Locarno 70 (5). Guerre di ieri e di oggi, orrori di sempre

Locarno 70 (5). Guerre di ieri e di oggi, orrori di sempre

Il primo film in ordine alfabetico è “A Campaign of Their Own”, dell’inglese Lionel Rupp; racconta di come un elettore americano, Jonathan Katz, sia rimasto ammalito dal candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti Bernie Sanders. L’ultimo film, sempre in ordine alfabetico, è “What Do You Think”, nella sezione retrospettiva dedicata a Jacques Tourneur, commedia brillante del 1937 dove il regista si cimenta in un suo classico cavallo di battaglia: razionalizzare una serie di eventi straordinari che accadono al protagonista. In mezzo circa 250 altri film. Il festival del cinema di Locarno dura dieci giorni: venticinque pellicole al giorno sono impossibili da vedere. Festival troppo “ricco”, dirà qualcuno. Come risolvere la questione? Il suggerimento, frutto di una ultradecennale frequentazione, è di procedere come se si andasse a visitare Venezia: lasciar perdere piazza Sam Marco, il ponte dei sospiri, e le altre “cartoline”. Cercare piuttosto gli angoli nascosti, “penetrare” nelle meraviglie del ghetto ebraico, scovare, magari guidati dal Corto Maltese di Hugo Pratt, quella Venezia che ti sorprende e meraviglia.

Si può fare anche in un festival come questo: trascurare, magari, le grandi produzioni, i “red carpet” che si possono sempre recuperare, e abbandonarsi la mattina alla retrospettiva che offre il sapore antico di film girati con la pellicola e la magia del bianco e nero, dove lo slapstick la fa da padrone e gli effetti speciali del computer sono sconosciuti; dove registi e attori sono, appunto, registi e attori.

Poi, nel pomeriggio e in serata trasformarsi in cacciatori di “pepite”. Se ne trovano. Oggi si possono fare due esempi. Il primo è costituito da “Sand und Blut”, doppia regia: Matthias Krepp e Angelika Spangel. Si tratta di un documentario che ripercorre i recenti fatti di Irak e Siria, visti dalla prospettiva di quanti, negli ultimi anni, si sono rifugiati in Europa: il racconto straziante di come l’esercito del dittatore siriano ha occupato e devastato i villaggi, i crimini consumati dai diversi gruppi di ribelli, oppressori piu’ crudeli e spietati degli oppressori precedenti; gli eccidi, le distruzioni, le deportazioni: tragedie che i rifugiati scampati con la fuga seguono in “diretta” attraverso i video diffusi via internet. Il film è appunto composto da materiale video girato da attivisti, da civili, da guerriglieri; e a parlare sono i “protagonisti”, un flusso ininterrotto di commenti, voci senza volto (si tratta di rifugiati iracheni e siriani nei campi profughi vicino Vienna). La struttura “narrativa” è semplice, cronologica: l’entrata dell’esercito degli Stati Uniti d’America a Baghdad, la guerra contro i terroristi dell’ISIS in Irak, le prime manifestazioni pacifiche in Siria, la loro degenerazione e lo scoppio della guerra civile e che poi assue la dimensione di conflitto etnico-religioso…I racconti esprimono sorpresa, dolore, commozione, rabbia, tentativi di spiegare e giustificare quello che accade. Realtà dolorose che sarebbe bene conoscere; e per questo, spesso, sono ignorate e occultate.

L’altra piccola perla che questa sorta di “diario” festivaliero intende segnalare è un curioso ibrido: produzione svizzero-algerina, regia svizzera (Villi Hermann, già vincitore di un Pardo, nel 1977, con “San Gottardo”). Il film é “Choisir à vingt ans”. Racconta una pagina poco conosciuta della storia francese: quando, tra il 1954 e il 1962, alcune centinaia di ragazzi si rifiutano di andare a combattere per la guerra d’Algeria. Un po’ come accadrà per tanti statunitensi negli anni del Vietnam, che si rifugiano in Canada. Quei ragazzi francesi, obiettori di coscienza, nonviolenti, anticolonialisti, trovano ospitalità in Svizzera. Berna apre loro le porte, mentre Parigi li considera dei traditori. Qualche mese dopo l’indipendenza dell’Algeria, Hermann visita una regione devastata dal conflitto, tra il Marocco e l’Algeria; è tra i volontari che vogliono ricostruire una scuola. Passano gli anni, e nel 2016 il regista decide di tornare in quel piccolo paese, per vedere che ne è dei suoi allievi; e in parallelo, cerca anche quei ragazzi francesi obiettori… di ripercorrerne le emozioni, raccogliere riflessioni, intervallate da “spezzoni” fotografici e di filmati di repertorio, materiale d’archivio, visivo e sonoro.

In sostanza, quando le vicende della vita ti pongono dinanzi a dilemmi che non si possono eludere, e si è costretti a prendere delle decisioni secondo coscienza, a scegliere. Appunto, “Choisir”. Curioso, imbattersi nello stesso giorno in due film che denunciano gli orrori e gli errori della e delle guerre. Come si dice: il caso fa bene le cose.

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