Divampa la retorica anti-tedesca in Italia. Rancori antichi, indipendenza nazionale, o strategia politica?

Divampa la retorica anti-tedesca in Italia. Rancori antichi, indipendenza nazionale, o strategia politica?

Dal nostro corrispondente a Berlino

La lotta contro i barbari è cominciata. I padri risorgimentali salutano i nuovi patrioti e le barricate digitali che questi innalzano nelle vie del web. La penisola è scossa da un fremito d’orgoglio, c’è chi grida «non passa lo straniero!» e chi rammenta i torti subiti da Teutoburgo fino agli Europei del 2016. Da Palermo ad Aosta, dalle illustri redazioni meneghine all’anonimo commentatore di facebook, l’Italia tutta sembra avvinta in un’epica di riscatto e redenzione, in una nuova lotta di liberazione contro l’eterno nemico: il tedesco. La situazione è surreale. A chi, dopo un lungo soggiorno oltreconfine, torna nel Belpaese per godere del clima e dei piaceri della tavola, può capitare di dover trascorrere alcune ore spiegando a parenti e conoscenti che i tedeschi, esclusa un’infima minoranza, non sono più nazisti, che anche laggiù vige la democrazia, che non si aggirano bestie bionde in cappotto nero e svastica sul braccio, non si ammazzano i diversi o gli stranieri, non si intende dominare il mondo e – cosa forse per noi inconcepibile – si condanna duramente il proprio passato dittatoriale, sentendo la responsabilità di mantenere viva la memoria degli errori e degli orrori commessi. Nonostante la solerzia e l’acribia scientifica dell’esposizione, non sempre la spiegazione soddisfa l’auditorio, e l’ingenuo viaggiatore, convinto di combattere vieti stereotipi, rischia seriamente di essere calato nella parte del “traditore della patria”.

Retorica anti-tedesca e suscettibilità nazionale

A un primo sguardo, non è facile comprendere l’isteria germanofoba che serra il cuore del paese. Certo, la rivalità tra i due versanti alpini è cosa vecchia, il diverso grado di salute delle rispettive economie nazionali genera inevitabilmente invidie e recriminazioni, mentre i pregiudizi e l’arroganza non mancano neppure dall’altra parte. Tuttavia, nessuno di questi fattori basta a spiegare la repentina esplosione di sentimenti anti-tedeschi che caratterizza questi ultimi giorni, e tantomeno sono in grado di farlo le vignette e gli articoli comparsi nella stampa d’oltralpe e addotti come pretestuoso casus belli per giustificare i più feroci attacchi e invocare il “razzismo anti-italiano”. Se prestassimo fede a questi difensori dell’orgoglio nazionale dovremmo concludere come l’opinione pubblica italiana sia tra le più permalose d’Europa, incapace di tollerare critiche e di accettare la satira – cosa comunque ampiamente testimoniata dalle lunghe querelles dell’era berlusconiana e dalle vergognose invettive contro lo Charlie Hebdo.

Invero, però, l’incidenza di passioni anti-tedesche nel dibattito pubblico italiano è molto più profonda, prendendo forma in una narrazione apologetica e compiaciuta, in cui la bonaria penisola è costantemente vittima delle macchinazioni germaniche: nel mercato e nella moneta unica, nella politica estera, nelle violazioni della sovranità nazionale, fino a evocare le vicende strazianti di povere madri separate dalla loro prole per ordine di spietati enti pubblici tedeschi votati alla salvaguardia del “sangue ariano”. Si tratta di una retorica pericolosa, soprattutto perché risulta particolarmente adatta a far breccia nell’elettorato di sinistra, rievocando le passioni resistenziali e quell’equiparazione tra nazista e tedesco che, già durante la guerra partigiana, riuscì a volgere lo scontro ideologico in una battaglia per la liberazione nazionale. Gli esiti sono paradossali e minacciano di creare un vasto consenso interno in favore di forze spiccatamente nazionaliste. Nella confusa memoria del nostro paese si è giunti perfino a immaginare una mitica età dell’oro, in cui l’economia italiana doveva essere più florida di quella della controparte – senza che, tuttavia, nessuno sia effettivamente in grado di ricordare un solo istante in cui il disoccupato renano fosse costretto a scendere nella penisola, col fagotto in spalla, per cercare lavoro in Brianza.

L’Unione europea è un Quarto Reich?

L’argomento ricorrente – tanto tra parenti e conoscenti, quanto tra gli illustri commentatori e i personaggi politici – è che la Germania attuale stia continuando a portare avanti i progetti egemonici di Adolf Hitler, e che quindi l’Unione europea non sia affatto diversa dal “nuovo ordine” nazista – seppur edificato sulla forza economica anziché su quella militare. La stessa diatriba che ha come oggetto la nomina di Paolo Savona alla guida del Ministero dell’economia si appunta proprio su tale questione, e sull’infelice affermazione secondo cui Berlino starebbe «attuando la sostanza del Piano economico avanzato nel 1936 da Walter Funk, il ministro dell’economia nazista».

Il problema di molti dilettanti, che si avvalgono di argomenti storici per sostenere le proprie opinioni, è spesso quello di concentrarsi esclusivamente su un evento, o sulla manifestazione di una determinata idea in un dato momento, ignorando completamente sia il contesto che gli sviluppi da cui scaturiscono gli avvenimenti in questione. Tuttavia, in questo caso, si può parlare di veri e propri errori grossolani. Walther Funk – così all’anagrafe – nel 1936 non era ancora ministro dell’economia, mentre il suo più celebre discorso sul “riordinamento economico dell’Europa” venne tenuto quattro anni più tardi, ovvero il 25 luglio del 1940, all’indomani della capitolazione della Francia. Tale appunto non è affatto secondario: i progetti nazisti sull’unificazione economica del continente non precedettero l’occupazione militare, rappresentando quindi una sorta di preliminare piano egemonico, ma furono una risposta – e, pertanto, una conseguenza – del sorprendente successo sui campi di battaglia. I nazisti, inoltre, non spiccavano per il loro europeismo e, trovandosi improvvisamente padroni di buona parte del continente, dovettero inventarsi qualcosa per ristrutturarne gli equilibri economici in favore dell’industria bellica del Reich. Nel farlo, copiarono abbondantemente da coloro che li avevano preceduti, ovvero i pan-europeisti liberali degli anni Venti e dei primi anni Trenta.

Soprassedendo sul fatto che i cosiddetti piani di Funk vennero duramente criticati nella stessa Germania nazista e che Adolf Hitler non sviluppò mai una politica europea coerente, non fu neppure Walther Funk a inventare il mercato unico, la moneta unica o la libera circolazione di beni e persone – cosa peraltro mai ventilata nei piani del “nuovo ordine” – bensì, prima di lui e da tutt’altra sponda ideologica, lo fecero il ministro degli esteri della Repubblica di Weimar Gustav Stresemann, in un memorabile discorso alla Società delle nazioni di Ginevra, e il primo ministro francese Aristide Briand, con il suo memorandum del 1930. Né Stresemann né Briand erano nazisti o simpatizzarono per il nazismo. Al contrario, entrambi divennero nemici giurati del movimento hitleriano. Una volta conquistato il continente con le armi, il Terzo Reich mutuò tuttavia alcune idee dell’europeismo liberale, adattandole alla propria politica egemonica, ovvero a un progetto imperiale in cui l’Europa sarebbe stata organizzata in un sistema gerarchico di nazioni variamente dipendenti dalla Germania e dove quest’ultima non avrebbe rinunciato a una briciola della propria indipendenza economica e politica in favore di una qualche istituzione sovranazionale.

Parlare dell’Unione europea come la realizzazione dei piani di Funk è dunque un falso storico. Essa è piuttosto il prosieguo dei progetti di Stresemann e Briand – incidentalmente copiati e deformati dai dirigenti nazisti, quando divenne necessario sviluppare una qualsiasi politica europea – per una federazione volontaria di Stati liberi e uguali. Le attuali istituzioni europee, proprio in virtù del loro complesso funzionamento e dell’intricato sistema di pesi e contrappesi, rappresentano proprio un baluardo contro l’egemonia di un’unica nazione e offrono la sola sede capace di drenare la sovranità assoluta dei singoli Stati-membri in favore di organi collegiali, democratici perché espressione diretta di governi nazionali democraticamente eletti.

Germanofobia come strategia politica

Se non esistono reali motivi per temere la nascita di un Quarto Reich in Europa, dobbiamo quindi chiederci cosa alimenti – al di là della retorica e del gusto polemico – le attuali recriminazioni contro la Germania. La risposta, forse, non va cercata fuori dai nostri confini, ma all’interno del panorama politico italiano. Il sospetto è che gli attuali partiti di maggioranza stiano alimentando coscientemente la polemica anti-tedesca per mascherare le proprie contraddizioni, sfruttando gli umori sovreccitati di un’opinione pubblica mantenuta in costante stato di campagna elettorale. Il teatrino politico degli ultimi mesi, gli improbabili contenuti di un contratto di governo in parte utopico e in parte suicida, l’accanita battaglia per i nomi e le poltrone del futuro esecutivo sono infatti svaniti, come per incanto, dal dibattito pubblico italiano, sopravanzati dall’isterico susseguirsi di accuse e recriminazioni indirizzate a Berlino – ma anche a Parigi e Londra –, colpevole di guardare con preoccupazione agli sviluppi nella penisola e ai loro contraccolpi sul futuro dell’Unione europea.

È dunque lecito chiedersi se siamo davanti a una precisa strategia politica – che potrebbe trovare un’applicazione sistematica quando l’attuale maggioranza si dovrà confrontare con sfide reali – volta a esternalizzare i problemi interni, riducendo questioni endogene o sviluppi di respiro globale a un confronto manicheo tra noi e loro: uno stratagemma che ricorda da vicino la retorica del fascismo, il travisamento del concetto di lotta di classe in una lotta tra nazioni “proletarie” e “plutocratiche” che rischia di gettare fumo negli occhi dell’opinione pubblica, nascondendo difficoltà e fallimenti sotto il manto di un nazionalismo roboante ma privo di contenuti e visioni di lungo periodo.

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