Mattarella: esortazioni e suggerimenti meglio se non si vedono. Forse per questo resta silente mentre diventa sempre più “aberrante“ la campagna referendaria. Le responsabilità di Renzi. Borse ancora giù. I poteri forti si fanno sentire

Mattarella: esortazioni e suggerimenti meglio se non si vedono. Forse per questo resta silente mentre diventa sempre più “aberrante“ la campagna referendaria. Le responsabilità di Renzi. Borse ancora giù. I poteri forti si fanno sentire

Dice il Presidente della Repubblica, Mattarella, rispondendo alle domande di studenti di alcune scuole secondarie che “la persuasione è più efficace se non viene proclamata in pubblico. Questa attività di esortazione e di suggerimenti non si vede ma è la più importante del capo dello Stato”. Forse, almeno lo speriamo, è per questo che a fronte di ripetuti attacchi alla Corte Costituzionale da parte del presidente del Consiglio, di ministri e sottosegretari, fra cui quello, guarda un po’, alla Giustizia, resta silente. Ce ne sarebbe bisogno perché si prospettano da ora fino a domenica sera giornate da tregenda. Scorriamo la cronaca della giornata. La Camera approva il disegno di legge di Bilancio.

Approvata la manovra. Una finta, il Senato la cambierà per iniziativa del governo

Tutti sanno che si tratta di una finta. Il governo ha già previsto gli emendamenti che saranno presentati al Senato. E pensare che Renzi e la sua truppa lo vogliono far diventare un teatrino, un dopolavoro. Lasciamo perdere. Ascoltando alcuni interventi della maggioranza veniva la pelle d’oca. Il nostro Paese era rappresentato, grazie al governo, come una specie di Bengodi. Va tutto bene, tutto cresce, anche la fiducia degli italiani è tornata, le famiglie sono ottimiste e chi faceva queste affermazioni riportava una indagine Istat, la quale, proprio poche ore prima aveva smentito se stessa. Sette giorni fa aveva diffuso ottimismo, gli italiani sono soddisfatti delle condizioni di vita. Ora rende noto che a novembre è diminuita la fiducia, quella dei consumatori scende dal 108 a 107,9, quella delle aziende da 101,7 a 101,4.

Turbolenza nei mercati finanziari. Borse giù, spread a 190. Ma è colpa del petrolio

Andiamo oltre. Nei mercati finanziari c’è una grande turbolenza. I listini europei segnalano ancora una giornata non certo delle migliori anche se rispetto ai dati del mattino qualcosa viene recuperato. Londra segna un calo dello 0,6%, Parigi arretra dello 0,88%, mentre Francoforte cede l’1,09%. Milano indossa la maglia nera e perde l’1,81%. Lo spread, il differenziale fra Bot e Bund tedeschi, si attesta a quota 190. La turbolenza è dovuta in gran parte a problemi relativi al prezzo e alla produzione del petrolio. A fine mese ci sarà una riunione dell’Opec a Vienna con i paesi che non partecipano alla Organizzazione. All’interno dell’Opec non c’è accordo sulla linea da seguire. Il ministro iracheno si è detto “ottimista” su un possibile accordo, ma ciò non è servito a riportare il sereno sui mercati. Ed ecco scatta immediato il riferimento al referendum che con l’Opec e il petrolio non ha niente a che vedere. I risultati: una sconfitta della linea di Matteo Renzi potrebbe far allargare lo spread, in modo proporzionale alle dimensioni della sconfitta. Però la Bce potrebbe far da calmiere, estendendo l’acquisto dei titoli di stato. Poi sui mercati finanziari si avverte il “peso” delle prese di posizione di Trump, sempre più preoccupanti. L’ultima delle quali il diktat nei confronti di Cuba. Che con il referendum non ha niente a che vedere . Ma non si sa mai. Un bel “Sì” farebbe star tranquilli i mercati. Sciocchezze ovviamente, ma i nostri media se le bevono tutte. Da segnalare che sui mercati cresce anche  il prezzo dell’oro. Non sarebbe strano se qualche bella mente lo collegasse al referendum.

Da dove nasce  la campagna elettorale “aberrante”. Il premier ha aperto le danze

Giustamente, il presidente emerito, Giorgio Napolitano, ha definito “aberrante” ciò che sta avvenendo. Ma da dove nasce questa “aberrazione”? Ci sono nomi e cognomi, non tutti i gatti sono bigi. Se non torniamo al punto di partenza rischiamo di incastrarci in un ginepraio dal quale non si riesce ad uscire. E questo punto di partenza si chiama Renzi Matteo il quale non solo si intesta la riforma, così viene chiamata distorcendo il senso di questa parola, ma la sente tanto come cosa sua che se il popolo italiano decide che non gli sta bene lui prende cappotto e cappello e se ne va a casa. Il governo del Paese? Non è problema suo. Da qui nasce la parolina magica, quella che turba i mercati finanziari, “incertezza”.  Si badi bene: a questi “mercati” non interessa come finirà il referendum, interessa solo la “certezza” di un governo, quello di Renzi. Perché? La risposta la fornisce lo stesso premier quando in uno dei suoi tanti comizi si rivolge ai giornalisti e li implora di fargli una domanda su cosa succede se vince il sì. Perché, afferma in conferenza stampa dove illustra le sette meraviglie della manovra, non mi chiedete mai cosa succede se vince il sì? Perché si parla sempre dei mercati finanziari? E si risponde: “Noi andiamo nei mercati rionali, i mercati finanziari sono il principale asset per l’Italia?”. Ecco, così si  capisce tutto.

Ci si mette anche Arturo Parisi: “Se vince il no più che al passato torneremo al trapassato”

Anche perché Arturo Parisi, al quale alcuni media fanno risalire la paternità dell’Ulivo, la nascita fu qualcosa di più complesso, non trova di meglio che dichiarare: “Se vince il Sì al referendum non sarà una passeggiata”, ma se prevarrà il No “più che al passato torneremo al trapassato”. E i protagonisti del no sarebbero gli antenati. Fa il paio con la “accozzaglia”, parola che piace molto a Renzi. E’ in questo clima da tregenda, creato da Renzi Matteo, che sguazzano grandi testate giornalistiche, agenzie finanziarie, un vero e proprio assalto alla diligenza. Ogni giorno ce ne è una. Questa volta ad accendere la miccia è il Financial Times il quale sostiene che ben otto banche, Monte Paschi, Carige, le due venete e le quattro “popolari” di cui al decreto del governo, rischiano di fallire.

Megale (Fisac Cgil): “Nessun legame fra la crisi delle banche e il referendum”

Agostino Megale, segretario generale della Fisac Cgil, il sindacato dei lavoratori del Credito, chiede a Renzi e al ministro Padoan di smentire, “subito, in modo netto chiaro e inequivocabile, evidenziando che non esiste alcun legame tra l’esito del referendum e la tenuta delle banche di cui si parla. Banche – prosegue – per le quali è in corso un lavoro, anche grazie agli accordi sindacali, di risanamento e rilancio, per la loro messa in sicurezza. La solidità del sistema bancario e il presidio delle istituzioni – conclude – richiedono in chi governa un senso alto dello stato e una grande responsabilità”. Il ministro se la cava affermando: “Le banche citate sono casi ben noti, non c’è notizia. Sono casi diversi da trattare con prospettive diverse” e non c’è “nulla di strano in quello che viene scritto”. Tutto qui? Per oggi può bastare. Domani è un altro giorno.

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