Sergio Bellucci. I limiti e le falle del piano digitale europeo

Sergio Bellucci. I limiti e le falle del piano digitale europeo

Con circa un trentennio di colpevole ritardo, la politica europea si accorge che senza una strategia in ambito digitale il declino economico, sociale e politico, è inevitabile. Per decenni, il dibattito su ciò che significava l’avvento di una potenza tecnologica di nuova generazione – quella che traslava dal controllo della potenza della mano al controllo della potenza del cervello, del linguaggio e delle relazioni – è stato relegato ai margini delle attenzioni. Sottovalutato e snobbato, in pochi anni ha travolto le forme della società, della produzione, della rappresentanza, cambiando, probabilmente, la stessa linea evolutiva della vita sul pianeta.

Paradossalmente, proprio il “vecchio continente”, carico di pensiero critico e di una tradizione sociale possente, è risultato incapace di “leggere” i processi e individuare le nuove sfide e i nuovi conflitti che questo passaggio rendeva obbligatori. Proprio quella società “densa”, fatta di organizzazioni con radici profonde e che avrebbe potuto esprimere, venti o trent’anni fa quando esisteva una forza delle organizzazioni del movimento operaio con capacità di conflitto in grado di generare una torsione nel modello di sviluppo di questa tecnologia, non riuscì a comprendere cosa avrebbe significato l’avvento del digitale. D’altronde, quanti compresero la rottura “strategica” dell’avvento del vapore nel momento della sua diffusione?

Ora l’Europa politica sembra voler correre ai ripari.

In realtà in questi anni, sotto la spinta dell’egemonia tedesca, la potenza del digitale fu “incanalata” nella modifica della produzione industriale. Industria 4.0 l’hanno chiamata e serviva a ridurre i costi di produzione attraverso la riduzione del “lavoro vivo” e una gestione avanzata dei dati. Quella che è stata venduta come la rivoluzione digitale europea è stata, in realtà, la necessità dell’industria tedesca di mantenere una leadership nella esportazione verso i mercati esteri (intra ed extraeuropei). Ma questa scelta, che si è concretizzata nell’utilizzo di risorse pubbliche per rendere le fabbriche sempre più automatizzate senza alcuna reale contrattazione degli impatti sociali, aveva una finestra di efficacia brevissima, al massimo 5/7 anni, i tempi di una generazione produttiva di impianti odierni.

Le scelte della Ursula Von der Leyen per il bilancio europeo porta sì il digitale “in alto” nella graduatoria delle priorità di intervento politico (eureka, potremmo esclamate, anche a Bruxelles si sono accorti che siamo entrati nel nuovo secolo… chissà quando anche la sinistra sentirà la campanella…), ma lo fa senza aver compreso né il cuore dei processi legati alla rivoluzione digitale, né sembra indicare le linee di intervento politico per fronteggiare, sia sul piano delle scelte di governance sia su quelle della tecnologia. Cinque sono i pilastri su cui si basa il programma europeo:

  • investire in competenze digitali;
  • proteggere le persone dalle minacce informatiche (hacking, ransomware, furto di identità);
  • garantire che l’intelligenza artificiale sia sviluppata in modo da rispettare i diritti delle persone;
  • accelerare il lancio della banda larga ultra veloce per case, scuole e ospedali in tutta l’UE;
  • ampliare la capacità di supercomputer dell’Europa per sviluppare soluzioni innovative per medicina, trasporti e ambiente.

Il piano sembra dimenticare che lo sviluppo del digitale (e la gestione del petrolio dei dati) si fonda sulla creazione di piattaforme di partecipazione “alternative” non solo nella allocazione dei server, ma nella logica di funzionamento e, quindi, sul modello relazionale che oggi è anche la forma della produzione diffusa (delle merci e delle relazioni). Se l’Europa vuole cercare di recuperare uno spazio e indicare una strada ha bisogno di scelte innovative nella creazione della società digitale.

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