Locarno 70 (8). Una lettera dall’Afghanistan di oggi, dopo quarant’anni di guerra e l’avvento dei talebani

Locarno 70 (8). Una lettera dall’Afghanistan di oggi, dopo quarant’anni di guerra e l’avvento dei talebani

Ci sono film che meritano al di là della loro specifica qualità artistica; e anche quando la “qualità” (che è pur sempre cosa opinabile), in altre occasioni verrebbe considerata non straordinaria, o perfino modesta, può capitare che il film meravigli, e ci si senta di augurargli la miglior fortuna possibile. E’ accaduto, per esempio, con “La bicicletta verde” (“Wadjda”) un film del 2012 scritto e diretto da una regista saudita, Haifaa Al-Mansour, in Arabia Saudita (e già questo solo era uno straordinario gesto di coraggio e di indipendenza, per non dire della storia con le sue trasparenti allegorie). Accade oggi, con “A letter to the President”, primo film, dopo la realizzazione di numerosi documentari, della regista afgana Roya Sadat, che assieme alla sorella, ha fondato la “Roya Film House”: la prima società di produzione creata da donne del paese.

In sintesi, è la storia di Soraya, un pubblico ufficiale che cerca di far rispettare la legge nella terribile situazione dell’Afghanistan di oggi. La sua decisione di sottrarre alla giustizia di un clan una giovane donna accusata di adulterio provoca una reazione a catena, anche in famiglia. Piove sempre sul bagnato: in seguito ad una lite Soraya uccide accidentalmente suo marito, un uomo violento e meschino. Viene così arrestata e condannata a morte. Solo il Presidente la può salvare: a lui scrive una lunga lettera che però sembra andare perduta; potrebbe venire letta troppo tardi… “A Letter to the President” è a giusto titolo uno di quei film coraggiosi che andrebbero incoraggiati per il solo fatto che si è trovato il modo di realizzarli, e pazienza se qua e là si possono cogliere piccole sbavature, o imperfezioni. Anzi, proprio queste assumono valore, significato: dimostrazione delle condizioni estreme in cui si è lavorato. La storia raccontata rende perfettamente l’idea di cosa sia l’Afghanistan oggi, dopo 40 anni di guerra e l’avvento dei talebani. Una preziosa testimonianza su una “cultura” (chiamiamola così) che si basa ancora su leggi tribali, che suscitano orrore. Volutamente il finale del film è “aperto”. Lo spiega la stessa Sadat: “Soraya potrebbe evitare l’esecuzione, o no. La situazione giudiziaria in Afghanistan è molto difficile, soprattutto per le donne. Lo stesso governo spesso è inconsapevole di cio’ che accade in alcune regioni”. Non è stato facile, realizzare il film. “Oggi è molto piu’ difficile di cinque anni fa”, dice Sadat. “La cultura è osteggiata dall’attuale governo, quindi non è facile, ma come ho dimostrato, non impossibile”. La regista si augura di poter trovare un distributore internazionale, “anche per finire di pagare molte delle persone che hanno lavorato al film e che ancora devono ricevere il loro compenso”. Auguriamoci che almeno questa volta la “lettera” spedita da Locarno venga recapitata e letta in tempo utile…

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