Azzola (Cgil). Industria 4.0: terreno sul quale giocare d’anticipo. Le ricadute del “digitale” sul Lazio. “Effetto schock” per obbligare le forze politiche ad aprire una discussione

Azzola (Cgil). Industria 4.0: terreno sul quale giocare d’anticipo. Le ricadute del “digitale” sul Lazio. “Effetto schock” per obbligare le forze politiche ad aprire una discussione

Industria 4. O, il digitale. Fa notizia da quando  il ministro Calenda ha presentato un progetto molto immaginifico, ripreso dai media come se fosse la salvezza del nostro apparato produttivo. Numeri che ballano, investimenti che restano nell’immaginario, un progetto che piace a Confindustria che spera di trovare una nuova occasione di lucro, dopo aver sfruttato il job act fino all’osso.

Il sindacato prova a giocare d’anticipo, apre una discussione su temi che “spesso  demonizziamo, mentre dobbiamo essere consapevoli che è una rivoluzione che toccherà anche la pubblica amministrazione e i servizi e impatterà moltissimo sul mondo del lavoro e sui cittadini”. Una affermazione molto importante con la quale il segretario generale della Cgil di Roma e del Lazio, Michele Azzola, dà il suo contributo al convegno “Tempi moderni. Il lavoro nell’era  digitale”. Un intervento che è anche una autocritica da parte del sindacato per i ritardi nel misurarsi con temi che abbiamo considerato “marginali – dice – e poco importanti per le dinamiche produttive. A lungo abbiamo pensato che le grandi imprese fossero quelle su cui puntare per rilanciare l’insieme della forza paese”.

Al di là  degli slogan nella legge di stabilità nessun progetto  per il futuro

“Ora ci aspetta un compito arduo e ingrato non solo – prosegue – perché non possiamo più permetterci di essere distratti, ma perché dobbiamo far crescere nel paese una cultura che vada in questa direzione, una cultura che in questo momento non c’è”. Si riferisce alla Legge di stabilità: “Al di là dei titoli e degli slogan sull’industria 4.0, un modello che inizia a progettare quel futuro non c’è”. “Per quanto ci riguarda – aggiunge – dobbiamo provare a immaginare modelli di rappresentanza diversi da quello che abbiamo conosciuto negli anni passati perché mai come adesso, se vogliamo provare a unire il lavoro, dobbiamo impegnarci a diversificarli. Le imprese che stanno nascendo – prosegue – non hanno nulla a che fare con quelle del passato e non è possibile pensare di tarare modelli che hanno una storia e una cultura su aziende nuove che svolgono attività nuove con modelli produttivi e organizzativi completamente diversi”. Pone problemi che riguardano la cultura del sindacato e la sua organizzazione che deve stare al passo con “le rivoluzioni industriali e digitali” altrimenti ci saranno “intere fasce di lavoratori che la nostra organizzazione non riuscirà ad intercettare”. “Noi siamo bravissimi – afferma – a gestire le macerie, ora dobbiamo iniziare a giocare d’anticipo. E non in modo astratto, ma misurandoci e ciò – rileva – riguarda tutta l’organizzazione, con la concretezza dei problemi. Dobbiamo capire che cosa succede nella nostra regione sapendo che abbiamo una pubblica amministrazione complessa e un sistema cittadino ingarbugliato. E dobbiamo ingegnarci a prevedere le ricadute della rivoluzione digitale sul Lazio per obbligare la politica a cimentarsi su questi temi, provando ad alimentare un effetto shock che obblighi ad aprire una discussione”.

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