“Sociologia dello straniero” di Roberto Michels. La violenza della retorica antimmigrati. Dal disprezzo per la povertà a xenofobia e razzismo

“Sociologia dello straniero” di Roberto Michels. La violenza della retorica antimmigrati. Dal disprezzo per la povertà  a xenofobia e razzismo

Parlare di stranieri oggi significa parlare anche e soprattutto d’immani tragedie e di un’umanità offesa per l’ennesima volta dall’Occidente. In forme diverse l’orrore del colonialismo – orrore che per durata ed estensione non ha avuto pari nella storia dell’umanità – continua ai nostri giorni così come continua l’imperialismo, ieri guidato dall’Inghilterra e dal secondo dopoguerra ad oggi dagli USA. Dinanzi a questi fenomeni la sociologia si è interrogata sin dai suoi esordi sulla figura dello straniero nella veste del migrante. Chi è costui? Cosa vuole? Perché ha cambiato Paese? Come si distingue da altri viaggiatori? In che misura si integrerà? Perché la sua presenza crea comunque una tensione, piccola o grande che sia? Ai primi del ‘900 diversi sociologi tentarono di rispondere a questi interrogativi. Tra costoro Roberto Michels, di cui la casa editrice Aragno ha dato alle stampe Sociologia dello straniero (Torino, 2017, 133 pagg., 15,00 euro).

Il libro costituisce in realtà un capitolo di un volume pubblicato da Michels nel 1933 (Prolegomena sul patriottismo) in cui raccolse le analisi compiute nel corso della sua carriera di studioso sui temi della patria e del patriottismo. Come è noto Michels fu, insieme a Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto, uno dei massimi esponenti della scuola elitista italiana, contigua ad alcuni aspetti alla visione politica del fascismo. Michels stesso dopo essere stato in gioventù vicino al socialismo rivoluzionario finì per aderire alla dittatura tanto che Mussolini lo volle ordinario di Economia generale e corporativa nell’allora fascistissima università di Perugia. Ma perché occuparsi di stranieri in un lavoro dedicato al patriottismo? Perché gli italiani erano emigrati a milioni, in particolare nelle Americhe e nelle colonie africane, con l’effetto per molti di loro di perdere in tutto o in parte la propria identità nazionale. Un fenomeno che assumeva proporzioni rilevanti nelle seconde generazioni. Chi si aspetta un testo in sintonia con la violenza dell’attuale retorica antimmigrati rimarrà deluso. Facile, si dirà, perché all’epoca a emigrare erano gli europei. Oltretutto le potenze europee i nativi li avevano sterminati o annichiliti con una violenza senza pari e dunque non potevano protestare come protestiamo noi oggi dinanzi a quella che impropriamente qualche povero di spirito chiama invasione. Ma non è questo l’essenziale. L’essenziale è il metodo fenomenologico con cui Michels interpreta la soggettività dello straniero. Da rigoroso scienziato sociale osserva e descrive la realtà cercando di non farsi influenzare dalle proprie idee.

Ogni tanto l’autore inciampa nella mitologia delle civiltà superiori

C’é da dire che tale neutralità è impossibile perché nessuno è immune dalla cultura in cui vive. Neanche Michels, che nelle sue indagini ogni tanto inciampa nella mitologia delle civiltà superiori e negli stereotipi lombrosiani. Ma si tratta appunto di inciampi. Il libro si caratterizza soprattutto per l’intento scientifico. Innanzitutto classificatorio – individuare le diverse tipologie di stranieri – e poi analitico – l’esame dei meccanismi sociologici e psicologici che condizionano l’interazione tra forestieri e indigeni. E il primo di questi meccanismi è la diffidenza. Tale sentimento presenta numerosi volti molto ben tratteggiati da Michels. Uno è la xenofobia. E data la sua attualità è utile soffermarcisi sopra.

Michels osserva che l’avversione per lo straniero è dovuta anche alla diffusa riprovazione verso la povertà. Nell’Ottocento “Il sospetto di povertà suscitava nel borghese inglese un senso di disprezzo orgoglioso verso che n’era oggetto. Il russo Alessandro Herzen constatò con somma meraviglia che in Inghilterra la povertà anziché destare compassione attira le beffe, e reca l’esempio di un eminente patriota italiano, privo di mezzi, che stentando la vita quando era a Londra, poteva a mala pena difendersi dalle cattiverie dei monellacci di strada”. Questo brano calato nella nostra contemporaneità invita a riflettere sul perché da qualche tempo gli italiani si sono scoperti xenofobi e razzisti. Non tutti per fortuna; diciamo che si tratta di una tendenza dominante

 Gli italiani  dimenticano di essere stati, lo sono ancora, popolo di migranti

Tralasciando le immense responsabilità di gran parte della stampa (fattore quasi sempre trascurato nel dibattito pubblico) e seguendo il metodo di Michels ci si può interrogare sul perché gli italiani hanno dimenticato così facilmente di essere stati e di essere ancora oggi un popolo di migranti (nel 2017 si è toccata la cifra record di oltre 250mila italiani che hanno lasciato il proprio Paese per costruirsi un avvenire all’estero). La risposta più plausibile alla diffusa amnesia è perché nell’africano e nell’arabo disperato che viene a cercare fortuna o rifugio da noi l’italiano povero o impoverito vede se stesso. E ovviamente tale immagine gli risulta ripugnante. Tanto più in una società in cui la soggettività vincente è quella del ricco immerso nel lusso, sia esso capitano d’impresa o star dello spettacolo. La riprova sta nel fatto che la xenofobia scompare d’incanto se lo straniero (arabi e africani compresi) è un forte investitore economico, svolge una professione particolarmente prestigiosa, o calca le scene con grande successo di pubblico. E così in diversi Paesi occidentali il permesso di soggiorno e persino la cittadinanza si possono acquistare a colpi di moneta sonante (tanta moneta sonante).

La mancata conoscenza dello straniero  alimenta la diffidenza

Un altro fattore che alimenta la diffidenza è la mancata conoscenza dello straniero. Il quale viene fatto oggetto di tipizzazioni, ovvero di stereotipi. E qui conviene lasciare la parola a Michels: ” Gli Italiani passano in Svizzera e altrove per straccioni e proletari, in Austria e Germania per “mangiagatti”, i Francesi in Inghilterra per commedianti e fabbricanti di parrucche”. Un terzo fattore che alimenta sospetti generalizzati nella società di accoglienza e individuato da Michels si sviluppa quando l’emigrazione assume forme di massa. Ai nostri giorni in Europa e in Italia questo fenomeno non è avvenuto ma alcuni partiti politici sostenuti direttamente o indirettamente da potenti testate giornalistiche hanno costruito una realtà mediatica che è riuscita a sostituire la realtà fattuale perché la tanto gridata invasione, numeri alla mano, non è mai avvenuta: lo straniero è oggi il capro espiatorio delle ingiustizie che italiani ed europei subiscono da decenni sul fronte del lavoro e non solo. Di recente il nostro attuale ministro degli Interni ha chiuso i porti agli sbarchi di migranti con grande plauso di milioni di telespettatori ed elettori che così soddisfatti hanno subito senza fiatare i cospicui aumenti delle bollette di luce (+ 6,5%) e  gas (+8,2%).

Uno strumento utile, una bella lezione di sociologia

A conclusioni di questo tipo naturalmente Michels non arriva perché non fa un’analisi critica del fenomeno migrazione. Tuttavia la sua “Sociologia dello straniero” resta ancora oggi uno strumento utile e una bella lezione di sociologia. Certo, la ricerca oggi è molto più avanzata rispetto a ottant’anni fa. Ma Michels individua nella relazione tra società ospitante e straniero una serie di meccanismi – e conseguenti comportamenti –  che ieri riguardavano i migranti italiani e oggi quelli extraeuropei. Come ad esempio la classificazione dei fattori favorevoli e sfavorevoli all’assimilazione del forestiero: dalle barriere linguistiche al passaggio da un sistema di valori a un altro; dalle dimensioni del Paese ospitante ai tempi di permanenza nel nuovo arrivato, alle eventuali affinità culturali e così via. Con tutti i suoi limiti l’indagine di Michels insegna ad esercitare lo sguardo sociologico sullo straniero cogliendo complessità, contraddizioni ed eccezioni di una figura sociale che, volenti o nolenti, è parte della nostra contemporaneità.

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