E se BNP comprasse il Monte dei Paschi?

E se BNP comprasse il Monte dei Paschi?
Chi segue il Diario della crisi finanziaria sin dai tempi della prima ondata della tempesta perfetta, sa che è un mio vecchio pallino quello della possibilità che il molto malmesso Monte dei Paschi di Siena disastrato dalla gestione Mussari-Vigni potesse finire nelle mani di una banca globale straniera, anche se allora imperava ancora sulla banca senese l’omonima fondazione e il prezzo da pagare sarebbe stato più o meno dell’ordine che MPS aveva pagato per comprare, nel giro di 24 ore, la Banca Antonveneta e cioè più di quanto BNP Paribas aveva pagato per acquisire la Banca Nazionale del Lavoro.
Nel frattempo, lo scenario bancario italiano è radicalmente cambiato e gli sportelli che allora venivano contesi a 5-7 milioni di euro l’uno sono calati drasticamente di prezzo e i crediti deteriorati sono schizzati verso l’alto per giungere a 360 miliardi di euro a livello di sistema e a 47 miliardi per il solo Monte dei Paschi a fronte di impieghi vivi pari a 113 miliardi di euro e con un rapporto tra NPL e impieghi del 42 per per cento circa, un rapporto assolutamente abnorme e non mitigato dalla copertura per il 48 per cento delle sofferenze lorde.
Quello che è certo è che la banca senese si appresta, sentito il parere della vigilanza bancaria europea a cui ha scritto una lettera di risposta alla missiva nella quale si chiedeva una drastica riduzione delle sofferenze nette, a cedere sofferenze per 10 miliardi di euro circa al Fondo Atlante ad un prezzo che a sentire i bene informati dovrebbe aggirarsi sul 30 per cento del valore nominale dei crediti stessi, operazione che dovrebbe portare ad un aumento di capitale sino ad un massimo di 4 miliardi di euro, aumento che sarebbe garantito da un consorzio di banche, consorzio che, ovviamente, ancora non è uscito allo scoperto.
Il problema è che il Monte dei Paschi, pur avendo un patrimonio netto di 9 miliardi di euro, in questo momento non arriva ad una capitalizzazione di borsa di un miliardo e non si nota uno spasmodico interesse dei risparmiatori  e degli investitori a mettere mano al portafoglio per concorrere all’aumento di capitale, il che apre la strada all’ipotesi che si profili all’orizzonte un cavaliere bianco che desideri crescere sul mercato creditizio italiano o entrarvi mediante questa acquisizione che sarebbe certo a buon mercato ma che presenta notevoli profili di rischiosità.
E’ ovvio che tutto quanto precede sarà influenzato dalle intenzioni del Governo italiano e dall’esito della trattativa in corso ormai da settimane con la Commissione europea, che, come ha ricordato giovedì scorso Mario Draghi, ha l’ultima parola sugli aiuti di Stato alle banche.
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