Regione Lazio. Una nuova mozione di sfiducia contro Zingaretti. L’ombra di Renzi e le spaccature nei cinque stelle

Regione Lazio. Una nuova mozione di sfiducia contro Zingaretti. L’ombra di Renzi e le spaccature nei cinque stelle

Ci si è provato a fine 2018 a far cadere Nicola Zingaretti. La mozione, firmata dal consigliere forzista Stefano Parisi, raccolse 22 voti a favore, 26 contrari e nessun astenuto. “L’anatra zoppa” del presidente della regione Lazio, dimostrò di potersi reggere su solide stampelle. Assente, all’epoca dei fatti, l’ex leghista Enrico Cavallari, uscito dall’aula al momento del voto il consigliere Pirozzi. Votò contro la mozione di sfiducia la consigliera allora in quota Forza Italia, Laura Cartaginese.

Parlare alla nuora perchè la suocera intenda

Oggi ci riprova Pasquale Ciacciarelli. Il consigliere, vicino al governatore della LIguria, Gianni Toti, vuole anzitutto chiarezza nel campo del centro destra. La sfiducia sarà utile per capire “chi sta con chi”. Ciacciarelli rincara la dose: “Il vero dubbio è il ruolo di Forza Italia: ricordo a me stesso che in Regione Lazio sta appoggiando Nicola Zingaretti. Al punto che noi e la Lega rifiutiamo di sederci al tavolo con loro. Siano chiari”.

Maretta in casa cinque stelle

La mozione di sfiducia apre un “chi sta con chi” anche in casa cinque stelle: cinque consiglieri sono contrari a replicare ad ogni costo l’accordo Pd-Cinque Stelle su scala regionale. Si tratta di Valentina Corrado, Gaia Pernarella, Silvia Blasi, Francesca De Vito e Davide Barillari. Altri cinque sono invece possibilisti su di una estensione dell’accordo nazionale anche alla Pisana. Si tratta di Roberta Lombardi, Marco Cacciatore, Valerio Novelli, Loreto Marcelli e David Porrello, vicepresidente del consiglio. Nei giorni scorsi ha tenuto banco, sia in casa grillina che in maggioranza, una discussione su due ipotesi: o l’entrata in giunta di tecnici legati al movimento o l’assegnazione della presidenza del consiglio regionale, previe le dimissioni dell’attuale presidente, Mauro Buschini. Una dialettica molto animata, secondo fonti vicine ai pentastellati, in cui sono volati un po’ di stracci e si è disvelata la divisione netta tra “movimentisti” ed “istituzionalisti”.

L’ombra di Renzi nel Pd

In casa Pd tutti chiamano Zingaretti per nome, in una sacra esternazione del “tu aziendale” traslato in politica. Ma come si usa in azienda, non sempre il “tu” è una dimostrazione di affetto e vicinanza. Matteo Renzi fa il diavolo tentatore. Anche se, ufficialmente, nessuno ha aderito ad Italia Viva, molti ci stanno pensando su. Complice, secondo quanto riferito da alcune fonti interne al partito regionale, una gestione “da giglio magico” versione carbonara, in cui viene praticato uno spoil system che lascia molti all’angolo. Per cui Renzi, contando più sulle dinamiche interne al Pd che al suo fascino politico, potrebbe, a breve, ritrovarsi con un gruppo al consiglio regionale del Lazio decisamente nutrito, rafforzato, anche, da alcuni pezzi forzisti, e capace di ridisegnare gli equilibri politici in regione.

La solitudine di Nicola

E ZIngaretti? La mozione di sfiducia serve anzitutto a regolare i conti a destra, ma scuote i grillini e mette sulla graticola non solo il governatore, ma anche il segretario nazionale del Pd. E’ indubbio che sia stata una mossa politicamente azzeccata. Zingaretti è un leader debole. A partire dalla composizione della segreteria nazionale, i cui componenti non sono granchè rappresentativi evidenziando come chi conta nel partito abbia preferito tenersi le mani libere. Ha fatto sfoggio di debolezza venendo scavalcato da Renzi, Franceschini e Gentiloni e portato, controvoglia, a far parte di un governo giallo rosso. Anche con il rischio di perdere le elezioni Zingaretti avrebbe preferito di gran lunga portare la sua truppa, in primis i laziali, a Palazzo Chigi e Palazzo Madama, per poi avviare un percorso di cambiamento senza dover essere subalterno ai triumviri Renzi, Franceschini, Gentiloni. Zingaretti non ha partecipato alla trattativa per il nuovo governo ed ha pochissimi uomini nel nuovo esecutivo, alcuni dei quali, se interrogati, negherebbero. La mossa, quella si, riuscita, di portare Massimiliano Smeriglio al parlamento europeo, rinforzando il fianco sinistro, oggi gli si ritorce contro. Promuovendo il vicepresidente della regione ad euro parlamentare, “Nicola” si è privato di una pedina importante, di un abile dialogatore. Ruolo che da Strasburgo è proibitivo svolgere. Daniele Leodori, che è succeduto a Smeriglio nel suo ruolo, appare decisamente opaco ed inadatto.

Anguilla o saponetta?

Zingaretti è famoso per non prendere mai posizione, il suo soprannome non a caso è “er saponetta”. In realtà, pur essendo un valido amministratore, egli è rimasto nel profondo un segretario di federazione, un esecutore incapace di avere una visione politica globale. Pare che sia abbastanza deficitario anche a livello di rapporti umani, molti lo reputano freddo e poco presente. Parla davvero con pochissime persone. E’ prigioniero delle parole d’ordine degli anni novanta e si illumina solo alla parola “giovani”. Cosa che, ultimamente, gli viene rimproverata abbastanza spesso. ZIngaretti, oltre ad essere scivoloso, è una sfinge e sovente increspa lievemente le labbra in segno di compiacimento. Circola una battuta di Massimo D’Alema che, in una direzione del partito, chiese: “ma questo che ha da sorridere sempre”? Riuscirà Nicola Zingaretti a scivolare via anche da questa nuova mozione di sfiducia? Vedremo. Si accettano scommesse. Di certo qualsiasi cosa farà, la farà sorridendo.

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