L’Italia del Bengodi descritta dal Def non esiste. Ora lo dice l’Istat: crescono povertà e disuguaglianze. Fracassi (Cgil): un quadro preoccupante. Emergenze sul fronte del lavoro e del salario. Il problema Iva

L’Italia del Bengodi descritta dal Def non esiste. Ora lo dice l’Istat: crescono povertà e disuguaglianze. Fracassi (Cgil): un quadro preoccupante. Emergenze sul fronte del lavoro e del salario. Il problema Iva

Neppure il professor Giacinto della Cananea, coordinatore del cosiddetto comitato scientifico per l’analisi dei programmi agli ordini di Luigi Di Maio che è riuscito  a rendere simili, se non proprio uguali, i programmi dei Pentastellati, della Lega e del Pd, riuscirebbe nell’ingrato compito di far coincidere le analisi, si fa per dire, meglio definirli spot pubblicitari, che illustrano il Documento di economia e finanza, il famoso e temuto Def, messo a punto dal Padoan, titolare dimissionario del dicastero e approvato dal Consiglio di ministri, con i dati che Istat ha reso noti. Il Documento approvato con la supervisione della sottosegretaria alla presidenza del Consiglio, Maria Elena Boschi, è tutto fuorché, ci scusi il ministro, una “cosa” che parla di economia, di entrate e di uscite, che offre un quadro realistico della situazione. Si tratta di una accozzaglia d numeri ad uso e consumo dello stesso ministro, dell’ex presidente del Consiglio Renzi Matteo e dell’attuale, Gentiloni. Ieri lo abbiamo definito un documento che racconta un paese di Bengodi dove tutto va bene, tutti vivono bene, il lavoro abbonda, l’occupazione aumenta, l’economia tira. Questo mentre il presidente della Bce, Mario Draghi, invitava tutti i governi, anche quelli dimissionari, Italia fra questi, a non lasciarsi prendere da euforie fuori luogo. La crescita, ha detto, è rallentata in tutti i Paesi dell’Eurozona, il rischio crescente di una guerra commerciale, protagonista gli Usa di Donald Trump è alle porte e gli effetti sulle economie europee potrebbero essere molto pesanti. Nel Def, presentato da Padoan, non è noto se è stato approvato senza lettura come spesso capita o se vi è stata discussione, non c’è alcuna valutazione che sia in sintonia con le preoccupazioni di Draghi. La legislatura che si è chiusa, nel Def appariva come un inno alla felicità. Bravi Renzi e Gentiloni, a cavallo di un destriero di razza come Padoan, avevano tolto il paese dalla crisi e fatto il bene degli italiani.

Vengono a galla le magagne della politica di Renzi, Gentiloni, Padoan

Non passano neppure 24 ore ed arriva l’Istat che questa volta non può nascondere le magagne della politica attuata dai governi Renzi e Gentiloni. I dati parlano chiaro. Del resto, ci scusino i ricercatori dell’Istat, che le cose sono andate male i cittadini lo hanno scoperto sulla loro pelle. Perciò hanno votato in massa contro il partito di governo. Per quanto riguarda i dati Istat non c’è che il problema della scelta. Ne indichiamo alcuni che ci collocano agli ultimi posti fra i paesi della Ue. “Il lavoro a termine cresce al 15,4, il 13,5 degli occupati opera nel sommerso, la fiducia dei consumatori cala dal 117,5 al117,1, quella delle imprese dal 105,9 al 105,1”. Ancora, sanità, istruzione, gli investimenti sono ai minimi termini, per le donne e i giovani la ricerca del posto di lavoro è sempre più difficile. L’Istat indaga su tutte le pieghe della società e il responso è sempre il solito: il futuro  non fa sperare in meglio.

Stime di crescita al ribasso, segno che le cose non sono andate bene

Dalla Cgil, con Gianna Fracassi, segretaria confederale intervistata da Radio Articolo1, si fa notare che il Def “rivede al ribasso le stime di crescita”. Si tratta di un segnale inequivocabile che le cose non sono andate bene, “una conferma – prosegue la sindacalista – che  l’Italia  è il Paese che cresce meno in Europa  e che ha maturato un declino ben antecedente alla crisi del 2008”. “La ripresa degli ultimi anni – prosegue Fracassi – presenta elementi di grande fragilità nel contesto nazionale e lo stesso Documento di economia e finanza prova a fare un focus sugli effetti che potrebbe avere lo shock protezionistico nel nostro Paese, prefigurando un quadro preoccupante di debolezza”.

Arrivano così i dati Istat, descrivono un paese che soffre, la povertà in aumento smentendo Renzi, Gentiloni e Padoan. “In Italia – si legge -7,3 milioni di cittadini, il 12,1% della popolazione, vivono in condizioni di grave deprivazione, ovvero in forte disagio economico. Rispetto al 2015 la quota sale (erano l’11,5%). I picchi si raggiungono in alcune regioni del Sud, come Sicilia (26,1%) e Campania (25,9%).  In termini percentuali il valore del Mezzogiorno (21,2%, pari a quasi 4,5 milioni di persone) è quasi il triplo di quello del Centro-Nord (7,3%, poco meno di 3 milioni). È la Sicilia – afferma il rapporto Istat – la regione con la quota più alta di persone che vivono in condizione  di forte difficoltà economica, risultando, tra l’altro, in ritardo con bollette e affitti”. Parlare di vacanze? Neppure per scherzo, non potendosi permettere una settimana.

L’indice di povertà italiano superiore a quello medio europeo

L’Istat evidenzia che tra il 2015 e il 2016 la quota delle famiglie che vanno avanti sotto la soglia della povertà è rimasta “sostanzialmente stabile”. Se però si guarda a  ‘quanto poveri sono i poveri’, allora – afferma Istat – “si riscontra un aumento: dal 18,7% del 2015 al 20,7% del 2016”. Ancora, l’intensità della povertà assoluta è più accentuata al Centro Nord (dal 18,0% al 20,8%) che nel Mezzogiorno (dal 19,9% al 20,5%).
La diseguaglianza, misurata in termini di concentrazione del reddito, è “più elevata in Sicilia, mentre nelle regioni del Nord-est si riscontra una maggiore uniformità”. Nel confronto con l’Ue, “l’Italia si posiziona al ventunesimo posto (0,331), con un valore più elevato di quello medio europeo (0,308)”.

Torniamo alle argomentazioni della Fracassi. Riprende le preoccupazioni espresse da Mario Draghi in merito ad una eventuale guerra dei dazi che, dice, “determinerebbe un impatto sul nostro Pil dello 0,3, poi dello 0,5 e successivamente dello 0,8%”. E questo dato “rappresenta un po’ lo specchio delle politiche economiche messe in campo negli ultimi anni”, ha affermato la sindacalista.

Pesantissimo il taglio degli investimenti, quelli pubblici vanno a picco

Il taglio degli investimenti pubblici è stato pesantissimo durante la crisi, e “ci ha fatto e ci continua a far perdere tante occasioni. C’è una lieve ripresa degli investimenti privati – prosegue Fracassi – ma quelli pubblici vanno ancora più a picco. Perciò, credo sarebbe opportuna una controffensiva sul versante delle politiche economiche e industriali, nonché una serissima riflessione sulle politiche messe in campo, ma non mi sembra che il Def inverta la tendenza e, al contrario, si persegue in un’ottica che non ha dato risultati”.

Veniamo alla questione del debito. Padoan  si è detto soddisfatto perché vi è stata una piccola riduzione ma, afferma Fracassi , è sempre al 130%  malgrado le condizioni favorevoli create dalla politica monetaria della Bce, il basso costo del petrolio,  qualche flessibilità di bilancio in più. “Ora, però, abbiamo di fronte a noi alcuni obblighi che non possiamo assolutamente rimandare. Ad esempio – dice Fracassi – quello delle clausole di salvaguardia che per il 2019-20 ancora pesano consistentemente nel bilancio.

Servono subito 12 miliardi e mezzo per neutralizzare aumento Iva

Nella prossima legge di Bilancio dovremmo trovare 12 miliardi e mezzo per neutralizzare l’aumento dell’Iva. Nel Def non si indicano i punti laddove intervenire per trovare le risorse necessarie alla neutralizzazione delle clausola sull’Iva, né si parla di politiche espansive che possono condurre il nostro paese in una fase diversa dall’attuale. Mi riferisco – prosegue la segretaria confederale Cgil –  ai due fronti dell’emergenza: il primo, quello del lavoro, che vuol dire anche disoccupazione, giovanile e femminile. Intervenire sulla leva occupazionale ti consente di aumentare la domanda interna e determinare condizioni diverse. Il secondo fronte è quello del salario, anch’esso indispensabile per aumentare la domanda interna e migliorare la condizioni delle persone. E infatti la quota lavoro sul Pil è in diminuzione. Questo significa perdita di valore dei salari reali, e il tema della redistribuzione dei salari diventa centrale. Questo avrebbe dovuto fare il Def: cogliere i due elementi di emergenza e provare a delineare per i prossimi tre-quattro anni politiche che intervengano sull’occupazione, quindi creazione di lavoro, e sul lato salariale. Infine l’aumento delle disuguaglianze e dell’indice di povertà di cui parla anche l’Istat. La prossima legge di Bilancio – conclude Fracassi – dovrebbe concentrarsi sui bisogni delle persone, relativi alle condizioni materiali, al sostegno che le grandi reti pubbliche, impoverite, in primo luogo sanità e istruzione, devono fare in un contesto del genere, e l’altro tema fondamentale è il lavoro. Bisogna fare alcune scelte e compiere una svolta che parli alle condizioni della gente, che abbia effetti sul lungo periodo su occupazione e temi sociali, che sono poi i due elementi su cui l’Italia marca da tempo un’emergenza, una necessità e un’urgenza di interventi”.

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