Daniele Tissone (Silp Cgil). Sicurezza dei cittadini: non si affronta con misure di emergenza. Il ruolo delle comunità locali. Riordino delle risorse umane e riforma della polizia

Daniele Tissone (Silp Cgil). Sicurezza dei cittadini: non si affronta con misure di emergenza. Il ruolo delle comunità locali. Riordino delle risorse umane e riforma della polizia

Dopo l’intervento del sindaco di Milano che ha chiesto l’invio di militari per affrontare il problema della sicurezza si è aperto un dibattito, concentrato in particolare sull’uso delle forze armate, sì o no. Il problema ha ben altre dimensioni e riguarda temi  centrali  della organizzazione della società moderna, temi che affondano nella storia del nostro Paese. E dalla storia ricaviamo utili indicazioni. Ne parla Daniele Tissone, segretario generale del Silp Cgil, il sindacato italiano dei lavoratori della polizia.

Presso la Sala della Pace del Palazzo Pubblico nella Città di Siena campeggia un affresco (nella foto) che fa parte di un ciclo denominato “L’Allegoria ed Effetti del Buono e del Cattivo Governo” realizzato dal pittore Ambrogio Lorenzetti, databile fra il 1338 e il1339.

Sul dipinto, in aria vola la personificazione della Sicurezza, che nella mano sinistra regge un delinquente impiccato, simbolo della giustizia che colpisce coloro che trasgrediscono le leggi. Nel cartiglio che la sicurezza porta nella mano destra si legge: «Senza paura ogn’uom franco camini, e lavorando semini ciascuno, mentre che tal comuno manterrà questa donna in signoria, ch’el à levata a’ rei ogni balia».

La frase evidenzia come fino a quando regnerà la Sicurezza  ognuno potrà percorrere la città e la campagna in piena libertà. Siena, come sappiamo, si dota di ordinamenti comunali già a partire dal Dodicesimo secolo e può pertanto considerarsi, a ragione, uno dei primi insediamenti comunali. Questa premessa ci introduce nel tema del governo delle Città ricordandoci come nell’Europa il Comune abbia ricoperto un ruolo fondamentale nella nascita e nello sviluppo delle istituzioni e come tale percorso trovi ancora oggi nella dimensione locale un suo basilare centro di interesse.

Ciononostante, allora come oggi la percezione della sicurezza e la sicurezza nella sua attuazione  nei nostri giorni e nel nostro Paese risentono di inquietudini profonde: inquietudini, queste, che si confrontano con nuove comunità che risiedono nei territori, affrontano nuove emergenze abitative ed economiche, pagano il prezzo per sviluppi urbanistici non sempre armonici, convivono con squilibri nella distribuzione delle risorse e drammatiche emergenze ecologiche. Tutto questo mentre la criminalità attacca con vigore gli anelli deboli della società come le persone anziane, i piccoli esercizi commerciali, le persone che subiscono un furto in casa. In Italia come in molti Stati europei la sicurezza è strutturata secondo un  modello organizzativo che si concretizza in un circa 80% delle risorse umane a livello statale mentre il 20% è costituito da personale che dipende dai Comuni.

Una proporzione ad esempio che risulta specularmente inversa rispetto ai Paesi anglosassoni dove la maggioranza degli operatori opera nell’ambito delle realtà locali (e dove, per completezza d’informazione, occorre ricordare che vige il principio della sussidiarietà tra le forze di polizia per cui sono impensabili sovrapposizioni, “competizioni” e/o “rivalità” di alcun genere). La scelta di allocare la maggioranza delle risorse umane a livello locale è, ovviamente, una scelta politica; in quanto tale attiene a scelte di politica della sicurezza che si raccordano direttamente con la comunità attraverso strumenti di dialogo che in alcuni casi (soprattutto in Gran Bretagna) si traducono in azioni mirate con un processo decisionale estremamente rispettoso delle istanze dei cittadini. Ricorderemo tutti che la sicurezza urbana, fino a pochi anni fa, non definita a  livello giuridico nel nostro ordinamento, fa il suo ingresso nello scenario politico solo verso la metà degli anni novanta nell’ambito della discussione sul federalismo.

Uno degli aspetti che più la connota è legato al tema delle responsabilità a livello di amministrazioni centrali locali. La questione si pone alla ribalta in modo clamoroso nello scenario politico-sociale con le prime ordinanze dei sindaci (ad esempio quella contro i cosiddetti “lavavetri” a Firenze nell’agosto 2007 quando la giunta di centrosinistra guidata dal sindaco Leonardo Domenici dichiarò guerra a chi faceva la posta ai semafori armato di spugna per cui chiunque veniva colto sul fatto ai semafori del capoluogo toscano finiva davanti al giudice e rischiava, oltre al sequestro degli attrezzi, una pena che poteva arrivare fino a tre mesi d’arresto o ad una multa da 206 euro). Fino ad allora non vi era infatti una distinzione netta tra sicurezza pubblica e incolumità pubblica: si giunse ad una definizione dei rispettivi ambiti di applicazione solo con il Decreto del Ministero dell’Interno del 5 agosto 2008. Ma rimaneva il conflitto/dubbio sull’effettiva estensione delle competenze in materia di sicurezza del sindaco.

L’art. 6 del D.L. 92/2008, modificando l’art. 54 del D. Lgs 267/2000 (TUEL – Testo Unico delle leggi sull’ordinamento degli Enti Locali) ha ampliato in effetti le attribuzioni del sindaco nelle funzioni di competenza statale. Al riguardo, il sindaco mantiene la competenza relativamente alle seguenti attività: a)emanazione di atti in materia di ordine e sicurezza pubblica; b)svolgimento di funzioni in materia di pubblica sicurezza e di polizia giudiziaria; c)vigilanza su tutto quanto possa interessare la sicurezza e l’ordine pubblico, informandone il prefetto. Faccio questa premesse per dire che così si giungerà, nel tempo, alla sentenza della Corte Costituzionale del 7 aprile 2011, n. 115 che traeva origine da un ricorso proposto dinanzi al TAR del Veneto da parte dall’Associazione “Razzismo Stop” per chiedere l’annullamento dell’ordinanza n. 91 del 19.11.2009 emessa dal Sindaco del comune di Selvazzano Dentro, in provincia di Padova, contenente il divieto di chiedere l’elemosina in gran parte del territorio comunale, prevedendo, per i trasgressori, una sanzione amministrativa pecuniaria.

Dalla sentenza consegue l’illegittimità delle ordinanze dei sindaci non legate a situazioni “anche” contingibili e urgenti

Un tale tema, ovvero quello dell’ampiezza del potere di ordinanza da parte del Sindaco si ripresenta oggi come cruciale in vista di una diversa politica della sicurezza del territorio unitamente al funzionamento degli altri strumenti di coordinamento come il Comitato Provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica e con  vari patti territoriali per la sicurezza stipulati in varie regioni. Come si rileva dalla ricca documentazione esistente in materia, nella città si riverberano le paure e/o le insicurezze più globali delle persone. Tant’è che nel testo del nuovo DDL sulla sicurezza urbana si tende ad un ampliamento del potere del sindaco rendendolo più aderente alle diversificate esigenze delle comunità locali ed avvicinandosi al modello francese. Si riprende pertanto il discorso da dove si era interrotto, ovvero dalla sopra ricordata sentenza 115 della Corte Costituzionale del 2011. Nel testo del DDL sono altresì considerate varie ipotesi di reato e situazioni di disagio accomunate dalla loro attualità. Inoltre si fa esplicito riferimento al “degrado urbano”, alla “marginalità sociale” alla “esclusione”. Sono previsti aggravamenti di pena per alcuni reati di particolare impatto sociale quali furto in abitazione, furto con strappo e rapina. Torna la sanzione contro l’accattonaggio e si prevede un codice identificativo per gli appartenenti alle forze dell’ordine.

I piani nazionali della sicurezza

Questa è l’odierna dimensione del sistema legislativo che ho voluto ricordare oggi perché appare orientarsi maggiormente sulle variabili del territorio e che potrebbe (dico potrebbe) avere un respiro più ampio se si inquadrasse in un progetto nazionale (ad esempio sul modello di quello francese) INESISTENTE FINORA NEL NOSTRO PAESE che servirebbe non poco per la risoluzione dei temi oggi in discussione. I piani nazionali per la sicurezza francesi (ricordiamo tra gli altri quelli che riguardano la tutela delle donne dalla violenza, gli anziani, la lotta alla droga, il contrasto ai furti e alle truffe) costituiscono, peraltro, fattore di omogeneità nell’azione a livello nazionale delle forze di polizia, andandosi a integrare con le attività a livello locale senza che vi siano sovrapposizioni e/o duplicazioni. Tali piani sono anche fortemente legati al tessuto sociale, culturale ed economico attraverso una sinergia con gli enti territoriali. Non a caso il Ministro dell’Interno in Francia è anche a capo delle comunità territoriali le quali, a loro volta, rivestono un ruolo fondamentale nell’organizzazione statale che comprende anche il livello di analisi e proposte. Il dibattito sulle innovazioni della sicurezza a livello locale appare oggi centrale per la definizione di progetti/azioni/strumenti in grado di offrire ai cittadini standard di sicurezza adeguati. In questo senso non si può che concordare con la Fondazione ANCI che ha sintetizzato nello studio “Per una città sicura” come risulti indispensabile, accanto ad una normativa di disciplina della sicurezza urbana, una legge di riforma della polizia locale, nell’ottica di una razionalizzazione e ottimizzazione dell’uso delle risorse umane e finanziarie. Nello stesso tempo sarebbe auspicabile ampliare il tema della sicurezza (in genere) nel senso di considerarne la tutela come patrimonio di tutti e non dei soli addetti ai lavori se si intende perseguire un modello di “sicurezza partecipata” con un elevato livello di coinvolgimento delle comunità locali.

Ma questo dibattito esclude spesso altri soggetti, come le organizzazioni sindacali

Troppo spesso, un simile dibattito, esclude soggetti qualificati e importanti (come ad esempio le OOSS) che molto avrebbero da dire su un “Modello di Sicurezza Efficace” per il nostro Paese che, non ce lo dimentichiamo, combatte su più fronti una criminalità che non è solamente urbana (mi riferisco alla perniciosa presenza delle organizzazioni criminali) che spesso è causa del mancato sviluppo di interi territori., che  ne comprime le prospettive di crescita dell’economia legale, alimentando un’economia parallela illegale che determina assuefazione alla stessa illegalità. Un  radicamento,  quello  delle  organizzazioni  mafiose  che  si  pone  come  una «diseconomia esterna» rispetto allo sviluppo dell’economia legale nel Mezzogiorno, con riguardo alle attività illecite e alla presenza imprenditoriale delle mafie nelle regioni di tradizionale insediamento. Una realtà, questa, che non riguarda solo le regioni del Mezzogiorno danneggiate dalla presenza mafiosa ma anche realtà del Centro e del Nord del Paese. Senza una politica seria e costante di contrasto alla criminalità organizzata attraverso la confisca dei beni ed il valore simbolico del trasferimento della proprietà dalla mafia alla collettività, ad associazioni, ad enti, nell’ottica di dare vita  a un circuito virtuoso di sfruttamento economico e di utilità sociale non potremo quindi dire di aver recuperato quella fiducia sociale indispensabile per radicare una vera cultura della legalità e dimostrare la presenza dello Stato e delle Istituzioni, purché sia garantito il mantenimento dei livelli occupazionali e il reinserimento delle società nel circuito commerciale legale soprattutto nelle aree maggiormente afflitte da fenomeni mafiosi. Anche questo è un percorso virtuoso che non va abbandonato ma, al contrario, reso sempre più vitale per il raggiungimento di un vivere civile all’altezza del resto d’Europa.

Una dinamica positiva sul piano repressivo giudiziario

Su questo delicato versante si registra una dinamica positiva sul piano repressivo giudiziario, grazie, soprattutto, all’impegno delle forze dell’ordine e della magistratura, essa ha compiuto progressi in misura sempre crescente che hanno portato a numerosi arresti e confische. Ma ciò non è sufficiente, simili interventi rischiano, infatti, di non risultare sufficienti perché (come di recente affermato dalla commissione antimafia) si ha la sensazione che la capacita` di rigenerazione della «malapianta» sia superiore all’operazione di potatura che le Forze dell’ordine, la magistratura ed il Parlamento stanno conducendo con i provvedimenti legislativi varati finora. Occorre pertanto studiare misure di diversa natura che possano prevenire questi  fenomeni. Bisogna intervenire sulle Infrastrutture, sul recupero dei centri storici e implementare le forme di turismo. È necessario in particolare che nelle aree urbane, in molti quartieri dove il radicamento delle mafie e` fortissimo, nelle città della Calabria, a Palermo, a Napoli, a Catania, a Bari, che si intervenga con massicci investimenti virtuosi proprio sul piano sociale e urbanistico.

La repressione da sola non basta

 Questo perché la sola repressione non basta. Bisogna, pertanto, mettere in campo le energie positive questa è la “vera” soluzione al problema. Non servono tanti attori sulla scena ma servono attori che sappiano recitare insieme una parte che sia la più corale possibile e che vada nella direzione di rimuovere tutti quei fattori che ostacolano sviluppo e crescita, compreso il delicato tema dell’occupazione perché il tanto troppo lavoro perso finora nel nostro Paese ha fortemente incrementato l’illegalità e rischia di diventare un terreno pericoloso per coloro che “non hanno più niente da perdere”. Anche il fattore immigrazione cambia gli scenari, cambia il nostro usuale modo di vivere, (la presenza di persone dal diverso colore della pelle, con abitudini e costumi o religioni diverse) è un cambiamento che già altri Paese Europei hanno affrontato. A nostro modo di vedere serve maggiore integrazione, maggiore disponibilità ad accettare queste situazioni in particolare dove la crescita demografica (soprattutto al Nord) è praticamente vicina allo zero e dove aree delle nostre periferie o vasti nuclei periferici di provincia sono oramai abitati da un vasto numero di  stranieri. Purtroppo, per noi, continuiamo a vivere tutto questo come un’emergenza senza pensare che gli immigrati – e le loro famiglie – fanno invece ormai parte in modo stabile della vita quotidiana degli italiani. A tal punto che alcuni di loro chiaramente coltivano progetti di permanenza stabile tra di noi. Il che ci costringe, tra l’altro, a interrogarci sul significato che oggi ha e domani avrà la nostra identità nazionale, una nuova sfida che potrebbe per noi trasformarsi anche in un’occasione irripetibile.

La gestione degli stranieri residenti: un problema per tutte le società sviluppate

La gestione degli stranieri residenti è un problema presente in tutte le società sviluppate. Ed è un problema sempre più rilevante in Italia, dove un numero crescente di stranieri è composto da persone nate nel paese o residenti da molti anni. Degli stranieri titolari di permesso di soggiorno presenti in Italia il 1 gennaio 2003, il 63% era giunto in Italia da almeno cinque anni e il 27% risiedeva nel paese da dieci anni o più. Le nascite da almeno un genitore straniero sono passate dall’1% del 1986 al 7% del 2000 e nelle aule scolastiche si trovavano, nell’anno scolastico 2003-04, ben 280.000 figli di immigrati, pari al 3,5% del totale. Per gli stranieri residenti, la politica migratoria italiana oscilla ancora però oggi tra discrezionalità e chiusura e tutto ciò non è un bene perché ha effetti negativi nei percorsi  di integrazione degli stranieri residenti, che si trovano spesso a non potere mettere in atto strategie di lungo periodo. Esistono effetti negativi anche sulle possibilità di controllo dello Stato italiano: ampia parte degli uffici stranieri delle questure operano oggi come pseudo-anagrafi, sottraendo tempo prezioso all’attività di contrasto dell’immigrazione irregolare cosa che noi del Silp Cgil denunciamo da diverso tempo. La sicurezza è il principale problema citato dagli italiani a proposito dell’immigrazione, a  ciò ha contribuito l’associazione sbagliata che si è fatta finora e cioè l’equazione immigrato=criminale. E’ pur vero che i dati di cui disponiamo ci dicono che questi timori hanno fondamenti reali. La quota degli stranieri sul totale delle persone denunciate in Italia, dal 1988 ad oggi, per ventuno reati assai diversi (che vanno dai furti alle rapine, dal traffico e spaccio di stupefacenti allo sfruttamento della prostituzione, dalla violenza sessuale all’omicidio) è continuamente aumentata anche se le ultime statistiche la danno in calo. Allo stesso tempo, altri dati ci dicono che gli immigrati corrono molto più spesso degli italiani il rischio di essere vittime di questi reati. Ciò dipende dal fatto che la quota degli immigrati autori di reati è assai alta e, al tempo stesso, che essi tendono a derubare, a rapinare o a uccidere più che proporzionalmente i propri connazionali.

Inoltre, tra l’Italia e i paesi europei di più antica immigrazione vi sono alcune importanti differenze

La prima è che l’Italia è oggi il paese europeo nel quale è maggiore la differenza fra il tasso di incarcerazione dei nuovi arrivati rispetto agli autoctoni. La seconda è che, mentre in Gran Bretagna e in Olanda, in Francia e in Germania, nel Belgio e in Svezia gli  immigrati che commettono reati sono spesso di seconda generazione, in Italia sono invece quasi esclusivamente di prima generazione e irregolari. La quota delle persone senza permesso di soggiorno sul totale degli stranieri denunciati va dallo 83% per le rapine al 92% per la violazione della legge sugli stupefacenti. L’esperienza degli altri paesi insegna che per ridurre il tasso di criminalità degli immigrati di seconda generazione, è necessario compiere il massimo sforzo per integrarli socialmente. Anche il nostro paese dovrebbe percorrere questa strada per evitare che in futuro, quando il numero degli immigrati di seconda generazione sarà rilevante, si presenti in dimensioni allarmanti la questione della criminalità. Ma cosa fare per contenere il numero degli immigrati di prima generazione che commettono reati? Le politiche restrittive messe in atto dall’Italia nel corso dello scorso decennio non sembrano essere riuscite a ridurre sensibilmente i flussi migratori irregolari vedasi, da ultimo, l’introduzione del reato di clandestinità che, di recente, il primo presidente di cassazione Giovanni Canzio non ha avuto dubbi nel ricordarci come, sul terreno del procedimento penale, esso si fosse rivelato inutile, inefficiente e, per certi versi, pure dannoso.

Questo può a sua volta dipendere da tre diversi fattori

In primo luogo, l’Italia non è mai riuscita, finora, a realizzare una politica attiva degli ingressi, che stabilisca quote realistiche di ingressi annuali di immigrati. E questa incapacità, a cui si è cercato di ovviare con periodiche sanatorie, ha fatto sì che, fra una regolarizzazione e l’altra, si riformasse nel nostro paese una popolazione di immigrati irregolari. In secondo luogo, l’immigrazione irregolare continua a essere favorita, nel nostro paese, dal vastissimo settore informale dell’economia e dalla scarsa efficienza del sistema di controlli pubblici sul mercato del lavoro. Infine, i meccanismi di controllo interno, per quanto migliorati, restano insoddisfacenti. Così, ad esempio, anche nel 2003 i centri di permanenza temporanea sono riusciti a raggiungere solo nella metà dei casi il fine per il quale sono stati creati: il rimpatrio degli immigrati trattenuti.

Unire tutte le forze disponibili in uno sforzo comune per una politica seria sulla sicurezza

Molti sono infatti ancora i paesi di provenienza degli immigrati con i quali il governo italiano non è riuscito a stipulare accordi di riammissione soddisfacenti anche dopo l’approvazione della legge Bossi-Fini. Questi aspetti generali si ritrovano nella nostre realtà locali sulle quali gravano i temi finora trattati e che ci fanno sostenere che nessun territorio risulta essere immune da essi subendo, insieme al resto del Paese, problemi di identica natura. La ricetta? E’ sempre quella, unire tutte le forze disponibili in uno sforzo comune che può avere come obiettivo il realizzarsi di una politica seria sulla Sicurezza che metta al centro il cittadino e la collettività in un’opera sinergica capace di rendere ogni nostro centro ed ogni periferia un luogo sempre più vivibile e abitabile. L’impresa è ardua? Non lo sappiamo ma se non affrontiamo tutto ciò ne andrà del nostro futuro e del futuro delle generazioni che ci seguiranno.

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