Massimo Piermarini. Rileggere da sinistra l’opera letteraria di Romano Bilenchi

Massimo Piermarini. Rileggere da sinistra l’opera letteraria di Romano Bilenchi

Sul piano umano, politico e culturale c’è ancora tanto da capire nel passaggio dal fascismo alla sinistra compiuto da diversi intellettuali italiani all’indomani della Seconda guerra mondiale. Nella maggior parte dei casi non si trattò affatto di opportunismo. Anche perché la sinistra, incarnata soprattutto nel PCI, era all’opposizione. I nomi sono parecchi. Alcuni noti: Curzio Malaparte, ad esempio. Altri meno noti, ma non per questo privi di interesse, anzi. Tra costoro c’è sicuramente Romano Bilenchi (1909-1989). Giornalista e scrittore toscano sul quale vale davvero la pena tornare oggi a riflettere perché nella sua opera letteraria s’intravede con chiarezza la formazione di una sensibilità, di una psicologia e di una soggettività tipicamente moderna.

Attualità di Bilenchi

Ma la modernità ci sta lasciando. E allora la domanda da porsi è: può il complesso mondo interiore dei personaggi di Bilenchi dialogare con noi post-moderni? Noi postmoderni così standardizzati, mediatizzati e americanizzati?  E la risposta è sì. Com’è possibile? In fondo Bilenchi appartiene a un’epoca sideralmente lontana dalla nostra. Vero. Ma si tratta di un’epoca la cui storia ha conosciuto due accelerazioni che hanno lasciato un segno di tale portata ancora oggi impossibile da cancellare. Ci riferiamo alla Prima e alla Seconda guerra mondiale. E Bilenchi le ha vissute entrambe. Se così stanno le cose il XXI secolo è figlio del Novecento. Secolo forse breve come suggerisce Hobsbawm, ma sicuramente di una tale intensità da determinare ancora il nostro presente. Ed è all’interno di questa determinazione che l’opera letteraria di Bilenchi costituisce una chiave di lettura della post-modernità. Chiave di lettura che coglie elementi centrali della nostra cultura. Uno su tutti: la crisi del soggetto iniziata nel 1914 e che continua ancora oggi. E proprio all’interno della crisi della modernità – e della soggettività che le corrisponde – si spiega il passaggio di Bilenchi dal fascismo al PCI.

Breve storia di una conversione

La parabola politico-culturale di Bilenchi prende le mosse dalla collaborazione al “Selvaggio” di Mino Maccari per poi proseguire con le prime prove di una letteratura d’ambientazione operaia con Il Capofabbrica (1935) e con gli interventi su “L’Universale” di Berto Ricci, periodico dell’area del cosiddetto fascismo di sinistra, operante nell’area toscana e facente capo alla rivista “Il Bargello”. A tale rivista Bilenchi appartenne sino alla maturazione di uno stile personale che nel 1940 trovò compiuta realizzazione nel suo capolavoro, Conservatorio di Santa Teresa e che continuò a esprimersi nei racconti lunghi, in altri romanzi e nell’attività saggistica. Proprio il 1940 è l’anno della rottura col fascismo e la partecipazione di Bilenchi alla Resistenza. Dopo la guerra si iscrive al PCI, nel 1948 diventa direttore di un quotidiano vicino al partito comunista, Nuovo Corriere di Firenze, e nei confronti del partito manterrà sempre una forte autonomia di giudizio. In poche parole, la storia di Bilenchi è quella di una conversione frutto di una grande passione civile, del rifiuto di ogni retorica e di ogni ipertrofia del potere.

Interpretazione dell’opera letteraria

La valenza filosofica della scrittura di Bilenchi è notevole. Egli riesce a percepire il passaggio decisivo che segna la frattura della coscienza moderna e il processo di acquisizione di una consapevolezza esistenziale che decentra l’io e si congeda dallo psicologismo di tanta letteratura novecentesca. Bilenchi insomma indaga in profondità le strutture del soggetto in liquidazione e la fine delle certezze che l’esperienza della privazione, cioè della mancanza di socialità, attraverso l’esperienza della guerra. Nel romanzo Conservatorio di Santa Teresa la vita si presenta come infanzia. È un divenire bambino come asse non di uno sviluppo verso la normalità, ma come esperienza di direzioni molteplici e di disgiunzioni-congiunzioni continue tra io e mondo. Non si produce nessuna misura psichica che suggerisca un tracciato di ricostruzione del soggetto, ma una continua immersione nelle latitudini in cui l’eros si territorializza e si polarizza, prendendo forma di luoghi e di persone. La storia di Sergio, il protagonista di Conservatorio di Santa Teresa, è dunque un’immersione continua negli abissi di memoria con le sue eruzioni improvvise e impreviste. La costellazione delle emozioni, fuori da ogni dinamismo psichico, è fatta di molti pianeti e di molte rivoluzioni, invenzioni e creazioni che impediscono la centratura del soggetto e la conquista di una normalità dell’io e segnano una discontinuità insuperabile in cui si arresta lo sforzo dell’imperativo dello sviluppo e della crescita della personalità. Sergio non ha, propriamente una vita psichica centrata nell’io. La sua fenomenologia pulsionale ed emotiva non configura una dimensione intra-psichica solidamente costruita sulla propria coscienza. L’io di Sergio è un io cangiante, un io-ambiente, un caleidoscopio di passaggi e oscillazioni tra tonalità e polarità affettive non governate da alcuna istanza del soggetto. Il flusso delle emozioni, il dipanarsi dei contatti e delle esperienze, realizza un incontro di energie, lo stringersi di nodi tra mondi viventi, luoghi e spazi interiori, paesaggi naturali e psichici, interno ed esterno. Il protagonista è trascinato da uno sciame di piccoli eventi della vita quotidiana, dalla comunicazione tra gli oggetti e si abbandona a questo flusso di stati fisici e psichici: la stanchezza, il sonno, il timore, la tristezza, che sono altrettanti passaggi che lo fanno inoltrare in profondità nel deserto dell’io, ove si consuma in continue evasioni e divagazioni.  Così il filo narrativo del romanzo di Bilenchi è tenue, con frequenti tagli temporali e interruzioni di sequenze. Il racconto si svolge leggero e aereo con una prosa di intensa liricità, elementare e complessa al tempo stesso, di sapiente e purissima orditura. Il disegno di destrutturazione delle false certezze del soggetto è l’esito più importante della narrazione.

Le opere letterarie di Bilenchi, legate a quel filone letterario che ha le sue radici nella scrittura di Federigo Tozzi e, nella fase giovanile, al bozzettismo toscano, si sviluppano poi con un sovrappiù di drammaticità, anticipando l’analisi introspettiva di quel soggetto che diventerà l’uomo dell’era post-moderna, l’individuo della solitudine globale la cui identità, ormai infranta e scissa, è alla ricerca di processi di soggettivazione e sperimenta l’ impossibilità di relazioni con gli altri. Nella scrittura, controllata e secca, di Bilenchi, la fabula viene ridotta al minimo, per potenziare il lavoro di analisi dei sentimenti e la traduzione del vissuto dell’esistenza quotidiana nel corpo della parola. Il prospettivismo della coscienza, che si moltiplica all’infinito nelle situazioni e nelle azioni dei personaggi, denuncia la crisi della soggettività moderna e le ferite inferte al suo statuto dai conflitti della storia e dalla difficoltà dei rapporti tra gli uomini. Il panorama di desolazione che nasce dalle distruzioni della Prima guerra mondiale e avvia il calvario che condurrà alla catastrofe mondiale della guerra fascista, è preannunciato e preparato dal disagio del primo dopoguerra, che trova voce nei racconti e nei romanzi di Bilenchi, attraverso un intenso sforzo interpretativo consegnato a una scrittura originale. Nel flusso delle esperienze e degli stati d’animo di Sergio, protagonista del romanzo, nelle bizze, nelle fughe in avanti e nelle delusioni della sua infanzia, nella sorpresa suscitata dalla scoperta della natura e degli altri, Conservatorio di Santa Teresa dà voce al dolore e al dramma della frammentazione del soggetto novecentesco. La progressiva affermazione dell’indeterminato e del contingente nell’esistenza di Sergio e gli sforzi inutili per avere una qualche presa su di sé e progettare la propria esistenza, segnano il dolore di una scissione interiore, che si produce nello sforzo di interazione tra l’io, il mondo degli affetti e la società. L’orizzonte della speranza per Sergio non riesce a superare il livello delle gratificazioni immediate, con il loro effetto di rinforzo dei legami affettivi. La catastrofe del soggetto, privato della sovranità su sé stesso e ridotto spesso al ruolo di spettatore passivo degli avvenimenti, inaugura la lacerazione della coscienza che caratterizza il tracciato storico delle vicende del Novecento.

Giovani e ritorno del fascismo

 Quanto siamo distanti da questa figura della coscienza che soffre il dolore della sua scissione e della sua distanza dagli altri e dal mondo degli oggetti? L’indebolimento della percezione, sempre più deformata, della realtà e l’impossibilità di intervento nella realtà umana e politico sociale è caratteristico dello stato di vuoto e di focalizzazione su un presente sempre identico e sempre ripetuto che caratterizza la coscienza postmoderna. Questa figura domina attualmente l’esperienza delle giovani generazioni. Il primo termine che viene in mente nel tentativo di descriverla è quello psicanalitico di coazione a ripetere. Soprattutto nei comportamenti delle giovani generazioni questo contrasto diventa massimo nelle società occidentali. È naturale chiedersi: quali soluzioni sono possibili? Ai giorni nostri assistiamo al tentativo di convertire il soggetto postmoderno, frammentato e debole, in un elemento da associare a un tessuto connettivo identitario, sovranista e fascistizzante. Il tentativo della destra populista è dunque una rilegittimazione del fascismo come risorsa estrema a fronte della crisi del soggetto. In un certo senso si sta oggi compiendo un’operazione inversa rispetto alla presa di coscienza testimoniata dai personaggi della narrativa di Romano Bilenchi, così attenta ai processi di transizione dall’infanzia all’adolescenza e all’età adulta e al loro sviluppo molecolare. Oggi i livelli di consapevolezza sono carenti e la coscienza avanza non dalla normalità alla crisi, che può risolversi in soluzioni catastrofiche o emancipatrici, ma dalla dimensione plurale della coscienza, caotica e coatta, ad un monocefalismo identitario, fondato su appelli irrazionali, luoghi comuni. La crisi del soggetto, consumatasi nella storia tardo-novecentesca, età del postmodernismo trionfante, costituisce il sintomo di una malattia che si può combattere con l’azione collettiva sul terreno politico-culturale.

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