Stati Uniti. Il dossier contro Trump è una vera e propria spy story. A pochi giorni dal giuramento, il presidente-eletto è già in gravi difficoltà

Stati Uniti. Il dossier contro Trump è una vera e propria spy story. A pochi giorni dal giuramento, il presidente-eletto è già in gravi difficoltà

Sembra una storia partorita dalla mente fertile e immaginifica di John Le Carré. Eppure la vicenda dei legami con la Russia moltiplica gli incubi delle notti già tormentate di Donald Trump, a pochi giorni dal giuramento e dall’insediamento ufficiale alla Casa Bianca. Un ex agente del servizio segreto britannico, l’MI6, Christopher Steele, la cui attendibilità è riconosciuta dall’intera comunità delle intelligence internazionali, ha confezionato un dossier di 35 pagine sui viaggi di Trump a Mosca. Le rivelazioni che esso contiene, che vanno dai contatti informali con i vertici russi alle notti brave negli alberghi con alcune escort, sono state poi rese pubbliche dal sito BuzzFeed e in parte dalla CNN, molto probabilmente su input del senatore repubblicano John McCain. Nel corso della sua prima conferenza stampa, Donald Trump ha negato la veridicità del dossier, definendolo “pieno di menzogne”, simile alla “propaganda nazista”, e confezionato da “gente malata”. I media americani non hanno perso tempo a giudicare sospetto il tono fortemente enfatico con cui Trump ha voluto spazzar via il dossier, e perfino l’atteggiamento sprezzante verso una giornalista della CNN, alla quale non ha voluto rispondere, sostenendo che la sua è una fabbrica di menzogne. Insomma, Trump pensava così di aver chiuso il caso. In realtà, non è così.

Gli interrogativi della stampa indipendente sulla credibilità del dossier contro Trump

L’interrogativo che i media indipendenti pongono è il seguente: se il dossier e il suo contenuto non sono che menzogne, per quale ragione le agenzie più importanti degli Stati Uniti, FBI, NSA, CIA, hanno ritenuto necessario consegnarne una sintesi a Obama e allo stesso presidente-eletto Trump? Ed ecco che la vicenda acquista il sapore di una autentica spy story. I dubbi nascevano, infatti, sulla credibilità dell’autore del dossier, e delle sue fonti. Nella serata di giovedì 12 gennaio, i media indipendenti scoprono la vera identità dell’ex agente del servizio segreto di sua maestà britannica e devono constatarne l’estremo rigore e la notevole credibilità. Così, cominciano ad intervistare i suoi ex colleghi al Foreign Office, il ministero degli Esteri britannico. Uno di loro confessa: “Steele è un professionista sobrio, meticoloso, attento, con un record formidabile. L’idea che il dossier sia falso o sia il frutto di una operazione avventurista è totalmente falsa. Chris è un uomo di esperienza. Non è il tipo di persona che si appassiona al gossip”. L’anonimo agente aggiunge: “se scrive qualcosa in un rapporto, ritiene che vi sia credibilità sufficiente per considerarlo. È una persona rigorosa. Non sarebbe sopravvissuto in questo mestiere se si fosse lasciato andare a fantasie o se avesse fatto cose da pazzi”. Per queste ragioni, FBI, CIA e lo stesso governo britannico hanno avuto di lui un’alta considerazione. E non è difficile capirne le ragioni.

Chi è l’ex agente dell’MI6, Chris Steele

Laureato a Cambridge, Steele era uno degli specialisti più preparati sulla Russia all’interno del Servizio segreto MI6. Nei primi anni Novanta si trasferì a Mosca, dove visse per due anni. Era il periodo in cui la Russia e la rottura del Blocco orientale erano sotto i riflettori delle agenzie britanniche di intelligence. Il suo interesse verso la Russia non si è mai ridotto ed ha continuato ad agire a Mosca, fino a scalare molte posizioni nel servizio segreto britannico, come testimonia lo stesso capo dell’MI6, Alex Younger. Nel corso di vent’anni di carriera Steele ha giocato molti ruoli. Nel 2006, quando l’agenzia andò nel panico per l’avvelenamento del suo agente Alexander Litvinenko, l’allora capo dell’MI6, sir John Scarlett, ebbe bisogno di un agente esperto per trovare una via d’uscita onorevole, e così si rivolse a Steele. E fu proprio quest’ultimo, correttamente e velocemente, a rivelare al mondo che la morte di Litvinenko era stata un “omicidio di stato ordito dalla Russia”. Nel 2009, tuttavia, Steele decise di lasciare il servizio segreto di sua maestà e di approdare ai servizi privati.

La Orbis Business Intelligence, azienda di Steele, alla quale venne affidato il lavoro sui rapporti tra Putin e Trump

Col suo socio Chris Burrows, fondò a Londra la Orbis Business Intelligence, che in poco tempo si guadagnò credibilità, commesse e tanti soldi. E proprio a questa società venne affidato il compito molto delicato e sensibile di raccogliere informazioni sul rapporto tra Putin e Trump. Non è ancora chiaro per conto di chi la società di Steele stesse lavorando. Ciò che si sa con certezza è che Steele aveva approfittato della sua rete di informatori, ritenuti credibili, per mettere a punto una raccolta credibile di informazioni. È evidente che si trattava di informatori di seconda mano, per così dire. Ciò spiegherebbe anche il linguaggio accorto utilizzato nel dossier. In una nota diffusa in settembre, lo stesso Steele fa riferimento al Gruppo Alfa, un consorzio guidato dal potente oligarca Mikhail Fridman. Quasi certamente, l’estensore delle carte originali finite nel dossier è dunque un individuo di madrelingua russa. Spettava però a Steele valutare e verificare il materiale prima di passarlo al suo cliente americano, la Fusion GPS, un’azienda di ricerche politiche con sede a Washington. In realtà, potrebbe essere un’azienda di copertura, utile a nascondere gli oppositori repubblicani di Trump. Il punto sostanziale è che quando giunse nelle mani dei repubblicani, e di John McCain, che lo passò alle agenzie di intelligence, il dossier venne preso molto sul serio. Le stesse agenzie vennero persuase dalla credibilità del suo autore che sarebbe stato meglio consegnarlo al presidente uscente Obama e al presidente-eletto Trump. V’è da aggiungere che lo stesso servizio segreto britannico MI6 aveva discretamente avvertito più volte gli americani che Putin aveva strappato la fiducia di Trump e che il Cremlino aveva preso di mira il futuro presidente americano. E sarebbe stato perfino strano che non lo fosse. Pare che gli agenti britannici avessero detto che “Putin è un lupo che si getta sull’agnello più debole”.

La reazione di Mosca e la fuga di Steele per timore di ritorsioni

Dal punto di vista di Mosca, la pubblicazione del dossier su Trump non poteva certo essere considerata come un successo. Da ex agente del KGB, lo stesso Putin sa bene che la prima regola dei servizi segreti è che le operazioni segrete devono restare segrete. Nel mondo in cui Putin opera, se la gente viene a sapere i segreti, vuol dire che i servizi hanno sbagliato. Ed ora Chris Steele è ricercato dai servizi russi, al punto che è dovuto fuggire via dalla sua casa londinese. Il pericolo di ritorsioni nei suoi confronti è molto forte. E forse è la conferma che quanto è stato scritto nel dossier su Trump ha qualche elemento di verità.

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