Boldrini riafferma la necessità di sciogliere le formazioni fasciste. Fratoianni esclude governi di scopo. Renzi: “se perdo non me ne vado”. E Casapound tenta Salvini

Boldrini riafferma la necessità di sciogliere le formazioni fasciste. Fratoianni esclude governi di scopo. Renzi: “se perdo non me ne vado”. E Casapound tenta Salvini

Nel corso di un’intervista, Laura Boldrini torna sui temi dell’antifascismo e della lotta contro tutti i razzismi. La presidente della Camera afferma, se non fosse stato chiaro abbastanza durante la manifestazione di sabato, che “bisogna sciogliere le formazioni fasciste. Berlusconi e Salvini prendano atto della realtà, questi movimenti esistono e agiscono in maniera violenta”. Inoltre, l’esponente di Leu spiega: “migranti stigmatizzati come causa di tutti i mali, senza di loro la carriera politica di Salvini sarebbe già defunta”. Duro anche il giudizio nei confronti delle politiche del governo Gentiloni-Minniti sulla questione immigrazione: “da sinistra si è fatta una politica che ha aiutato la destra. Il Parlamento aveva dato la delega al governo per cancellare il reato di clandestinità, ma il governo Renzi ha deciso di non darle seguito perché l’opinione pubblica non avrebbe capito. Hanno promesso a 800mila ragazzi la riforma della cittadinanza e poi l’hanno messo come ultimo punto della legislatura. C’è un problema di subalternità politica e culturale nei confronti della destra”. Boldrini commenta poi l’assenza di un ministero per le Pari Opportunità: “Fu Renzi a decidere che non voleva quel Ministero, secondo me fu un grave errore. Nel nostro paese le discriminazioni aumentano, la violenza sulle donne è cronaca quasi quotidiana, in un momento così c’era proprio bisogno di un Ministero dedicato. In Italia il movimento ‘metoo’ è arrivato un po’ dopo e con meno impatto. Perché qui le donne sono ancora più sfiduciate. Io penso che il nostro paese abbia bisogno di una vera e propria rivoluzione femminista e ritengo che un partito di sinistra debba convintamente definirsi femminista”, conclude.

“Se non c’è una maggioranza chiara tocca al presidente della Repubblica indicare la strada, è nel dettato della Costituzione un elemento di regia”. Ma “non vedo a che cosa serva” un governo di scopo per fare una legge elettorale, dice Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra italiana e candidato di Liberi e uguali, a Repubblica.it. “Se occorre fare la legge elettorale c’è il Parlamento, e c’è un governo che resta in carica per gli affari correnti. Si può fare la legge elettorale senza governo del presidente, in Parlamento”, aggiunge. Quanto alle larghe intese, risponde: “Renzi e Berlusconi hanno interessi convergenti, per questo vogliono un governo insieme. Vedremo i rapporti di forza dopo il voto. Per me con la destra non se ne parla, il mio schema è sui contenuti: se ci sono forze sufficienti ad avere la maggioranza, e che considerano prioritaria la lotta alle diseguaglianze con un piano straordinario per il lavoro, redistribuzione della ricchezza, il diritto alla salute con l’abolizione dei ticket… Su queste 4-5 questioni prontissimi a discutere, così si fa”.

Questa volta Matteo Renzi non lega il suo destino politico a una percentuale. “Non ci sarà nessun passo indietro”, risponde all’ennesima domanda sugli scenari che si apriranno il 5 marzo. Usa una forma impersonale, ma parla di se stesso: se lo spoglio certificherà una sconfitta per il Pd, con percentuali ben al di sotto di quelle del 2013 di Bersani, non farà come al referendum, non si dimetterà da segretario. “Ma il Pd è già primo in un ramo del Parlamento”, assicura nel corso di un comizio a Brescia. Si riferisce al Senato e ai sondaggi che stimano i Dem più competitivi presso un elettorato più adulto. Ma invita a non dare per persa la partita. Anzi. “L’operazione primo posto è alla nostra portata”, twitta. Nel Pd e alla sua sinistra, sugli scenari del “dopo” già si disegnano posizionamenti e strategie. Tanto che Emma Bonino si affretta a smentire come “fantascienza” l’ipotesi che Berlusconi la strappi al centrosinistra indicandola come premier. Nella partita tutta interna al Pd, i renziani ricordano che il segretario è stato eletto lo scorso anno dalle primarie e dovrà eventualmente essere sfiduciato da un congresso. Ma aggiungono che molto dipenderà dalle percentuali e che Renzi non ha tutte le carte in mano. E Walter Veltroni lo aiuta, tornando a frenare sulle larghe intese: “No a governicchi”, se nessuno ha la maggioranza serve “un accordo sulle regole” per poi tornare a votare. “Adesso pensiamo a vincere”, afferma anche Dario Franceschini. E se Veltroni assicura che intende avere “un peso politico senza perciò avere un ruolo”, il ministro della Cultura nega l’idea di uno sgambetto a Renzi: “Il segretario? L’ho già fatto”.

Un governo “sovranista che porti l’Italia fuori dall’Euro e blocchi l’immigrazione”. E’ l’esecutivo che ha in mente Simone Di Stefano, leader di Casapound che rompe gli indugi ed annuncia il suo sostegno (nel caso il partito superi il 3%) ad un esecutivo che vede a palazzo Chigi il leader della Lega Matteo Salvini e al ministero del Tesoro l’economista antieuro Alberto Bagnai. Un endorsement che, se accettato, sposterebbe ancora più a destra il baricentro della coalizione, cosa che non dispiacerebbe al segretario del Carroccio. Nessun intesa ufficiale, ma il leader della Lega fa sapere che, dando per scontata la sua vittoria, “dopo il 5 marzo è disposto ad incontrare tutti”. Il “tifo” di Casapound per la Lega non fa fare i salti di gioia a Silvio Berlusconi che ha sempre visto nei moderati il perno della coalizione e che proprio con Bruxelles si è fatto garante del fatto che un governo di centrodestra anche con il Carroccio non ha nulla a che vedere con posizione estremiste e populiste. Da Arcore l’ex premier preferisce tenersi lontano da polemiche concentrando gli ultimi giorni di campagna elettorale in un tour de force mediatico. Berlusconi continua a nutrire forti dubbi all’idea di una manifestazione (anche se unitaria del centrodestra) sicuro che per “convincere i delusi, anche quelli del Pd”, sia più utile andare in televisione. La data per la kermesse resta quella del primo marzo, ma tra gli alleati permangono i distinguo sull’organizzazione dell’evento. Per la leader di Fdi, promotrice dell’iniziativa, l’appuntamento deve essere messo a punto da tutte le forze insieme. Matteo Salvini annuncia invece che Berlusconi (non cita la Meloni) sarà alla manifestazione organizzata dal suo partito all’Eur. Da Arcore però frenano facendo sapere che l’ex premier non ha ancora dato nessuna conferma.

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