A Roma si tratta per il futuro dell’acciaieria di Piombino. Tutta la città in attesa con i lavoratori

A Roma si tratta per il futuro dell’acciaieria di Piombino. Tutta la città in attesa con i lavoratori

Piombino, città di mare, nota per il suo porto e  per essere uno dei più importanti centri  industriali italiano, dove si produce acciaio. La città toscana è in stand by in queste ore,  con il “fiato sospeso” come scrive Rassegna sindacale. I lavoratori sono in attesa dell’ incontro importante a Roma, al Ministero dello Sviluppo economico, dal quale si attendono   decisioni importanti in merito all’acciaieria Aferpi (Acciaierie e Ferrerie Piombino – ex Lucchini) società controllata dal gruppo algerino Cevital che ha rilevato la Lucchini. Se tutto andrà come  tutti  si augurano, vi saranno cambiamenti , da tempo annunciati che dovrebbero diventare realtà non solo per la fabbrica e per il futuro della cittadina toscana, ma anche in particolare per l’economia della zona limitrofa , oltre che alle grandi ripercussioni sulla regione. Nell’ordine del giorno, in primo piano: decretare l’acquisto o meno di un forno elettrico che apporterebbe enormi vantaggi per la produzione, consentendo alla città di Piombino di tornare a produrre acciaio sin dal 2017.

Manifestazione a Roma a sostegno della delegazione Fiom, Fim, Uilm

Il tavolo vedrà la partecipazione dei vertici dell’azienda, di esponenti di sindacati e di istituzioni locali toscane, finalmente riuniti per discutere di importanti questioni per lo sviluppo dell’azienda e per una redditizia produzione. Sotto la sede del Ministero   una manifestazione dei lavoratori, a sostegno della delegazione di Fiom, Fim e Uilm. I cittadini e i lavoratori delle acciaierie di Piombino verranno informati sulle decisioni prese e sulle modalità con le quali procedere in un’assemblea unitaria organizzata appositamente, che si svolgerà nella giornata di mercoledì 2 marzo. L’importanza di questo incontro risiede nelle opportunità che possono aprirsi per la Aferpi-Cevital, da oltre un anno aperta ma improduttiva, dal momento che gli stabilimenti sono rimasti quelli di un tempo, in attesa che venissero resi di nuovo agibili e ben funzionanti. La rinascita sembra ormai vicina. Manca pochissimo a compiere un passo che potrebbe cambiare di qui le sorti di un’azienda e di un’ intera comunità . In passato numerose sono state “le polemiche a causa dei ritardi nell’avvio del piano di investimenti annunciato, mentre di recente un’articolata inchiesta del Sole 24 Ore ha messo in forte dubbio la solidità del progetto algerino, anche se poi Cevital si è affrettata a confermare le proprie intenzioni”, scrive Rassegna sindacale. L’acquisto del forno elettrico è l’unica strada percorribile per arrivare ad un punto di svolta. Continua Rassegna: “Aferpi-Cevital, in realtà, avrebbe dovuto presentare il nuovo forno già qualche mese fa, e per questo il ritardo ha provocato preoccupazione tra i lavoratori, polemiche e dubbi sulle reali intenzioni del gruppo, oltre che sulle sue reali capacità di investimento e di accesso al credito. L’appuntamento al Mise, in effetti, era già stato organizzato per l’11 febbraio scorso, ma il ministero si è visto costretto a rinviare, perché gli algerini non erano stati in grado di presentarsi con la lettera di intenti per l’acquisto”.

  1. A Piombino nasce la Magona, vicino al mare, nella zona industriale

La storia delle acciaierie di Piombino parte da lontano. Da sempre la città ha trovato sostentamento e risorse in questo ambito produttivo. Correva l’anno 1864 quando fu nasce  la Magona d’Italia, complesso industriale specializzato nella produzione di acciaio, situato in prossimità del mare, all’interno della zona industriale della cittadina. Nata su iniziativa di Alfred Novello, imprenditore di origini inglesi, l’iniziativa e la causa della fabbrica fu sostenuta immediatamente dal milanese Jacopo Bozza (già affittuario dello stabilimento napoletano di Pietrarsa), Auguste Ponsard, ingegnere proveniente dalla siderurgia pubblica ex granducale, e Alessandro Gigli, i quali divennero ben presto soci di Novello. La fabbrica aveva un altoforno a carbone di legna e un convertitore Bessemer, il primo ad essere impiantato in Italia, per produrre acciaio partendo dalla ghisa liquida. Entrata dopo poco tempo in crisi, la Magona cessa di esistere nel 1866, dopo la divisione dei soci. Jacopo Bozza decide allora di fondare la ferreria Perseveranza. Da qui un lungo percorso di attività che passa attraverso sperimentazioni, come le produzioni siderurgiche di bande stagnate, fino alla nascita di altre fonderie come la anonima “Altiforni e fonderia di Piombino” nel 1897, costituita dalla famiglia fiorentina Benini, proprietaria della fonderia del Pignone. Passando nel Novecento attraverso la fase delle due Guerre mondiali, nella quale, specialmente nella Prima, la richiesta dei prodotti siderurgici diventa spasmodica, arrivando a sfiorare le 500 tonnellate di ghisa prodotte al giorno, solamente nell’area di Piombino. Dal 1911 inoltre la Altiforni di Piombino diviene parte del consorzio Ilva, trasformandosi in “Ilva – Acciaierie d’Italia”.

1936, nasce l’Iri, poi Finsider per gestire gli stabilimenti siderurgici

Nel 1936 lo stabilimento passa sotto il controllo dell’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale), istituito dall’allora presidente del consiglio Benito Mussolini L’anno seguente, per gestire gli stabilimenti siderurgici acquisiti dall’Iri fu creata la Finsider. Nel 1961  l’incorporazione di Acciaierie di Cornigliano nell’Ilva, che assume la denominazione  di Italsider Altiforni e Acciaierie riunite Ilva e Cornigliano SpA. Dal 1965 al 1988 le sorti dello stabilimento passano sotto le fortune, o sfortune, di svariate società: dall’Acciaierie di Piombino SpA (con Fiat e Finsider quali maggiori azionisti), alla Deltasider SpA per poi scindersi in Nuova Deltasider ed infine Ilva SpA. Nel 1991 Piombino è inserito in un progetto, presentato dall’Ilva, nel quale si tenta un riassetto totale della siderurgia pubblica, nonché la ricostruzione  dell’area produttiva  con impianti innovativi e all’avanguardia per la tutela del l’ambiente. Nel 1992 lo stabilimento viene scorporato dall’Ilva e conferito alla nuova SpA “Acciaierie e Ferriere di Piombino” della quale fanno parte la sopracitata Ilva e la società privata bresciana “Gruppo Lucchini” presieduta dal cav. Luigi Lucchini. Da quel momento in poi inizia una nuova fase per le acciaierie di Piombino. Non si tratta più di un’azienda che dà lavoro ai cittadini della zona, ma più che altro si afferma una sorta di senso di appartenenza ad una realtà vicina a tante famiglie, a tantissimi nuclei di persone che vi si riconoscono e vi ritrovano il proprio punto di riferimento. Un casermone di cemento dal cuore d’acciaio, futuro e speranza di un’intera comunità.

Dicendo “Acciaio” si intende Piombino. Nascono lì i primi Consigli di fabbrica

Le acciaierie appartengono alla città.  La storia della fabbrica è la storia di lavoratori che sono stati fra i primi a dar vita ai Consiglio di fabbrica,protagonisti dell’autunno caldo.Dicendo “Acciaio” si intende per antonomasia Piombino. Bellissimo l’omaggio alla città scritto per mano di Silvia Avallone che nel libro dal titolo “Acciaio”, descrive con essenzialità e asciuttezza la vita a Piombino, tra mare, fabbrica e acciaio. Oggi, la comunità piombinese si ritrova coesa e unita a tifare per delle scelte che potrebbero cambiare in meglio le prospettive della città e del Paese intero. “I sindacati hanno annunciato che al tavolo del primo marzo chiederanno inoltre di avere certezze sui tempi di realizzazione degli impianti e sulla creazione di una nuova road map che comprenda smantellamenti, smontaggi e l’avvio delle procedure per la realizzazione dei lavori previsti. Il tutto per tranquillizzare soprattutto i lavoratori che si trovano ancora in cassa integrazione”.

La situazione resta critica. Si chiedono “certezze” per tutti gli addetti

Nonostante sia previsto l’ingresso in fabbrica di 205 addetti, grazie ad un accordo stipulato la scorsa settimana tra Fiom, Fim e Uilm e Aferpi, la situazione resta comunque critica. Attualmente sono 1.389 i dipendenti assunti da Aferpi, mentre restano ancora 743 lavoratori fuori dai cancelli, in cassa integrazione con l’amministrazione straordinaria. Buone notizie sembrano arrivare dalle ferrovie. Si avvicinerebbe, infatti, l’aggiudicazione da parte di Aferpi di oltre ottantamila tonnellate di rotaie per la Rete ferroviaria italiana, una commessa che permetterebbe di garantire comunque la produzione e quindi l’occupazione. L’azienda non ha ancora confermato nulla, ma anche su questo i sindacati chiederanno notizie certe. Già, certezze è la parola che corre di bocca in bocca.

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