La giornata politica. Ancora polemiche tra Pd e M5S sul caso Autostrade-Benetton. Intanto Di Maio vede Draghi. Si profila un nuovo governo, magari di unità nazionale?

La giornata politica. Ancora polemiche tra Pd e M5S sul caso Autostrade-Benetton. Intanto Di Maio vede Draghi. Si profila un nuovo governo, magari di unità nazionale?

Potrebbe approdare martedì in Consiglio dei ministri il dossier delle concessioni, con la decisione su Autostrade per l’Italia. Lo si apprende da diverse fonti di governo, secondo le quali è prevista un’altra riunione del Cdm lunedì alle 9 di sera ma ad ora all’ordine del giorno ci sono soltanto leggi regionali. Una seconda riunione, probabilmente martedì, potrebbe dunque servire ad affrontare il dossier di Aspi. “In due anni sono riusciti a fare il ponte ma non hanno ancora affrontato il problema di chi deve gestirlo. Mi sembra una contraddizione evidente”, dice il segretario della Cgil Maurizio Landini a Sky a proposito del dossier Autostrade. “Dal punto di vista dei lavoratori io spero e mi auguro che possano raggiungere un’intesa. Che poi ci sia un aumento della presenza pubblica” in Aspi “è importante perché è importante aumentare gli investimenti e diminuire le tariffe”. Sul lato delle reazioni politiche si registra il dissidio interno alla maggioranza tra M5S e Pd. Bisogna “dare risposte e trovare una soluzione, quello che sta succedendo in Liguria credo sia indegno, quello che è successo due anni fa è un fatto inqualificabile: secondo noi i Benetton devono uscire dalla gestione delle nostre autostrade. Noi non abbiamo dubbi, se qualcuno poi ha altre idee noi siamo disponibili anche a lasciar perdere tutto e andare via, gli lasciamo il paese”. ha detto minacciosamente il viceministro allo Sviluppo economico Stefano Buffagni. “Il tema – ha ribadito l’esponente M5S – è riuscire a garantire ai cittadini sicurezza sulle autostrade, che i Benetton non le gestiscano più e che ci sia una diminuzione delle tariffe, qualsiasi strumento si può utilizzare per arrivare a questo noi siamo più che contenti”. Ora si “temporeggia troppo: dobbiamo essere un po’ più rapidi, un po’ più coraggiosi”. Da parte sua, il vicesegretario del Pd Andrea Orlando replica con altrettanta durezza. “Un po’ di chiarezza su Aspi. Al Pd interessa che chi ha nuociuto non nuoccia più, che ci siano garanzie sulle tariffe, gli investimenti, i controlli. Se questo si realizza con la revoca o con un radicale assetto societario tocca al governo dirlo sulla base delle analisi tecniche che a questo punto dovrebbero essere più che sufficienti”. Insomma, se dai 5 Stelle giungono avvisi minacciosi e aut aut al Pd sul caso Autostrade-Benetton, dal partito di Zingaretti si punta a lasciare a Conte eventuali decisioni e soluzioni, mentre da Italia Viva si fa presente, con Maria Elena Boschi, che una eventuale revoca della concessione potrebbe costare miliardi di euro di penalità per lo Stato. Si tratta di una vicenda che forse potrebbe risolversi nei prossimi giorni, con la presentazione del nuovo piano di Aspi e con la decisione in Consiglio dei ministri.

Intanto, una nuova grana giudiziaria per l’ad di Aspi, Tomasi 

L’amministratore delegato di Aspi Roberto Tomasi “non aveva competenza sulle barriere fono-assorbenti”. L’ad “prendeva parte al comitato grandi opere per presentare altri progetti”. E’ quanto chiarisce Autostrade per l’Italia in una nota in merito ad alcune notizie di stampa pubblicate questa mattina. Tomasi, riferiscono Repubblica e Secolo XIX, è stato iscritto sul registro degli indagati nell’inchiesta sui pannelli fonoassorbenti sistemati sulla rete autostradale italiana, non in quanto Ad, ma per la presenza nel ‘comitato nuove opere’, l’organo tecnico che valutava gli investimenti di Aspi prima che fossero sottoposti al consiglio di amministrazione dell’azienda per essere finanziati. Il comitato aveva deciso l’acquisto di una maxi partita per circa 30 milioni di pannelli anti rumore da posizionarsi ai lati dell’autostrada che poi, secondo l’accusa, si sono dimostrati pericolosi. Per questo alla fine del 2019 il sostituto procuratore Walter Cotugno aveva notificato un avviso di garanzia a tutti i membri del gruppo. Il fascicolo è aperto per frode nelle pubbliche forniture e attentato alla sicurezza dei trasporti, secondo il Secolo XIX. L’iscrizione degli indagati è definita dagli inquirenti “un atto dovuto” per dare la possibilità ai manager di chiarire la propria posizione e a gennaio Tomasi, dopo aver ricevuto l’avviso di garanzia, è stato sentito dal pm come persona sottoposta a indagini, ricorda anche il quotidiano ligure, e ha scelto di rispondere per chiarire la sua posizione e replicare agli addebiti. Dopo l’interrogatorio, riferisce in particolare il Secolo XIX, la posizione del manager di Autostrade si è alleggerita. In base alle indiscrezioni sulle indagini ha fornito spiegazioni “esaustive” ed è possibile che nei suoi confronti sia formulata nei prossimi mesi una richiesta di archiviazione.

Esplode il caso Di Maio. Ha incontrato segretamente Draghi? Per parlare di un nuovo assetto della maggioranza e di un nuovo premier?

La notizia spiazza tutti, da destra a sinistra. Ma genera soprattutto interrogativi e dietrologie in un momento di grande difficoltà per il governo, alimenta ipotesi di ‘fuoco amico’ che arrivano da ogni lato, indistintamente da tutte le forze che sostengono il Conte II. E così, quando trapela la notizia data dall’Adnkronos dell’incontro tra Luigi Di Maio e Mario Draghi, ribollono i telefoni dei grillini, dai membri di governo ai peones. Tacciono le chat ufficiali, il timore è che sfoghi e confidenze rimbalzino su lanci di agenzie come accade di frequente. Anche questo, sintomo di un Movimento dove troppo spesso si punta a ferire. Dell’incontro con l’ex numero uno della Bce i big del Movimento erano all’oscuro, così come non ne sarebbe stato messo al corrente il premier Conte. E’ soprattutto questo a destare sospetti, anche se, in una precisazione della Farnesina seguita a stretto giro dall’uscita della notizia, si tiene a precisare che si è trattato di un incontro istituzionale come tanti altri: il ministro degli Esteri, in quanto tale, tesse relazioni e legami. Ma Draghi in passato era finito più e più volte nel mirino dei 5 Stelle, Di Maio compreso. Alessandro Di Battista, anche lui – per quanto risulta all’Adnkronos – all’oscuro dell’incontro e che non vuole commentare in alcun modo, lo aveva attaccato di recente, nell’aprile scorso, tirandolo dentro la storia di Autostrade. Ma a destare sospetti sono soprattutto i rumors di Palazzo, rilanciati anche da esponenti delle opposizioni, che vorrebbero Draghi al posto del premier Giuseppe Conte, in un governo di unità nazionale. Un’idea messa nero su bianco nei mesi scorsi dagli ex alleati di governo, nello specifico dal numero due della Lega Giancarlo Giorgetti.  Il sospetto, in una parte del Movimento, è che Di Maio muova in questa direzione. O in qualcosa che gli somigli, “lui premier e Draghi ministro dell’Economia, così da spostarsi dal Mef al Quirinale quando si deciderà il prossimo Capo dello Stato”, una delle tante letture che circolano in casa 5 Stelle. Dove l’incontro con l’ex presidente della Bce viene visto di cattivo occhio soprattutto dai cosiddetti ‘governisti’, quelli che stimano Conte e vorrebbero che restasse al suo posto fino a fine legislatura. Tra loro prende spazio in queste ore la convinzione (errata) che sia stato lo stesso Di Maio a fare uscire la notizia dell’incontro, per minare la stabilità di Conte. Chi invece nel Movimento rema contro il presidente del Consiglio confida nell’arrivo di un autunno che si preannuncia caldissimo, quando la popolarità del premier potrebbe scemare in modo inversamente proporzionale alle difficoltà di un Paese in affanno. “E lì che Conte, smarrito il consenso popolare, potrebbe perdere la guida dell’esecutivo”, la speranza di chi vorrebbe affondarlo. “L’unico modo per puntellare il governo Conte – confida un ministro all’Adnkronos blindandosi dietro l’anonimato – è fare un rimpasto subito, prima delle regionali. Altrimenti sarà durissima tirare a campare. Ed è un’ipotesi, quello del cambio di alcune pedine, che si sta facendo largo anche nel governo. Si potrebbe addirittura arrivare a un più che probabile ingresso di Zingaretti in un ministero di peso, ingresso che aprirebbe una partita ben più ampia: quella per la successione alla segreteria del Pd, ma quella, appunto, è un’altra storia”.

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