Il caso Regeni: misteri e inquietanti interrogativi che ricordano altre vicende legate alla ragion di stato. Un quotidiano egiziano rivela indiscrezioni sul dossier per l’Italia

Il caso Regeni: misteri e inquietanti interrogativi che ricordano altre vicende legate alla ragion di stato. Un quotidiano egiziano rivela indiscrezioni sul dossier per l’Italia

Il caso Regeni ha una valenza politica enorme. Sul piano nazionale e sul piano internazionale. Di conforto è che la morte del giovane ricercatore, a due mesi dal ritrovamento del cadavere, non sia finita nel dimenticatoio, nel quale di norma vengono inghiottite migliaia di drammatiche vicende, dopo l’esplosione iniziale dei fuochi d’artificio d’ordinanza.

La volontà di chiudere il caso solo dopo che si sarà pervenuti all’accertamento della verità è sorretta innanzitutto dalla famiglia Regeni, che sta dando prova di una compostezza e di una serietà, che ne rendono del tutto comprensibili e condivisibili l’ostinazione. La vicenda è nota. Giulio Regeni, ventottenne ricercatore friulano, in Egitto per un dottorato di ricerca, scompare improvvisamente il 25 gennaio. Il suo corpo viene ritrovato il 3 febbraio, lungo una strada. E subito ha inizio la serie di stravaganti versioni che le autorità egiziane forniscono per motivare le cause della morte: la prima – quella di un incidente stradale – dura lo spazio di un mattino. Ma quelle successive – tante, probabilmente se ne è perso il conto – non si segnalano per maggior credibilità: un regolamento di conti (quali?), una rapina, una torbida vicenda maturata in ambienti omosessuali, consumo e traffico di droga, banda di estorsori travestiti da poliziotti, traffico di reperti archeologici, vendetta personale, perfino omicidio commissionato dall’Arabia saudita.

Non sappiamo se la serie delle invenzioni sia esaurita o sia esauribile. Di certo, il continuo avvicendamento delle ragioni del delitto dimostra l’estrema debolezza delle autorità egiziane nel coprire responsabilità, che, con ogni evidenza, non vanno ricercate nella criminalità comune. Peraltro, fin dall’inizio l’ambasciatore italiano al Cairo, Maurizio Massari, segnalava un marcato scetticismo circa l’eventualità che governo e magistratura egiziani fossero collaborativi nella identificazione dei responsabili, in un paese nel quale dopo il colpo di stato di Al-Sisi (luglio 2013), scompaiono quotidianamente (e spesso definitivamente) decine di oppositori.

Se il caso Regeni occupa ancora oggi le prime pagine e sollecita la diplomazia internazionale è perché in Italia si è riusciti a mobilitare un interesse generale e perché è uscito decisamente dai nostri confini. Se quindi il governo egiziano pensava, con qualche fantasiosa recita, di far calare il sipario, si è dovuto ricredere. Che giornali come il New York Times abbiano fin dai primi giorni, mostrato su questa vicenda un interesse inquisitivo non frequente sulle pagine italiane, ha contribuito a internazionalizzare il caso. L’Unione europea ha – seppur tardivamente e con linguaggio curialesco, dovendo mediare fra istanze bellicose e la vaghezza di chi si limitava al solito “si faccia luce” – preso una posizione che ha suscitato preoccupazione al Cairo.

Esito di questo non aver deposto le armi è che fra quattro giorni (il 5 aprile) una delegazione cairota verrà a Roma a conferire col procuratore generale Pignatone e a portargli – così si legge nelle note ufficiali – tutto il “materiale probatorio”. Quale sia questo materiale e perché non sia stato fornito in occasione del recente viaggio di Pignatone nella capitale egiziana non è chiaro. Né è ancora dato sapere da chi sarà composta la delegazione egiziana. Se, ad esempio, ne farà parte il Procuratore Generale della Repubblica egiziana, Nabil Sadeq, il quale – va riconosciuto – ha avuto un qualche merito, nelle settimane scorse, nello smontare le più infantili “soluzioni” del caso, che pervenivano dagli uffici della polizia inquirente o dall’ufficio stampa del ministero dell’Interno.

La più ragionevole delle ipotesi, e cioè che l’assassinio di Regeni coinvolga sì l’apparato repressivo dei servizi di sicurezza, ma non necessariamente agli ordini e per conto di Al-Sisi, il quale ne sarebbe, anzi il peggior beneficiario, questa ipotesi – che ha una sua indiscutibile plausibilità – segnala il persistere di lotte intestine non risolte neppure dopo il golpe. Ma questo ci interessa fino a un certo punto. Il problema ora è il che fare se, come si teme, neppure dopo l’incontro del 5 febbraio, si riuscisse a far luce della morte di Regeni.

I terreni sui quali esercitare pressioni risolutive sono sostanzialmente due: quello diplomatico e quello economico. Sul piano diplomatico, finora ci si è mossi con una certa cautela. È un’arma efficace, ma va manovrata con saggezza, per non spuntarla. C’è chi invoca fin d’ora la rottura delle relazioni diplomatiche. Ci si può anche arrivare, se non matureranno condizioni di affidabilità da parte delle autorità egiziane. Ma preliminarmente si può effettuare il richiamo in patria dell’ambasciatore “per consultazioni”, una sorta di chiusura temporanea delle sedi diplomatiche. È una mossa che in altre circostanze ha pesato significativamente sui rapporti fra le nazioni. Ma non sempre. Ad esempio, nel caso dei due militari detenuti in India da quattro anni, il richiamo per consultazioni dell’ambasciatore italiano nel dicembre del 2014 non ha scalfito la granitica posizione indiana.

L’altro terreno, sicuramente più sensibile, è quello economico. Il primo ad essere colpito da un deterioramento dei rapporti fra Egitto e Italia sarebbe – e in buona parte lo è già – il turismo. Un cespite rilevante per l’economia egiziana. Ma più ancora rilevanti sono gli scambi commerciali e gli investimenti. L’ENI si accinge allo sfruttamento in acque egiziane di una concessione in una zona chiamata Zohr: il giacimento vale 850 miliardi di metri cubi di gas e una cifra non inferiore ai 7 miliardi di euro. Mettere in discussione questi accordi – già ratificati – può essere un deterrente più forte di qualunque minaccia sul terreno squisitamente diplomatico. Aggiungiamo la presenza sul territorio egiziano, di circa 130 imprese italiane, che operano in vari settori (bancario, impiantistico, edilizia, trasporti, etc.). Può essere la volta buona in cui si vede se all’affermazione universalmente condivisa che la vita umana vale più del business è pura declamazione o può diventare un fatto.

Certo è che il caso Regeni riporta in primissimo piano una questione tutt’altro che trascurabile: quella del prestigio nazionale. Una questione sulla quale si può ironizzare, ma che, a partire dal caso del Cermis (marzo 1976: 42 morti per i giochi da top gun di quattro militari americani) periodicamente ci offende. Però un ragionamento non casuale si può fare. Un paese a cui si sequestrano per quattro anni due militari (Girone e Latorre) senza che venga avviato uno straccio di procedimento giudiziario, gode di scarso prestigio. Ed è ciò che l’India sta facendo con noi. Un paese al quale si racconta che Giulio Regeni è morto in un incidente stradale, poi che è stato vittima di un regolamento di conti, poi che era coinvolto nel traffico della droga, poi che era in un giro di torbide amicizie e altre analoghe, insultanti sciocchezze non gode di grande prestigio. Ed è ciò che l’Egitto si è permesso sin qui di fare. Ma il prestigio non è uno slogan pubblicitario. Non basta rivendicare un giorno sì e l’altro pure che l’Italia è un grande paese. Bisogna anche esserlo. E la nostra storia, soprattutto quella recente, è di segno decisamente contrario.

Avrebbero consentito, in Francia o in Germania (ma credo anche in molti altri paesi) che un imam fosse catturato e impacchettato in pieno centro metropolitano (caso di Abu Omar, a Milano, nel 2003, per chi se lo fosse dimenticato) da un folto manipolo di agenti della CIA, all’insaputa o sotto gli occhi complici delle autorità di governo? E avrebbero consentito che l’uccisione di un eccellente funzionario dello stato come Calipari fosse archiviata senza alcuna punizione per il colpevole (un militare americano)? Eppure a noi è successo, nel 2005, e basterà ricordare quello che affermò l’ambasciatore americano a Roma, Mel Sembler, secondo cui il rapporto italiano, almeno nella parte in cui definiva l’omicidio Calipari come non intenzionale, “fosse stato appositamente costruito per impedire ulteriori inchieste della magistratura, ed evitare che la vicenda danneggiasse i rapporti bilaterali Italia-USA”.

Questo deve essere ricordato perché è da atti di vassallaggio come questi che il prestigio nazionale esce con le ossa rotte. Non sorprende dunque che i governanti che erano all’opera in quegli anni siano poi stati gli stessi che nell’estate del 2011 scrissero sotto dettatura l’umiliante lettera autopunitiva in cui veniva imperiosamente definita la ricetta economica per uscire dalla crisi. E che sono gli stessi che oggi strillano di più.

Potrebbe essersi aperta qualche crepa nel catenaccio fin qui opposto dalle autorità egiziane all’accertamento della verità sulla morte di Giulio Regeni. Un quotidiano egiziano fornisce alcuni dettagli sul contenuto del dossier che gli inquirenti egiziani consegneranno a Roma il 5 aprile alle autorità giudiziarie italiane. Le novità – se confermate – non sarebbero di poco conto.

Il dossier infatti documenterebbe che Giulio Regeni era stato seguito, fotografato, controllato in ogni suo movimento dalle forze di sicurezza egiziane fin dal suo arrivo al Cairo; e che aveva avuto contatti con rappresentanti sindacali, in particolare del settore degli ambulanti (e qui niente di strano, essendo quello l’oggetto della sua ricerca).  Verrebbero inoltre consegnati documenti (bancomat, passaporto, tesserini universitari, inglese e americano, portamonete, visto, due cellulari), che sarebbero stati ritrovati nell’abitazione della sorella di un componente della banda di sequestratori, sterminata dalla polizia nei giorni scorsi. La novità più interessante sarebbe sicuramente la prima perché costituirebbe l’ammissione, fin qui negata, dell’interessamento dei servizi egiziani all’attività del ricercatore italiano. Nella documentazione si darebbe conto della descrizione dettagliata di tutti i movimenti di Giulio Regeni nei suoi ultimi giorni.

Il dossier conterrebbe anche molto materiale fotografico, comprese le foto che uno sconosciuto (o una sconosciuta) avrebbe scattato durante un’assemblea sindacale alla quale Giulio aveva partecipato. È giusto prendere queste anticipazioni con beneficio d’inventario, ma il bassissimo tasso di indipendenza della stampa egiziana rende poco probabile l’ipotesi che informazioni di questa portata possano essere pubblicate, senza un filtro delle autorità governative (o di parte di esse).

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