Usa. Elezioni presidenziali. Anatomia di Donald Trump a poche ore dal confronto con Hillary Clinton, che mantiene un corposo vantaggio nei sondaggi

Usa. Elezioni presidenziali. Anatomia di Donald Trump a poche ore dal confronto con Hillary Clinton, che mantiene un corposo vantaggio nei sondaggi

A poche ore dal terzo e, forse, decisivo, confronto con Hillary Clinton (che si svolgerà all’Università del Nevada a Las Vegas), Donald Trump cerca di animare ulteriormente la sua già pirotecnica campagna elettorale, rinnovando e accentuando i suoi attacchi ai media americani. E almeno in questo, il candidato repubblicano riceve il sostegno del suo partito, il Great Old Party, che per il resto segue con preoccupazione e sfiducia il comportamento di Trump. Sintomatico è in questo senso quanto dice uno dei big repubblicani, Newt Gingrich, ex speaker della camera. Gingrich, dopo aver delineato un curioso distinguo fra un “grande Trump”, capace di alimentare le speranze degli americani, e un “piccolo Trump”, indifendibile quando dice stupidaggini, pronuncia uno sferzante giudizio sui media degli USA. “Senza l’interminabile e unilaterale assalto dei media, Trump batterebbe Hillary con 15 punti di scarto”. Si tratta di una valutazione quanto meno iperbolica, ma è certamente vero che, fin dall’inizio della campagna, Trump non gode dei favori di giornali ed emittenti, neppure di quelli che tradizionalmente fiancheggiano i repubblicani.

Trump non usa mezze parole per qualificare “l’assalto” mediatico di cui si sente oggetto e parla apertamente di “elezioni truccate”, costringendo il suo vice Mike Pence ad un ennesimo intervento edulcorativo. Mentre Trump ha esplicitamente accusato i media di truccare (rigging) le elezioni, Pence ha precisato che i repubblicani accetteranno comunque l’esito delle urne, il che equivale a una mezza smentita. Ma Trump non demorde: “Le elezioni” ha ribadito “sono assolutamente truccate da media disonesti e falsi che spingono la corrotta Hillary”. Nella sua crociata contro i media, Trump ha particolarmente preso di mira la trasmissione Saturday Night Live, nella quale l’attore Alec Baldwin si esibisce in divertenti parodie di Donald. Un po’ alla maniera di Crozza, per capirci. “Baldwin fa schifo e la trasmissione andrebbe chiusa” ha scritto senza Trump mezzi termini. Difficilmente sarà accontentato, ma una vittima di questa infuocata fase polemica è il nipote di George Bush senior, Billy, che la NBC ha licenziato dopo che è stato messo in onda il 7 ottobre l’ormai famosissimo video nel quale il presentatore assecondava Trump in uno sketch infarcito delle espressioni del più vieto e volgare maschilismo. Il provvedimento di licenziamento – è da notare – giunge a undici anni dal “reato”.

Chi invece mostra di aver digerito quello sketch e di aver perdonato l’autore è la moglie Melania che, dopo giorni di imbarazzato silenzio, è intervenuta a sostegno del marito. Melania si è dichiarata sorpresa da quel linguaggio. “Non è l’uomo che conosco” ha aggiunto. “Ma si è scusato e io gli credo. Ora dobbiamo andare avanti”. La moglie del candidato repubblicano ha poi accusato i democratici di aver dato il via ad una campagna aggressiva nei confronti di Donald, utilizzando anche vecchie foto in cui Melania, che era una modella, si faceva riprendere nuda. In una cosa non si può dar torto alla signora Trump: quando lamenta che la campagna delle presidenziali si soffermi troppo sugli aspetti scandalistici, trascurando i temi politici nazionali. Probabilmente perché si sente sempre più accerchiato, Trump non fa molto per riportare sui binari di quello che nel politically correct si definirebbe un confronto civile. Così gli basta il lancio di una bomba molotov contro una sede del partito repubblicano in North Carolina (episodio criminoso, ma fortunatamente senza alcun danno alle persone) per fargli esclamare che gli autori sono “animali che rappresentano la candidata democratica Hillary Clinton”. Vero è che il North Carolina è uno degli stati chiave: quelli in bilico, quelli nei quali lo spostamento di poche migliaia, o addirittura poche centinaia di voti può assegnare un numero di delegati decisivi per la conquista della Casa Bianca. Gli ultimi sondaggi nel North Carolina (15 delegati) danno Hillary avanti di un solo punto, ma la partita è ancora molto aperta. Come lo è in un altro stato chiave, l’Ohio (18 delegati), ove peraltro Trump conserva quattro punti di vantaggio.

Sul piano nazionale i sondaggi continuano ad essere sfavorevolissimi a Trump. Dodici punti di vantaggio per Hillary secondo la Monmouth University, undici secondo la NBC. Meno vistoso il divario registrato da altri istituti, comunque con la Clinton sempre in netto vantaggio. Mentre registra un momento di pausa la battaglia informatica, che secondo Obama è pilotata da Mosca contro la candidata democratica, e mentre Putin dichiara solennemente la totale estraneità della Russia alla campagna presidenziale americana, ci pensa l’FBI a creare qualche grattacapo a Hillary Clinton, pubblicando alcune email che riaprono una vecchia questione: quella della gestione da parte del Dipartimento di Stato, di cui ci era capo la Clinton, in occasione dell’assalto che fu portato nel 2012 all’ambasciata statunitense di Bengasi, durante il quale persero la vita quattro americani. La Clinton fu accusata da subito di aver sottovalutato la minaccia terroristica, e ora nuovi documenti, non solo confermerebbero questa tesi, ma rivelerebbero che a più riprese furono fatti tentativi per cancellare o alterare ogni traccia informatica delle comunicazioni e delle decisioni della Clinton. Non è una novità, si diceva, ed era inevitabile che in campagna elettorale il caso Bengasi rispuntasse. Il che è regolarmente avvenuto.

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