L’ennesima ipocrisia di una classe politica che non vuole affrontare i grandi temi della vita e della morte

L’ennesima ipocrisia di una classe politica che non vuole affrontare i grandi temi della vita e della morte

Fa discutere, né poteva essere diversamente, la decisione del governo, nell’ultimo giorno utile, di costituirsi davanti alla Corte Costituzionale nel conflitto acceso dalla Corte di Assise di Milano nell’ambito del processo a Marco Cappato, imputato per aver aiutato a morire Fabiano Antoniani, portandolo, consapevolmente, in una clinica svizzera dove si pratica la cosiddetta “buona morte”. Il ministero della Giustizia ha subito avuto cura di specificare, per stoppate le polemiche, che non si tratta di una iniziativa “contro” Cappato; piuttosto si tratta di una sorta di atto dovuto, un qualcosa ben ponderato per scongiurare il rischio che, cancellata l’intera norma che punisce l’istigazione al suicidio, si lasciano aperti dei varchi che potrebbero facilmente condurre ad abusi e andare molto al di là di quello che l’umana misericordia richiede.

Prendiamola per buona, anche se ha tutto il sapore della “toppa” con la quale si vuole cercare di mascherare un qualcosa che non ha nulla a che vedere con la giustificazione formalmente addotta. Prima di procedere, conviene ricapitolare, sia pure per sommi capi. Per i giudici milanesi Cappato non ha rafforzato il proposito suicidiario di Antoniani, e la parte della norma che punisce l’agevolazione al suicidio senza influenza sulla volontà dell’altra persona è costituzionalmente illegittima. Due, nella fattispecie, i profili di incostituzionalità: l’equiparazione tra aiuto e istigazione al suicidio (articolo 580 del codice penale) e la conseguente sproporzione della condanna per l’aiuto al suicidio (dai 6 ai 12 anni, come per l’istigazione). Se le cose stanno così la “giustificazione” addotta dal ministero della Giustizia appare alquanto tirata per i capelli. Al di là del formalismo addotto è evidente che la sostanza è squisitamente politica. Attraversiamo un momento politico estremamente delicato; al Quirinale siede un presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, cattolico di scuola morotea, oltre che giurista di valore. Una covata, quella morotea che spesso si è rivelata molto più laica e rispettosa di una quantità di laici che Gaetano Salvemini avrebbe definito “con la gonnella”; ma chissà, forse qualcuno può aver pensato che non è il caso di tirar troppo la corda. Ovviamente non si adombra che il presidente sia minimamente intervenuto; si vuole solo dire che qualcuno può aver avuto paura della sua stessa ombra e sia stato prodigo di uno zelo non richiesto e neppure gradito. Come sia, nel Pd forte è la componente cattolica, e per quanto l’attuale pontefice sia venuto “da quasi la fine del mondo” non c’è dubbio che chi già si trova, dal 4 marzo, in una situazione di imbarazzante precarietà, non ha alcun interesse a creare altri fronti di tensione e polemiche.

Dunque: briciole di potere valgono bene un ricorso.

Ora smettiamo di sbirciare quello che si agita nelle stanze del Potere più o meno reale, e indossiamo quelli del cittadino, interessato a vedersi rispettata (e tutelata) dallo Stato la sua dignità. Dignità della vita e, anche, del morire.
Di regola, quando la politica si rivolge alla Corte costituzionale, significa che non vuole, che non sa decidere. Il codice penale non fa alcuna differenza tra l’istigazione al suicidio e al misericordioso aiuto a persona consenziente. Se una persona viene, facendole violenza fisica o psichica, indotta a togliersi la vita, o se si aiuta un malato terminale che chiede di porre fine alle proprie sofferenze, per la legge è la stessa cosa. Cosa fa una classe politica seria e responsabile? Prende atto della cosa, e provvede. Così dovrebbe accadere. Al contrario, ci si barrica dietro il formale rispetto della norma, e si attende che sia la Corte a togliere le castagne dal fuoco.

Cosa se ne ricava: che quando si tratta di questioni delicate come le tematiche relative alla vita e alla morte (questioni che, piaccia o no, riguardano direttamente tutti), la stragrande parte della classe politica preferisce semplicemente nascondere la testa sotto la sabbia. E non è che in Parlamento non vi siano proposte di legge per cercare di “governare” la questione. Ci sono. Però si evita di discuterle, anche di metterle all’ordine del giorno. Per stare sicuri ci si oppone anche a indagini conoscitive per prendere cognizione delle dimensioni del fenomeno. Struzzi, senza “se” e senza “ma”. Ed è questo il nodo che appare, in tutta la sua solare evidenza: la pavidità di una classe politica che ha timore di pronunciare la stessa parola “eutanasia”. Finché, come un tempo l’aborto, la si pratica clandestinamente, anche se è un fenomeno massiccio, va bene. Ma guai a fissare criteri, regole che non sia: si fa, ma non si dice. Una inaccettabile ipocrisia che siamo costretti a patire. Fino a quando?

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