Aldo Moro, a 42 anni dal rapimento, il 16 marzo del 1978. Quella mattina si consuma una tragedia italiana. Ancora lontana la verità

Aldo Moro, a 42 anni dal rapimento, il 16 marzo del 1978. Quella mattina si consuma una tragedia italiana. Ancora lontana la verità

Sì: è una tragedia italiana, quella che si consuma alle ore 9 circa del mattino del 16 marzo di quarantadue anni fa, in via Mario Fani a Roma: le vetture con a bordo il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, e quella della scorta sono bloccate all’incrocio con via Stresa da un gruppo di brigatisti rossi; aprono  il fuoco e in pochi minuti la tragedia si consuma: uccisi i cinque agenti della scorta: l’appuntato dei carabinieri Domenico Ricci (42 anni); il maresciallo Oreste Leonardi (52 anni); gli agenti di polizia Giulio Rivera (24 anni), Francesco Zizzi (30 anni), Raffaele Iozzino (24 anni). Moro, tenuto prigioniero dalle BR per cinquantacinque giorni, il 9 maggio viene fatto trovare cadavere in via Caetani, centro storico di Roma, dentro una Renault rossa. Una tragedia umana: sei persone massacrate, e un dolore inestinguibile per le famiglie delle vittime. Una tragedia per il Paese, che ha vissuto una delle pagine più fosche e torbide della sua recente storia. E, anche, la tragedia di una verità pervicacemente negata, per indicibili interessi che andavano, e vanno forse, ancora oggi, tutelati. Un silenzio, un’omertà che dura da quarantadue anni.

Da quarantadue anni ci si pone gli stessi interrogativi, si chiedono risposte. Il ricordo non è operazione inutile. Moro in una delle lettere scritte nel cosiddetto carcere del popolo dice che la verità è un bene più grande di qualsiasi tornaconto.

La relazione della seconda commissione parlamentare d’inchiesta su questo “affaire”, votata all’unanimità, solleva e fa suoi interrogativi inquietanti che per gli addetti ai lavori non sono “novità”, ma di cui è bene non smarrire la memoria. Comunque diventano significative per l’ufficialità del documento: si mettono in discussione, anzi, si contestano pesantemente quarant’anni di certezze fondate su sentenze della magistratura, testimonianze di protagonisti a vario titolo, memoriali, e quant’altro. Si comincia proprio da via Fani, il luogo del rapimento e dell’eccidio della scorta. Si mette in discussione la dinamica, ci si interroga su presenze anomale e personaggi presenti non si sa a che titolo. Si prosegue con il covo di via Gradoli: non lo si perquisisce quando si dovrebbe; si accorre nel paese del viterbese quando il nome viene fatto nel corso di una incredibile seduta spiritica. Ci si precipita nell’appartamento a Roma solo in seguito a una infiltrazione d’acqua provocata proprio per far scoprire il covo dove si nascondeva il capo delle Brigate Rosse Mario Moretti; che così si sottrae alla cattura.

Anche sulla prigione di Moro si mente. Indicata in un appartamento di via Montalcini, è impossibile che Moro sia potuto restare prigioniero per 55 giorni in uno spazio così angusto. Pazienti, certosini studi condotti da esperti dell’Archivio storico di Stato sui testi scritti da Moro nei giorni del rapimento, documentano che il leader democristiano ha elaborato lettere e memoriali seduto su una sedia, appoggiato su un tavolo. Si contraddice platealmente la versione ufficiale che lo vuole rannicchiato in un cubicolo di fortuna, celato da una parete di cartongesso. Perché mentire su questo “piccolo” particolare? È evidente: la “prigione” di Moro non è stata solo quella “ufficiale” a via Montalcini. In quale altro luogo è stato ristretto? E perché ancora oggi, quarantadue anni dopo, è segreto?

Anche il ritrovamento del corpo di Moro a via Caetani, così come viene raccontato ufficialmente, non regge. Sono le 12,13 quando Morucci telefona per annunciare la morte di Moro. Ma al ministero dell’Interno la notizia era arrivata due ore prima… C’è chi, negando l’evidenza, sostiene che tutto sommato non c’è nulla da scoprire. Non c’è nulla da sapere che già non si sappia, e comunque dell’essenziale; che da anni, e più che mai in occasione degli anniversari, non si fa che riscaldare una minestra tutto sommato insipida e scotta. C’è chi sostiene che comunque occorre rassegnarsi a qualche “zona d’ombra”. C’è chi sostiene che del caso Moro si sono occupati cinque processi (una sesta inchiesta è ancora aperta) e almeno tre commissioni parlamentari d’inchiesta; i colpevoli del rapimento e della strage sono stati individuati, e tutti, meno uno (che vive indisturbato in Nicaragua, Alessio Casimirri) processati, condannati e hanno scontato pene variabili. I fatti, insomma, sono stati ricostruiti. C’è chi sostiene che  impazzano versioni alternative e variamente fantasiose; e che il vero mistero di questa vicenda è che dopo quarant’anni si sta ancora qui a discuterne, a cavillare, a mettere in discussione questo o quello.

Che dire? Invidiabile questa sicurezza, questa sicumera.

Tuttavia, significherà pur qualcosa che una persona prudente e che calcola le sillabe con certosina pazienza, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in occasione del quarantennale del rapimento disse che occorre “cercare la verità, obiettivo primario della democrazia. La verità è inseparabile dalla libertà. Alcune verità non sono ancora del tutto chiarite o sono rimaste oscure”. Anche il presidente è da iscrivere nel partito dei “complottisti”? Per la vicenda Moro si può ripetere il titolo al famoso articolo di Tommaso Besozzi sulla morte del bandito Giuliano su “L’Europeo”: “Di sicuro c’è solo che è morto”. Morto ucciso dalle BR; morto perché non lo si è saputo/voluto, forse anche potuto salvare.

Oggi sono un po’ tutti concordi nel riconoscere che non c’è stato un Moro prima del sequestro, e un Moro durante il sequestro. Moro è sempre lui, e tra i pochi, in quei 55 giorni a comprenderlo, a dirlo, Leonardo Sciascia col suo attualissimo L’affaire Moro che tante polemiche solleva quando viene pubblicato. Tanti lo sapevano, l’avevano capito, ma era indicibile verità indicibile, che non doveva essere riconosciuta, non poteva essere ammessa. Si doveva far credere che quelle lettere erano state estorte o scritte sotto dettatura dei sequestratori, che comunque Moro non era lucido. E pensare che proprio in quei suoi scritti erano riconoscibili in toto non solo il pensiero e l’umanità di Moro…

In un volume che raccoglie le lezioni che Moro, nel 1940, a soli 24 anni, incaricato di Filosofia del Diritto tiene all’università di Bari, si può leggere che la persona è “il principio e la fine dell’esperienza giuridica”; si sottolinea insomma l’importanza di porre l’individuo al centro dell’ordinamento statale. Un concetto che si può condividere o avversare; ma viene limpidamente esposto quarant’anni prima del sequestro, quarant’anni prima delle “lettere” che le Brigate Rosse gli consentono di scrivere e far pervenire all’esterno della cosiddetta “prigione del popolo”. Non è per paura che Moro evoca il colonnello Stefano Giovannone, capo centro del servizio segreto militare italiano a Beirut, e protagonista di spinose e “occulte” trattative con le ali più sanguinarie ed estremiste del movimento palestinese. Moro è intimamente convinto che occorre comportarsi, a volte, come Cesare quando viene rapito dai pirati: si tratta, si paga il riscatto; poi, magari, li si insegue in modo irriducibile e li si punisce. Se si può, se conviene.

L’essenza del cosiddetto “lodo Moro” che ha evitato, salvo tre occasioni, che l’Italia fosse terreno di scorribanda e attentati da parte di terroristi internazionali è questa. In poche parole: andate a fare quel che volete fare in altri “giardini”. Noi vi lasciamo vivere, voi non fate troppi danni. Dura tutt’ora.

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