Dal diario sull’Huffington Post di Nicola Fratoianni a bordo della Open arms: il salvataggio di 87 persone

Dal diario sull’Huffington Post di Nicola Fratoianni a bordo della Open arms: il salvataggio di 87 persone

2 agosto

Intorno alle 23,30 lanciamo i ribh per raggiungere più velocemente il punto indicato. Partono carichi di centinaia di giubbotti. Non sappiamo quante persone ci siano a bordo.

Ore 00.17 Eco 1 (uno dei due gommoni da ricerca e salvataggio della Open Arms) ci comunica che ha individuato il rubber boat. Sta convergendo anche Eco 2.

E noi siamo a poco meno di 20 minuti. Dalla nave comunicano le informazioni. I gommoni distribuiscono prima di tutto i giubbotti. Ci comunicano che si tratta di un gommone bianco. La raccomandazione che arriva da qui è di spiegare alle persone chi siamo e cosa facciamo. Di spiegare che non siamo Libici. Di tranquillizzarli. Due immigrati si sono buttati in acqua. Poi altri. Dalle ribh percepiamo tensione. Questa fase del salvataggio è forse la più delicata. Il rischio che l’agitazione provochi movimenti improvvisi e che il gommone possa rovesciarsi è alto.

Ore 1:53. Operazione conclusa. 87 a bordo della Open Arms. Stanno tutti bene. Recuperate le ribh. Terminato il triage. Non dimenticherò mai gli occhi di quelli che ho tirato a bordo. 84 vengono dal Sudan. Molti dal Darfur. Poi un Egiziano, un Siriano e un Gambiano. Ad un primo esame 8 sono minori. Due accompagnati dal padre. 6 non accompagnati. Appena saliti tutti i migranti hanno ricevuto una bottiglietta di acqua. Subito dopo abbiamo diviso dagli altri quelli con abiti impregnati di benzina. Nella fila che organizza l’arrivo a bordo, la dottoressa e l’infermiera di turno, annusano letteralmente gli abiti all’altezza dei glutei e del lato posteriore della gamba. Le parti più esposte al contatto con il carburante. Quando è prolungato provoca, in poco tempo, ustioni chimiche molto serie sulla pelle. A loro si fa una doccia con un sapone apposito e si fornisce un pigiama al posto dei vestiti.

Finita questa operazione a ciascuno è stata riempita nuovamente la bottiglietta e consegnata una barretta ad alto contenuto energetico. Nel frattempo, Riccardo ha comunicato telefonicamente e via mail l’esito dell’intervento a tutte le autorità di riferimento. Spagnole, Italiane (che ci hanno comunicato di rivolgerci ai Libici) e Libiche.

Erano in mare da due giorni. Senza acqua. Pensiamo che si tratti di uno dei tre gommoni su cui era stato lanciato l’allarme SAR di lunedì. Quello che ha coinvolto la Asso 28. Lo stesso allarme che i Libici avevano dichiarato chiuso invitandoci ad allontanarci dalla zona. Alle 3:11 questa prima fase dell’operazione è quasi terminata. Tra poco si organizzano i turni per la notte. La professionalità di chi lavora su questa nave è impressionante.

Ore 5:47. Sono in coperta. Ho dormito poco più di un’ora. Il mio turno di guardia ora si svolge qui. Più che una guardia si tratta di un turno di cura. Serve a rispondere a eventuali problemi o esigenze dei ragazzi. Dormono tutti. Avvolti nelle coperte che gli abbiamo distribuito.

Proprio vicino a me due dei più giovani. Dormono insieme. Una coperta a terra e una per coprirsi. Uno è il nipote dell’altro. Giovanna, a cui do il cambio, mi dice che questo per loro è il primo vero sonno da tanto tempo. Non solo per le 48 ore o forse più, passate in mare. Ma perché nel loro lungo viaggio, cominciato molto prima di imbarcarsi, per la prima volta, si sentono protetti, al sicuro.

I soccorritori e i giornalisti che ieri sera hanno effettuato il trasbordo con le ribh e che per primi sono arrivati al rubber boat, al ritorno ci hanno fatto tutti lo stesso racconto. Il primo impatto. I ragazzi che si ritraggono. Qualcuno che si getta in mare. Tutti che gridano “no Libia, no Libia”.

Panama (è il suo soprannome, si chiama Xavier ), un soccorritore volontario che fa il turno con me, ieri sera davanti al terrore di uno dei ragazzi si è tolto il casco, per mostrare i suoi capelli biondi e la sua cresta. Per dimostrare di non essere un libico. Panama ha 25 anni, viene da Madrid, e frequenta l’ultimo anno di un corso di laurea in marketing. Nel frattempo lavora come barman, o dove può, per mantenersi. Un tipico radical chic insomma.

Poco dopo l’inizio del turno vado in cucina a preparare il the. Un enorme pentolone. E molto zucchero. Una volta pronto ci organizziamo in tre. Io, Panama e Carlitos (il marinaio tuttofare della nave). Io distribuisco il the, Panama due gallette di riso a testa, Carlitos disegna un cerchietto sui braccialetti che abbiamo messo ai loro polsi ieri sera. Così siamo in grado di tenere il conto e di dare un ordine alla distribuzione della colazione. 87 bicchieri di The. 174 gallette. Chiedo ad un ragazzo vicino a me di aiutarmi. Sorride. Si mette li, mi passa i bicchieri. Diventa tutto più fluido e veloce .

Ora, dopo la fine del mio turno, mi preparo per allestire il pranzo dell’equipaggio. Altri si occuperanno di preparare riso e purè per tutti i ragazzi in coperta. Mentre attendiamo indicazioni sul coordinamento della fase successiva continuiamo la nostra attività di pattugliamento. Le condizioni meteo restano ottime ed è possibile che nelle prossime ore ci siano altri interventi da fare….

Dal blog di Nicola Fratoianni su Huffington Post del 2 agosto 2018

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