Carlo Ghezzi. La presenza e la mobilitazione delle forze del lavoro in questi mesi ha creato stupore come anche allarmi e avversioni

Carlo Ghezzi. La presenza e la mobilitazione delle forze del lavoro in questi mesi  ha creato stupore come anche allarmi e avversioni

Il primo semestre del 2019 è stato caratterizzato da una crescente mobilitazione promossa dai tre grandi sindacati confederali italiani che hanno posto al centro della loro azione, sempre rigorosamente unitaria, la necessità di imprimere una svolta nella vita economica e sociale del paese. La grande manifestazione di Cgil, Cisl e Uil a Roma del 9 febbraio, le mobilitazioni unitarie di edili, alimentaristi, pensionati, pubblico impiego e metalmeccanici che la hanno seguita hanno visto partecipazioni consistenti e un grande successo ha avuto la manifestazione per il Mezzogiorno che emblematicamente si è tenuta il 22 giugno a Reggio Calabria. Qui è risuonato l’antico slogan “Nord e Sud uniti nella lotta” per uno sviluppo economico diverso che sappia rilanciare investimenti pubblici e privati in particolare nel Mezzogiorno, sappia praticare una corretta politica fiscale e sappia tenere unita l’Italia rispetto agli strappi egoistici tendenti a definire una autonomia regionale che divide anziché unire.

Nella caotica e inconcludente vita politica italiana, nelle velleitarie parole d’ordine di un Governo in perenne campagna elettorale, di fronte a un padronato quanto mai confuso e tradizionalmente miope la presenza e la mobilitazione delle forze del lavoro che rivendicano scelte coerenti e che supportano le loro proposte con un protagonismo rinnovato ha creato stupore come anche allarmi e avversioni. Il riapparire sulla grande stampa della vecchia e sprezzante definizione di “Triplice” per indicare i sindacati confederali dimostra che, per un verso, ci si sta rendendo conto delle novità che sono in campo, ma al tempo stesso questo linguaggio appare la spia di una preoccupazione diffusa per questa ritrovata capacità di mobilitazione accompagnata dal consueto livore antioperaio ampiamente presente da sempre in settori della società italiana e in tanta parte delle sue classi dirigenti. Settori che hanno sempre mal digerito ogni battaglia del lavoro a sostegno della propria emancipazione e che hanno abitualmente contrastato la funzione generale del sindacalismo confederale italiano che ha sempre operato per legare la difesa della condizioni immediata di lavoratori, dei disoccupati e dei pensionati a una visione di progresso più generale del paese.

I difficili appuntamenti con i quali l’Italia sarà obbligata a misurarsi nel prossimo autunno, dal rilancio della sua economia, ai problemi derivanti dal suo enorme debito, al rapporto con l’Unione Europea e con le sue contradditorie politiche, vedrà sicuramente in campo un protagonismo sindacale del quale abbiamo visto in primavera le prime avvisaglie e un mondo del lavoro, ampiamente svalorizzato e frequentemente svillaneggiato dagli ultimi  Governi in carica, che porranno alla società italiana un punto fermo: così non si può più andare avanti.

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