La Lega di Salvini si radicalizza. Il suo hate speech di Firenze andrebbe rifiutato e stigmatizzato dai comitati democratici del NO

La Lega di Salvini si radicalizza. Il suo hate speech di Firenze andrebbe rifiutato e stigmatizzato dai comitati democratici del NO

Ovunque,nel mondo occidentale, le parole che Matteo Salvini, europarlamentare e segretario federale della Lega, ha pronunciato a piazza Santa Croce a Firenze sarebbero state bollate come uno “hate speech”, un discorso che incita all’odio, soprattutto contro i migranti “e quei preti che fanno affari” con l’accoglienza. La manifestazione leghista avrebbe dovuto essere a sostegno delle ragioni del No al referendum del 4 dicembre, invece, dopo la vittoria di Trump negli Stati Uniti, si è trasformata nella consueta valanga di parole d’ordine tipiche di una cultura fascista. Alla luce di quel discorso, i comitati del No, che nulla hanno a che vedere con qulle posizioni, farebbero bene a distanziarsi da un tale “compagno di strada”. Se la Lega vota al No al referendum e invita a farlo, bene, ma se trasforma ogni iniziativa referendaria in un incitamento all’odio, allora è opportuno stigmatizzarlo, denunciarlo, metterlo da parte. Perché c’è una contraddizione stridente tra le ragioni democratiche del No, quelle che si oppongono ad una dilatazione dei poteri dell’esecutivo, e all’annichilimento della funzione democratica del Parlamento, con questo fascista hate speech di Salvini, molto più pericoloso e radicalizzato.

Con il suo hate speech, Salvini si candida a premier

Dalla piazza fiorentina di Santa Croce, che fu di Matteo Renzi sindaco, il leader della Lega trasforma la manifestazione #iovotoNo, che doveva essere una iniziativa per sostenere il No al referendum costituzionale, in un trampolino di lancio per la sua corsa a palazzo Chigi. “Io sono una piccola pedina, una fra i tanti. Se il voto sulla Brexit e il voto degli americani ci insegna qualcosa, con oggi si parte per andare a vincere e io la faccia ce la metto. Io non ho paura di niente e nessuno” annuncia il segretario federale dal palco occupato da 300 sindaci. Il riferimento muscolare alla “paura di niente e nessuno” non si comprende se non a partire dalla radicalizzazione della Lega verso posizioni oltranziste della destra europea, a tal punto che Marine Le Pen appare come una sincera democratica nel confronto con Salvini. Il segretario leghista cavalca la linea dettata da Donald Trump, eletto a sorpresa alla Casa Bianca. Sono molte infatti le bandiere americane che sventolano accanto a quelle verdi della Lega Nord e ai manifesti con su scritto ‘Salvini premier’. Il leader del Carroccio fa un discorso a 360 gradi ribadendo le misure sostenute dal partito su immigrati, fisco, rapporti con Ue e soprattutto promettendo una nuova riforma costituzionale: “Se vince il no si va a votare, se vince il no scelgono i cittadini non Mattarella. Chi è Mattarella? – spiega – Con la riforma che faremo noi ci sarà l’elezione diretta del presidente del Consiglio, e manderemo in soffitta il presidente della Repubblica che non serve a niente, come i prefetti. Il presidente della Repubblica non serve a nulla e al Quirinale ci metteremo un enorme asilo nido gratuito per i bambini che non trovano posto”. E dal palco fiorentino Salvini non si lascia scappare l’affair della lettera di Renzi agli italiani all’estero: “Domani presenteremo denuncia” contro il segretario del Pd “perché comprarsi gli indirizzi di 4 milioni di italiani all’estero per mandargli una letterina è un reato penale. I brogli elettorali prima delle elezioni non li avevo ancora visti”. E poi promette: “Al bugiardo i 4 milioni di indirizzi li danno, a noi no, Renzi e Alfano li mandiamo in galera! Per fessi non ci prenderete”. Salvini quindi fa più che un passo un salto in avanti in una giornata segnata dal naufragio della giunta di Padova, dove il sindaco Bitonci è stato destituito in notturna dopo le dimissioni di massa dei consiglieri. In mattinata Salvini ha anche ricevuto un messaggio al vetriolo da Stefano Parisi, che forte dell’endorsement di Silvio Berlusconi, ha preso le distanze dai leghisti: “Ora è il momento. Altrimenti l’alternativa arriverà tra poco e sarà o Renzi o Grillo. O si cambia passo o siamo morti. E la risposta non è Salvini e non sono le ruspe ma la nostra capacità di dare soluzioni al Paese”. A dare il ‘la’ a Parisi un messaggio inviato da Silvio Berlsuconi alla convention padovana: “Di fronte ai risultati di Renzi e alla palese incapacità di governare dei Cinque Stelle, toccherà a noi proporre al paese un’offerta politica di qualità, un progetto di governo serio, credibile e responsabile, che dovrà basarsi sui nostri valori di riferimento, quelli della tradizione liberale, cattolica, riformatrice”. Insomma nulla a che fare con la destra, come ha ribadito lo stesso ex Cav in una intervista questa mattina al Corriere della Sera. “Solo noi, non i populismi, possiamo proporre un’alternativa seria ai fallimenti del centrosinistra – scrive l’ex premier – E’ per preparare questo che stiamo lavorando con grande impegno”. E l’ex manager di Fastweb va anche oltre proponendo il suo nome alla guida del Paese: “Ora dobbiamo candidarci alla guida del Paese, dare risposte, chiarire cosa facciamo. Noi non siamo quella roba che è a Firenze oggi”. Parole mal digerite da Salvini che risponde così: “Cosa devo dire ancora a Parisi: gli posso giusto mandare un bacione da Firenze…”. Insomma divorzio è fatto e la leadership del centrodestra, almeno per ora, se la giocheranno Salvini e Parisi.

Salvini a Reni: “smettila di spendere soldi per i clandestini e spendili per i terremotati”. Come se vi fosse una competizione

“È incredibile che persone che hanno fatto fallire delle banche come Verdini, Renzi, Boschi abbiano messo mano alla Costituzione. Alla Costituzione io dico lasciate che ci mettano mano le persone con le mani pulite”, ha proseguito il segretario della Lega Nord, nel corso del suo intervento alla manifestazione a Firenze. “A Renzi lancio due messaggi – ha aggiunto – non permetterti a nome dei cittadini italiani di mandare nei comuni terremotati tende e container di scarto, non pensare di mandare container senza bagno perché costano troppo. Smettila di spendere soldi per i clandestini e spendili per i terremotati”. Salvini tira dritto per la sua strada e da piazza Santa Croce rilancia le primarie, insieme a Toti e Giorgia Meloni, e torna a candidarsi leader del centrodestra: “Se chiedono ci sono, non è più tempo di rimandare, tentennamenti, dubbi, paure. Oggi comincia una lunga marcia”. Anche Meloni si dice disponibile a correre: ”Ci sarò anche io alle primarie che porteranno finalmente il centrodestra rinnovato al voto di primavera. È la soluzione migliore, una sana competizione tra noi. Io sarò candidata, anche subito dopo Natale”.

Le dimissioni di 17 consiglieri (2 di Forza Italia) mandano a casa Bitonci, leghista, sindaco di Padova. Si apre la questione Veneto

La Lega intanto promette ‘rappresaglie’ in Veneto: “Ora liberi tutti – ha tuonato il segretario Toni Da Re – e per coerenza gli assessori regionali di Fi diano le dimissioni”. Roberto Maroni, dalla piazza di Firenze – dove Salvini non ha affrontato direttamente il caso Bitonci – ha constatato che a Padova “il centrodestra si è già spaccato, e quindi si tratta di capire se si possono rimettere insieme i cocci” o se c’è bisogno “di azzerare e ricominciare con forze civiche”. Il patatrac di Padova ha fatto finire nel caos anche Forza Italia e i suoi presunti ‘colonnelli’. Perché venerdì sera, mentre Niccolò Ghedini faceva il pompiere, invitando “all’unità del centrodestra, per affrontare la battaglia del No al referendum”, e giudicava “un grave errore politico” togliere la spina alla giunta Bitonci, i due consiglieri padovani ribelli di Fi, Manuel Bianzale e Carlo Pasqualetto, avevano già preso la strada del notaio, per mettere nero su bianco con altri 15 colleghi (17 su 32 consiglieri) le dimissioni. Baruffe che hanno fatto sorridere da Verona l’ex leghista Flavio Tosi: “L’atteggiamento di Salvini nell’ambito del centrodestra – ha detto – sta portando i suoi effetti: rottura dei rapporti con gli alleati, incapacità d’amministrare, credo che Berlusconi si stia rendendo conto che Fi suddita della Lega non va da nessuna parte”. L’esperienza del primo sindaco leghista di Padova, osannato dai suoi quando nella primavera 2014 aveva strappato la città in mano alla sinistra, finisce così dopo poco più di due anni. Anche Luca Zaia mastica amaro: “Il conto di questo disastro qualcuno lo dovrà pagare. Abbiamo già i motori accesi per Verona. Ora li useremo anche per riportare Bitonci a fare il sindaco di Padova”.

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