimproverato a Saddam Hussein come un gravissimo oltraggio alla legalità internazionale, tredici anni dopo, messa da parte l’ONU, fu replicato liberamente. Non è che non ci avessero avvertito che, una volta reintrodotta la legge della giungla nelle relazioni internazionali sarebbe aumentato il caos e la violenza sarebbe ricaduta anche su di noi. Il 18 gennaio del 2003, Giovanni Floris intervistò Tarek Aziz, l’intellettuale cristiano, vice di Saddam Hussein, e gli chiese cosa sarebbe successo se gli americani avessero invaso l’Iraq e distrutto il suo regime. Ci sarà un’esplosione del terrorismo che colpirà tutto il mondo occidentale, fu la risposta di Tarek Aziz, che si affrettò a precisare che non si trattava di una minaccia che lui rivolgeva all’occidente per scongiurare l’attacco ormai imminente, si trattava di una previsione. Aveva perfettamente ragione!

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