GB. Il giorno del giudizio referendario è arrivato. 46 milioni di britannici al voto per Uscire o Restare nella Ue

GB. Il giorno del giudizio referendario è arrivato. 46 milioni di britannici al voto per Uscire o Restare nella Ue

Sono 46,5 milioni gli elettori chiamati a rispondere ‘Leave’ o ‘Remain’ al referendum sulla Ue. Dentro o fuori, tertium non datur, come ha avvertito il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker. Le ultime cartucce di una campagna elettorale al veleno, più emotiva che ragionata, sono state sparate mercoledì al termine della campagna elettorale. Il voto sull’Unione Europea non rappresenta una novità per il Regno Unito. Il Paese diventa ufficialmente membro dell’allora Comunità economica europea il 1 gennaio del 1973. A soli due anni dall’adesione il popolo britannico fu chiamato alle urne per esprimersi sulla permanenza nella Cee. Il quesito del referendum di allora fu: “Do you think that the United Kingdom should stay in the European Community (the Common Market)?”. Il ‘sì vinse, con il 67.2% dei voti. È interessante notare che mentre oggi il referendum sulla Brexit rappresenta un’idea dei conservatori, all’epoca, nel 1974, fu un leader laburista, Harold Wilson, a indirlo dopo aver vinto le elezioni  con una maggioranza molto sottile.

Una difficile campagna referendaria. Contrasti, conflitti e risentimenti fino all’omicidio della deputata laburista Jo Cox, europeista convinta

La campagna referendaria è stata movimentata in primo luogo dai due dioscuri-rivali dei Tory: il premier David Cameron, ‘campione’ di Remain, e l’ex sindaco di Londra Boris Johnson, l’uomo bandiera dei Leave sui media, ma anche il pretendente ombra alla poltrona di Downing Street. Cameron, colui che a questo referendum ha aperto le porte per calcoli di politica interna, ha rivolto i suoi appelli finali in una raffica di interviste sui giornali, ma anche fra la gente nel suo collegio elettorale nell’Oxfordshire e fra i giovani di una scuola, la generazione che potrebbe avere più da perdere dal taglio netto: la Gran Bretagna – ha insistito come in un mantra – è e sarà “più prospera, più forte e più sicura” se resta “in un’Unione Europea riformata”. Ma lui è pronto ad “accettare le istruzioni del popolo”, ha aggiunto. “Se salti dall’aereo, non puoi risalire dal finestrino della cabina. Per questo motivo, chiunque abbia dubbi domani deve votare per la permanenza” del Regno Unito nell’Unione europea. Lo ha dichiarato il premier britannico David Cameron, parlando a Birmingham in vista del referendum di domani, nell’ultimo evento della giornata di campagna che l’ha portato in diverse località del Paese. Ha messo in guardia i cittadini del suo Paese sul fatto che la decisione sarà “irreversibile”. Ha definito “l’economia la chiave” per decidere sui vantaggi dell’Europa e ha chiesto agli elettori più avanti con l’età, che nei sondaggi sono più inclini a votare per la Brexit, di pensare ai loro nipoti e alle “opportunità che essi vogliono per il futuro”. Per Cameron, “l’idea che uscire ci permetterà di riprendere il controllo è un’illusione. Per combattere il cambiamento climatico, per lottare contro il terrorismo, per tener testa a Putin o per trattare con lo Stato islamico, siamo più forti uniti”.

Le ragioni del Remain nelle parole del leader laburista Corbyn

Lontano politicamente mille miglia, ma sulla stessa barca di Remain, anche il leader del Labour, Jeremy Corbyn, si è fatto sentire oggi. Per dire no alla Brexit a modo suo: “Votiamo Remain per difendere i posti di lavoro e i diritti dei lavoratori”, ha detto, per poi “cambiare l’Europa da dentro”. “Fate ciò che è meglio per la nostra gente: votate per i posti di lavoro, votate per i nostri diritti sul lavoro, votate per il nostro servizio sanitario nazionale, votate per restare nell’Unione Europea”. Per Corbyn, l’Unione Europea “ha bisogno di molti cambiamenti e di una serie di riforme”, ma tutto ciò si realizza meglio dall’interno. “Crediamo che restare ci aiuterà a poter riformare l’Ue e sarà la cosa giusta per la gente in questo paese. Possiamo rendere questo paese e il mondo un posto migliore se lavoriamo con altri”.

Le provocazioni razziste di Nigel Farage hanno estremizzato il dibattito pubblico

Il tentativo delle ultime ore dei filo-Ue è stato quello di inchiodare i rivali di Leave – concentrati nelle ultime settimane a cavalcare un dossier ad alto tasso di populismo come quello del contenimento dell’immigrazione – alla piattaforma “estremista” di Nigel Farage: il tribuno dell’Ukip, che del divorzio da Bruxelles ha fatto una ragione di vita e che incoraggiato da alcuni degli ultimi sondaggi che indicano un testa a testa, ma con un leggero vantaggio per Leave, afferma di sentire “profumo di vittoria”. I conservatori euroscettici guidati da Johnson e dal ministro della Giustizia Michael Gove hanno provato al contrario a prendere le distanze dallo scomodo compagno di viaggio e, almeno negli ultimi giorni, ad abbassare un po’ i toni: specialmente dopo l’uccisione di Jo Cox, la deputata laburista paladina dei migranti e dell’integrazione europea che proprio mercoledì sera, nel giorno in cui avrebbe dovuto compiere 42 anni, è stata commemorata a Trafalgar Square, nello Yorkshire e in varie città del mondo in un clima di commosso omaggio alla sua figura e alle sue idee. Johnson, scendendo dal bus a bordo del quale ha fatto campagna in giro per il regno, ha negato ancora una volta di aver strizzato l’occhio agli slogan dell’Ukip, men che meno di aver alimentato un clima “di odio” nel Paese, come gli ha rinfacciato ieri in un ultimo dibattito tv alla Bbc il suo successore sullo scranno di cittadino di Londra, Sadiq Khan, laburista e figlio d’immigrati. “Non è vero, io faccio leva sull’ottimismo riguardo al futuro della Gran Bretagna e della sua gente”, ha ribadito il biondo ex sindaco: uscire dall’Ue significa solo “riprendere il controllo dei nostri commerci, dell’immigrazione e della nostra democrazia”. Ma alla fine non ha mancato di adottare la medesima parola d’ordine di Farage, invocando per domani il sogno di un “Independence Day” del Regno Unito (“assurdità”, ha replicato Cameron).

I numeri degli opposti schieramenti, e la posizione del mondo degli affari

I numeri-simbolo degli schieramenti opposti restano intanto due: per Remain le 4300 sterline all’anno che ogni famiglia britannica perderebbe per le conseguenze di un’eventuale Brexit; per Leave i 350 milioni di sterline che la Gran Bretagna risparmierebbe alla settimana. Due cifre entrambe discutibili: la prima perché puramente ipotetica, la seconda perché calcolata senza troppi scrupoli al netto degli enormi profitti che l’isola ricava dall’appartenenza al club dei 28. Profitti di cui si mostra consapevole se non altro una parte significativa del mondo degli affari del regno, come conferma l’appello in extremis pubblicato sul Times da 1.285 top manager di altrettante aziende britanniche (1,75 milioni di lavoratori in totale) secondo i quali restare nell’Unione “è buono per il business, è buono per l’occupazione, è buono per il Paese”. Convinzione condivisa fino all’ultimo dai responsabili di istituzioni finanziarie e governi occidentali, incluso Matteo Renzi, autore di una lettera aperta ai britannici sul Guardian. Il meteo prevede tempo di bufera, almeno a Londra. Poi tornerà a splendere il sole, ma non è chiaro su chi.

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