Rapporto Svimez: una clava sulla propaganda renziana del “tutto va bene”. Al sud, 1 su 3 è povero, e 1 su 10 è in povertà assoluta. 200mila giovani laureati fuggiti. La questione meridionale deve essere questione nazionale

Rapporto Svimez: una clava sulla propaganda renziana del “tutto va bene”. Al sud, 1 su 3 è povero, e 1 su 10 è in povertà assoluta. 200mila giovani laureati fuggiti. La questione meridionale deve essere questione nazionale

Arriva puntuale come un orologio svizzero, il rapporto Svimez sull’economia del Mezzogiorno, ed è un sonoro ceffone alla propaganda renziana del “tutto va bene, madama la marchesa”, la dimostrazione che esiste una enorme questione meridionale, e che quest’ultima deve diventare, in maniera non demagogica questione nazionale urgente nel programma della sinistra. I nostri lettori ricorderanno che qualche anno fa, addirittura in agosto, mentre era ancora presidente del Consiglio, e contemporaneamente leader del Pd, Matteo Renzi s’inventò una road map per lo sviluppo del Mezzogiorno. Oggi, a distanza di anni, non solo sappiamo che il programma Industria 4.0 prevede per il Sud miseri 900milioni, ma soprattutto che lo stato della sua economia è clamorosamente peggiorato, nonostante qualche buona performance di una regione, la Campania. Lo Svimez illustra anche quest’anno il fallimento della filosofia che sottende il Jobs act, ovvero crescita senza lavoro, e il fortissimo divario che resta intatto tra Nord e Sud del Paese, aggravato da un movimento demografico negativo che ha praticamente dirottato verso il nord il futuro delle nuove generazioni.

Svimez: “un terzo dei meridionali a rischio povertà e uno su 10 di povertà assoluta”, grazie alle politiche di austerità

“Oltre un terzo dei meridionali è a rischio povertà”, dice il vicedirettore di Svimez, Giuseppe Provenzano, illustrando le anticipazioni del rapporto 2017 in cui si legge che nel 2016 “circa 10 meridionali su 100 sono in condizione di povertà assoluta, contro poco più di 6 nel CentroNord”. Nelle regioni meridionali il rischio di povertà “è triplo rispetto al resto del Paese: Sicilia (39,9%), Campania (39,1%), Calabria (33,5%)”, continua Svimez spiegando che la povertà deprime la ripresa dei consumi, e, in questo contesto, “le politiche di austerità hanno determinato il deterioramento delle capacità del welfare pubblico a controbilanciare le crescenti diseguaglianze indotte dal mercato, in presenza di un welfare privato del tutto insufficiente al Sud”. L’incidenza della povertà assoluta al Sud, lo scorso anno, è cresciuta nelle periferie delle aree metropolitane e, in misura più contenuta, nei comuni con meno di 50mila abitanti. Nella media del 2016 gli occupati aumentano rispetto al 2015 al Sud di 101mila unità, pari a +1,7%, ma restano comunque di 380mila al di sotto del livello del 2008. Nel 2017 è prevista una crescita dell’occupazione dello 0,6%.

L’analisi dello Svimze: il Jobs act ha determinato una “preoccupante ridefinizione della struttura e qualità dell’occupazione”

L’aumento dei dipendenti a tempo indeterminato in termini relativi è più accentuato nel Mezzogiorno nel 2016, grazie al prolungamento della decontribuzione, ma l’incremento degli occupati anziani e del part-time contribuisce a determinare una preoccupante ridefinizione della struttura e qualità dell’occupazione. Ecco la ferita provocata dal Jobs act renziano, del quale il leader del Pd ha parlato come “una grande riforma di sinistra”, mentre, come si evince, è solo denaro regalato alle imprese, e non è di sinistra. La riduzione dell’orario di lavoro, facendo crescere l’incidenza dei dipendenti a bassa retribuzione, deprime i redditi complessivi. Il dato più eclatante è il formarsi e consolidarsi di un drammatico dualismo generazionale: in Italia rispetto al 2008 sono ancora un 1,9 milioni i giovani occupati in meno. Per quel che riguarda i settori, nel 2016, aumenta l’occupazione nell’industria (+2,4%), mentre diminuisce nelle costruzioni (-3,9%). Significativo incremento nel turismo (+2,6%). La spesa pubblica nell’anno ha toccato nel Sud il punto piu’ basso della sua serie storica, appena 13 miliardi, pari allo 0,8% del Pil.

Lo svuotamente delle giovani energie intellettuali nel Mezzogiorno, un prezzo altissimo pagato dalle nuove generazioni

Ma il fallimento di Renzi e delle sue politiche è in questa amara constatazione: il Sud non è più un’area giovane, né tanto meno il serbatoio di nascite del resto d’Italia: negli ultimi 15 anni, al netto degli stranieri, la popolazione meridionale è diminuita di 393mila unità, mentre è aumentata di 274mila nel Nord. Nel 2016 la popolazione del Sud è diminuita di 62mila unità, calo determinato da una flessione di oltre 96mila italiani e da una crescita di 34mila stranieri. Nel Centro Nord il calo di popolazione è stato meno intenso: -14mila unità. Negli ultimi 15 anni sono emigrati dal Sud 1,7 milioni di persone, a fronte di un milione di rientri, con una perdita netta di 716mila: nel 72,4% sono giovani entro i 34 anni, 198mila sono laureati. La grande questione meridionale è tutta contenuta in questi scarni numeri: il “ceto intellettuale”, come lo chiamerebbe Gramsci, è volato al nord, ha abbandonato nuovamente le terre del Sud, le “paglie della cova”, come avrebbe scritto un grande poeta meridionale e meridionalista, Rocco Scotellaro.

Seguiamo ancora Svimez: “L’estromissione dei giovani dal lavoro è diffusa a livello territoriale: la flessione dell’occupazione giovanile risulta un po’ più accentuata nel Mezzogiorno mentre l’incremento per le classi da 35 anni in su è sensibilmente più accentuato nel Centro-Nord. “L’aumento del part time non deriva dalla libera scelta individuale degli occupati di conciliazione dei tempi di vita, né tanto meno da una strategia di politica del lavoro orientata alla redistribuzione dell’orario. Esso è interamente ascrivibile al part time ‘involontario’, cioè all’accettazione di contratti a tempo parziale in carenza di posti lavoro a tempo pieno, che ha consentito ad una quota sempre maggiore di occupati di mantenere nella crisi e/o di trovare nella ripresa un’occupazione”, si legge.

La nota durissima della Cgil: “contesto di grave crisi sociale e forte incidenza della povertà assoluta”

Le anticipazioni del Rapporto 2017 presentate oggi dalla Svimez “confermano quanto sosteniamo da tempo, ovvero che serve un deciso cambio di passo nelle politiche per il Mezzogiorno”, scrive in una nota la segretaria confederale della Cgil, Gianna Fracassi, aggiungendo che in questa legislatura “abbiamo assistito a una maggiore attenzione sul tema dello sviluppo del Sud, ma i risultati rispetto ai principali indicatori economici ci dicono che non è assolutamente sufficiente e che, soprattutto, vanno modificate l’intensità e l’orientamento delle politiche”. Secondo la Cgil, “i timidi segnali positivi” riscontrati in termini di occupazione e crescita si inseriscono, infatti, “in un contesto di grave crisi sociale, testimoniata dalla forte incidenza della povertà assoluta e da un dato nuovo e allarmante: alla crescita degli occupati non consegue un miglioramento delle condizioni sociali”. Per determinare le condizioni di un reale processo di sviluppo e convergenza del Mezzogiorno “è indispensabile incrementare fortemente gli investimenti pubblici, ridottisi a fronte di un aumento di quelli privati, in grado di determinare l’allargamento della base produttiva e della dimensione d’impresa, agendo anche sulle condizioni di contesto, sulle infrastrutture e sul rafforzamento della pubblica amministrazione”, conclude la nota della Cgil.

Share