2020. Il nostro augurio. Le bandiere della pace tornino a sfilare per le strade d’Italia, d’Europa, del mondo. Libertà, uguaglianza, democrazia

2020. Il nostro augurio. Le bandiere della pace tornino a sfilare per le strade d’Italia, d’Europa, del mondo. Libertà, uguaglianza, democrazia

La pace, parola dimenticata. Nei tempi passati l’Italia era fra i paesi d’Europa e del mondo che più si battevano per la pace. C’era anche una associazione, i Partigiani della Pace, guidata da un prete, don Gaggero, che organizzava manifestazioni, c’erano il Partito comunista, altre forze della sinistra, la Cgil, associazioni cattoliche. La pace e la situazione politica internazionale aprivano le riunioni dei congressi, erano al centro dell’attività delle sezioni del Pci, del Psi, prima della fase craxiana. Ricordiamo l’appoggio dato a tutte quelle forze che nei paesi di appartenenza combattevano contro regimi fascisti, dalla Spagna alla Grecia, al Cile. Ricordo che associazioni come la federazione nazionale della Stampa, i giornalisti italiani, abbiano sostenuto  i colleghi e compagni spagnoli che operavano in clandestinità. Ricordo più di recente le iniziative portate avanti a sostegno di Abdullah Ocalan, leader del Partito dei lavoratori del Kurdistan, il PKK, cittadino turco. Dopo essere stato catturato a Nairobi, in Kenya, il 15 febbraio del 1999, è stato condannato a morte il 29 giugno del 1999 per attività separatista armata, considerata come terrorismo da TurchiaStati Uniti e Unione europea. La pena è stata commutata in ergastolo nel 2002, allorché la Turchia ha abolito la pena di morte. Da allora è l’unico detenuto dell’isola-prigione di İmralı. Nel novembre del 2018 la Corte di Giustizia Europea ha ufficialmente dichiarato che il PKK non è un’organizzazione terroristica ma un movimento politico del tutto legale. Dalla prigione, Öcalan ha pubblicato diversi libri, il più recente nel 2015. La ginecologia, nota anche come scienza delle donne, è una forma di femminismo sostenuta da Öcalan e successivamente un principio fondamentale dell’Unione delle Comunità del Kurdistan. Qualcuno  si è ricordato di lui? Qualcuno si è battuto per la sua liberazione? Qualcuno sa se è ancora vivo? Peggio ancora:  a qualcuno interessa sapere se è ancora vivo?

La realtà è che la parola pace è scomparsa dal vocabolario della lingua  italiana proprio nel momento in cui guerre, guerriglie, esplodono in tanta parte dl mondo, si riempiono le carceri in tanti paesi, dall’Africa all’ Asia, all’America latina, si discriminano intere popolazioni, i curdi appunto, i musulmani dello Xinjiang, minoranza di etnia uigura, siano discriminati sulla base della loro religione. Che un milione di persone, secondo fonti giudicate “credibili” dagli esperti dell’Onu, siano state rinchiuse in maniera arbitraria in campi di rieducazione, dove vengono indottrinate alla fedeltà alla nazione e al Partito. Che la provincia autonoma sia stata trasformata, parole di un esperto delle Nazioni Unite, in “enorme campo di internamento avvolto dal segreto”. Interessa a qualcuno? No, certo no, i rapporti con la Cina. instaurati  con il governo gialloverde non possono essere turbati. Il ministro degli esteri, il Di  Maio, governo giallorosso non ha cambiato linea. gli uiguri forse non sapeva neppure esistessero.

Ma la cosa più grave a nostro parere è che la parola “pace” non compare da tempo sui nostri media. Abbiamo letto con attenzione gli articoli pubblicati da Repubblica, tanto per fare un esempio concreto. Articoli firmati da autorevoli giornalisti, scrittori, personalità del mondo della cultura. Tutti hanno dimenticato  la parola “pace”. Nessun accenno a quanto accade nel mondo, alle  torture che vengono esercitate non solo nelle carceri libiche, non un accenno alle guerre. Qualche notizia, non ne possono fare a meno, compare nei telegiornali. Si vedono, in particolare, vere e proprie migrazioni, centinaia di migliaia di persone fuggono dalle guerre, in Medio Oriente, in Asia, in  Siria in particolare. Citiamo un solo particolare: sono circa 7 milioni i bambini sfollati, e solo  dalla Siria 2,5 milioni. Vivono in condizioni disperate. Chi si rifugia in Libano deve sopportare freddo, gelo. I bambini i più colpiti.

Il legame fra le guerre e la fame nel mondo. I conflitti in corso

Il quadro che fornisce Azione contro la fame mostra il legame fra guerra e fame.

  • 1 Paese su 4 nel mondo ha un conflitto in corso.
  • 6 persone su 10 che soffrono la fame vivono in un Paese in conflitto.
  • 122 dei 151 milioni di bambini colpiti da malnutrizione cronica vivono in un Paese in conflitto.
  • In 24 paesi su 46 con conflitti attivi, la prevalenza di malnutrizione acuta è superiore al 30%
  • Il 77% dei conflitti ha all’origine l’insicurezza alimentare della popolazione.
  • Nel 2017 è stato superato il record di sfollati dalla seconda guerra mondiale, con 66 milioni di persone. Più della metà sono sfollati a causa della violenza,

I numeri parlano da soli. Non  c’è bisogno di commenti.

I ricchi sempre più ricchi i poveri sempre più poveri

La scomparsa della parola “pace” dai nostri media e dalla azione di governo è un fatto di gravità eccezionale. Perché questa parola tutte le comprende. Libertà, eguaglianza, democrazia  hanno bisogno della pace come terreno di coltura. La libertà, bene primario che riguarda la vita di alcuni miliardi di persone, la vera libertà dai bisogni, sarà sempre condizionate da guerre, lotte tribali anche se distanti migliaia di chilometri. La pace è un “bisogno” essenziale. Non è un caso che papa Francesco la richiami in ogni occasione, quando parla a Piazza San Pietro e nei suoi pellegrinaggi quando parla a popolazioni non cattoliche. E la democrazia?  Come può definirsi democratico uno stato come la Turchia che fa parte della Nato, l’organizzazione militare europea, mentre tiene imprigionato Ocalan e discrimina il popolo curdo? E questo vale anche per la Libia con cui abbiamo firmato un trattato  che riguarda l’emigrazione  e tiene prigionieri in carceri in cui la tortura è all’ordine del giorno. Infine l’uguaglianza, la sostanza della pace. Non ci sarà uguaglianza se non si riesce a porre rimedio alla  fame nel mondo.  Se i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.

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