Roberto Bertoni. 2019: l’anno dell’incertezza e delle piazze

Roberto Bertoni. 2019: l’anno dell’incertezza e delle piazze

Sta per concludersi un anno devastante, un anno in cui il mondo ha visto ideali, princìpi e valori venire drammaticamente meno. Dell’anno “bellissimo” inutilmente predicato dal premier Conte, al quale ci permettiamo di consigliare maggior cautela nell’uso degli aggettivi, non se n’è vista nemmeno l’ombra. Non c’è stato nulla di bellissimo ma neanche di bello, infatti, in dodici mesi che hanno visto la peggior destra di sempre raggiungere percentuali spaventose, come non c’è stato nulla di bello nel recente trionfo di Johnson nel Regno Unito, nell’incertezza spagnola e nella guerra civile non dichiarata che sta lacerando gli Stati Uniti. E guai a pensare che possa essere considerato positivamente il disastro francese, con un presidente, Macron, che sta conducendo il paese sull’orlo di uno scontro totale, fra scioperi, manifestazioni e violenze che non si vedevano da mezzo secolo. Del resto, quando si ha la pretesa di governare con il pugno di ferro, senza ascoltare nessuno e, soprattutto, senza avere la minima autorevolezza per imporre il proprio punto di vista, i risultati non possono che essere questi. Non sappiamo quale sarà lo scenario nel 2022, quando in primavera si svolgeranno le Presidenziali; fatto sta che il macronnismo ha aumentato sensibilmente le probabilità di un’affermazione lepenista, il che significherebbe la fine sostanziale dell’Unione Europea. E non c’è nulla di bello nemmeno nel proposito polacco, non ancora ufficiale ma comunque da più parti caldeggiato ed esposto, di abbandonare l’Unione, innescando un effetto domino che potrebbe coinvolgere altri stati, sancendo, di fatto, la frantumazione dell’unico progetto che potrebbe consentirci di contare ancora qualcosa in un secolo in cui nessuno, neanche la Cina o gli Stati Uniti, possono più permettersi di concepire una sovranità nazionale scollegata dal resto del mondo.

Non c’è nulla di bello nelle tensioni che agitano, come sempre, il Medio Oriente e nemmeno nella pericolosa crisi che attanaglia la Turchia, ormai in rotta con l’amministrazione Trump ma ancora nel limbo di un posizionamento incerto sullo scacchiere globale. Quanto a Russia e Cina, si tratta di una nobile decaduta che, nonostante gli sforzi di Putin, può reggere ma non ha più la centralità che ha avuto nel corso del Novecento e di una tigre in repentina ascesa che, tuttavia, deve fare i conti con le proprie contraddizioni, con le proprie dimensioni esorbitanti e con una vicenda, quella di Hong Kong, che potrebbe decidere le sorti dell’umanità nel decennio che sta per iniziare, influendo in maniera decisiva anche sul voto americano del prossimo novembre.

Siamo in una fase che Gramsci avrebbe definito sospesa fra “il non più e il non ancora”, ed è in questo contesto che è più facile che nascano i mostri, che si affermino le dittature, che si compiano le svolte autoritarie e che vengano minati quei valori democratici e costituzionali che sono stati, per sette decenni, alla base del nostro stare insieme. Ricorderemo quest’anno, per quanto concerne il fronte italiano, come l’anno del passaggio da un governo dannoso e sostanzialmente inconcludente a un esecutivo assai meno dannoso ma non meno inconcludente, il cui fallimento sostanziale si evince dall’incapacità decisionale, dalla litigiosità e dalla mancanza di un progetto chiaro e definito. Duole dirlo, ma il PD ha sbagliato tutto: non tanto quando ha deciso di accettare l’ingrato compito di provare a governare il Paese ma quando ha consentito a Di Maio, ossia a un capo politico sconfitto e messo in discussione innanzitutto dai suoi, di dettare l’agenda, le regole e persino il futuro del Parlamento e del Paese. Ci riferiamo, ovviamente, all’assurdo taglio dei parlamentari, oltretutto varato senza alcuna garanzia costituzionale, senza una legge elettorale all’altezza, senza dare ascolto alla saggia voce di quanti consigliavano di lasciar perdere, senza prendersi un minuto per riflettere e senza rendersi conto che la foga con cui è stato compiuto questo gesto costituisce un fattore destabilizzante che potrebbe porre anticipatamente fine alla legislatura e spalancare le porte di Palazzo Chigi alla destra di cui sopra.

Spiace dover constatare che l’alleanza giallorossa, al pari di quella gialloverde, ha come unico obiettivo la sopravvivenza degli attori in campo, alla costante ricerca di un’identità che, negando da anni l’importanza delle ideologie, non possono in alcun modo trovare.

Spiace dover constatare che, in entrambi i casi, siamo al cospetto di un accordo fra un partito che, di fatto, può vivere solo all’opposizione e un partito che, nel caso del PD, può vivere solo al governo e, nel caso della Lega, contiene in sé la cultura di governo di un Giorgetti e la cultura delle sagre e delle felpe di un Salvini, non proprio il miglior ministro degli Interni che si ricordi nella nostra pur travagliata storia repubblicana. E non è bello neanche dover fare i conti con l’esodo biblico di ragazzi italiani che dicono addio al nostro Paese perché qui non trovano un contratto, un impiego o, peggio ancora, un minimo di dignità, nonostante vent’anni di studio, di impegno e di fatica.

Assistiamo, dunque, a una pericolosa marginalizzazione dell’Italia sullo scacchiere internazionale, aggravata dalla messa in discussione di aziende strategiche come l’ILVA e di altre, ad esempio l’Alitalia, che rendono plastica la differenza fra un paese del G7 e una nazione in declino. L’unica luce, in tanta incertezza, in tanta ipocrisia e in tanto buio, è stata costituita dalle piazze. Le piazze dei giovani in lotta contro i cambiamenti climatici e la distruzione del pianeta, le piazze della giovanissima Greta Thunberg, e le piazze delle Sardine che si oppongono ai toni urlati, alla violenza verbale e alla mancanza di igiene in un dibattito politico divenuto, oggettivamente, raccapricciante.

Le piazze cilene che difendono quel che resta della democrazia in un paese che sembra aver nostalgia degli anni di Pinochet.

Le piazze americane che provano a inviare un messaggio forte a Trump, manifestando tutto il proprio sdegno nei confronti di un presidente che umilia le minoranze e offende la storia e le tradizioni di una grande nazione, per decenni faro di democrazia e oggi costretta ad assistere a un’orgia del potere senza alcuna visione né alcuna prospettiva che vada al di là della mera riconferma del presidente in carica.

Le piazze di tutto il mondo, dal Maghreb all’Europa all’Asia, che si battono contro la ferocia di un tempo fuori dal tempo e dalla realtà, un tempo in cui i potenti del mondo si sono permessi di far fallire, ancora una volta, la COP svoltasi a Madrid, un tempo in cui sembra avvicinarsi la fine e nessuno pare in grado di opporsi a questa deriva.

Le piazze, fiammella di speranza flebile ma assolutamente da alimentare, prima che sia troppo tardi, ben sapendo che è già tardi e che il punto di non ritorno non è un qualcosa con cui si possa scherzare.

Caro presidente Conte, con il massimo rispetto per la sua persona e per il suo operato, senza dubbio più apprezzabile da quando Salvini ha deciso di passare all’opposizione, la invitiamo,  come detto, a evitare toni ed espressioni che nulla hanno a che spartire con la sua abituale compostezza e con il raziocinio che, per fortuna, ha saputo dimostrare nella maggior parte delle occasioni. Di bellissimo, in quest’anno che volge al termine, c’è stata solo la passione spontanea di migliaia di cittadini, compresi i sindaci che si sono ritrovati a Milano per difendere il patrimonio straordinario rappresentato da Liliana Segre, nella speranza di non perdersi di vista e di poter ritrovare quel senso di comunità che quattro decenni di liberismo globale e venticinque anni di berlusconismo italiano hanno strappato.

Per il resto, ha dominato il vuoto. E più di una generazione, in questo gorgo infernale, rischia davvero di perdersi.

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