Caso marò. Dopo l’euforia sopra le righe, la ragionevolezza che serve per raggiungere l’obiettivo del Girone di ritorno

Caso marò. Dopo l’euforia sopra le righe, la ragionevolezza che serve per raggiungere l’obiettivo del Girone di ritorno

Ora che è noto il testo della sentenza del Tribunale Arbitrale dell’ONU, si comprende che l’entusiasmo italiano (interpretato con discutibile semplificazione anche da molti organi di stampa) per la “liberazione” del fuciliere Girone era, diciamo, eccessivo: non infondato, ma un po’ sopra le righe. Il Girone di ritorno – ovvero il ritorno in patria del sergente, accusato, insieme con il collega Latorre, di aver ucciso nel 2012 due pescatori indiani – non è ancora cominciato. Potrebbe e dovrebbe cominciare presto, ma ci sono alcuni non semplici ostacoli da superare.

I fatti

Ieri il governo italiano (per bocca del ministro degli Esteri Gentiloni e del premier Renzi) ha annunciato che il Tribunale arbitrale dell’Aja aveva accolto la richiesta italiana di far rientrare subito Girone in Italia, sottraendolo alle autorità indiane. L’annuncio del governo italiano, che anticipava la pubblicazione della sentenza, avvenuta solo oggi, provocava l’immediata e piccata replica indiana. Girone – sostiene il governo di Nuova Delhi – resta sotto la tutela indiana e il suo rientro in Italia avverrà solo a prezzo di precise garanzie concordate fra i due paesi. Una risposta che, a parte il tono polemico/propagandistico, contiene anch’essa una parte di verità. In sostanza, cosa si chiedeva al Tribunale arbitrale? Di fissare le condizioni dei due imputati, in attesa del pronunciamento di merito (ovvero la titolarità della giurisdizione), che richiede tempi molto lunghi, due o tre anni secondo valutazioni realistiche.

Restano in India o tornano in Italia? Questo era il quesito fondamentale e, da questo punto di vista, l’esultanza italiana è comprensibile: Girone deve tornare in Italia. Ma la Corte dell’Aja non ha deliberato (né rientrava nei suoi poteri) circa le modalità del rientro. E qui sorge qualche complicazione. Il tribunale ha invitato le due parti ad accordarsi. “Italia e India” recita la sentenza “debbono collaborare, anche riguardo alla Corte Suprema dell’India, per raggiungere un allentamento delle condizioni cautelari (bail conditions) del sergente Girone, in modo che possa, sulla base di considerazioni di umanità, tornare in Italia per tutto il periodo dell’arbitrato”. Questo è un punto importante. Ma la Corte aggiunge e precisa che, nel caso in cui l’arbitrato assegni la giurisdizione della “Enrica Lexie incident” all’India, l’Italia dovrà restituire Girone alle autorità giudiziarie di Nuova Delhi.

Girone – prosegue la sentenza, in questo accogliendo le sollecitazioni di Nuova Delhi – resterà in Italia, ma sotto la tutela della magistratura indiana, che sarà garantita da un’autorità italiana designata dalla Corte Suprema indiana, gli verrà ritirato il passaporto dalle autorità italiane e non potrà uscire dall’Italia senza l’autorizzazione della Corte Suprema indiana. Sono condizioni restrittive, ma non ancora sufficienti per il governo di Nuova Delhi. Il quale non nasconde di temere che, una volta rientrati in Italia, i due marò in India non ci mettano mai più piede. E poiché ci sono subito state le “patriottiche” reazioni in Italia di chi, gonfiando i muscoli (un po’ flaccidi), ha sentenziato: “Riprendiamocelo e non mandiamolo più indietro”, è comprensibile che da parte indiana si tema che l’Italia, comunque finisca l’arbitrato, Girone e Latorre non li voglia più restituire all’India.

Atteggiamento sciocco, prima ancora che legalmente inammissibile. Una volta che ci si è affidati all’arbitrato di terzi, se ne accettano le deliberazioni, anche se dovessero risultare spiacevoli. Non dimentichiamo il grottesco precedente del 2013. Ricordiamolo, perché non è un episodio onorevole. Nel febbraio del 2013, Latorre e Girone ottennero un permesso di rientro in Italia per quattro settimane. A compimento di questo periodo, l’11 marzo, l’allora ministro degli Esteri, Giulio Terzi, comunicò che i due militari non sarebbero tornati in India, contravvenendo a un preciso impegno assunto dall’Italia. Per tutta risposta, l’India tolse l’immunità diplomatica all’ambasciatore Daniele Mancini, in pratica arrestandolo. Il 22 marzo Latorre e Girone sbarcarono a Delhi, a compimento di una pochade che ci aveva visti prima inaffidabili e poi tremuli.

Che a qualcuno non venga in mente di fare il bis. Tutti in Italia sono concordi nel dire che le sentenze di tribunale vanno rispettate. Ma questo deve avvenire sempre, non solo quando ci sono favorevoli. E deve valere non solo per i tribunali italiani, ma anche per quelli internazionali. In questi giorni si svolgeranno trattative bilaterali fra Italia e India per determinare le condizioni per il rientro di Girone. Non sarà semplice, perché, alla fine, l’India vive la decisione arbitrale come uno smacco. Servono ragionevolezza e serietà. Solo a quel punto inizierà il Girone di ritorno.

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