Roma. Amministrative, Salvini manda in crisi il centrodestra. Stop a Bertolaso e rilancia su Marchini

Roma. Amministrative, Salvini manda in crisi il centrodestra. Stop a Bertolaso e rilancia su Marchini

In pochi minuti, Matteo Salvini, sulla graticola anche per quanto sta accadendo in queste ore nel ‘Pirellone’ del suo amico Roberto Maroni, ha pensato di spostare le attenzioni su Roma, sulle candidature a Sindaco ed in particolare alla proposta fatta da Berlusconi di un nome condiviso, ovvero quella di Guido Bertolaso. Tutto in pochi secondi ed il tavolo della pace è saltato. Un salto indietro di mesi, comprensibile di fronte alle difficoltà sempre più crescenti della Lega sui temi della legalità e della Giustizia. Sparigliando il campo, Salvini ha praticamente messo alla porta Bertolaso ed ha anche rilanciato, con moderazione, la candidatura di Marchini: “Come partenza non è il massimo. Ma io sono solito ascoltare la gente. Non prendo nulla a scatola chiusa, quindi ascolterò i cittadini romani e deciderò”.

Il leader leghista si rimangia tutto per dare il benservito a Bertolaso: “A pacchetto chiuso non prendo nulla”

Poi l’affondo su Bertolaso, quello che rischia di mandare in frantumi l’alleanza: “Noi siamo soliti ascoltare i cittadini e in base a quello esprimeremo il nostro giudizio finale. A pacchetto chiuso non prendo nulla. Certo, la dichiarazione sui rom categoria vessata, sull’amicizia con Rutelli e sul Pd non è una buona partenza – ha sottolineato con durezza il leader della Lega – sono parole che mi aspetto da Vendola, non dal candidato del centrodestra”. Poi Salvini è ancora più preciso e sembra dare il benservito all’ex Capo della Protezione Civile: “La partita è ancora aperta, come tutte le partite. Bertolaso è il candidato proposto dagli alleati e lo accettiamo come indicazione, ma tra il dire sì e le elezioni c’è di mezzo prima il parere dei cittadini romani e vedrò quello che diranno i romani e su quello inciderà la mia decisione finale”. Ma a chiudere il ragionamento c’è anche una apertura che ha letteralmente fatto sobbalzare sulla sedia la sua alleato Giorgia Meloni: “Un mio no a Marchini?- scandisce il leder leghista-Io non ho mai detto no a nessuno. Non sono stato io. Se avessero presentato Marchini a Roma? E perché no…”

Salta il vertice con Berlusconi. Ira della Meloni: “Minata la credibilità della coalizione”

In attesa di ascoltare, e arriveranno a stretto giro di posta le reazioni dello stesso Bertolaso, arrivano invece quelle stizzite di Giorgia Meloni, presa in mezzo tra i dissidenti del suo partito, che hanno messo nero su bianco la volontà di appoggiare Storace e l’ultima singolare esternazione di Salvini. Come prima risposta la Meloni ha disertato il vertice fissato a Palazzo Grazioli proprio con Salvini ed il padrone di casa Berlusconi, ma c’è di più, la Meloni starebbe anche pensando di sfilarsi dalla coalizione che aveva deciso in quel di Arcore, l’appoggio a Bertolaso. Meloni va giù duro e parla quanto alle prese di posizione di Salvini “di contraddittorie dichiarazioni che minano la credibilità della candidatura di Bertolaso a Roma e di tutta la coalizione”. Prende naturalmente la palla al balzo Storace, che in queste ore si gode anche la ‘sponsorizzazione’ dell’ex leader di An Gianfranco Fini: “Io non voglio più parlare di questo candidato (Guido Bertolaso ndr). Oggi è il 18 febbraio, che è il mese più corto. Forse Bertolaso arriva fino a marzo. Io comincio infatti ad avere la sensazione che prima o poi se ne libereranno, chiameranno la Protezione Civile e lo porteranno via”.

Ma a Roma ci sono anche i deliri di onnipotenza dei 5Stelle con le esternazioni della senatrice Paola Taverna

Poi passiamo ai deliri di onnipotenza, ovvero quelli della senatrice grillina Paola Taverna, che annunciando per la settimana prossima il candidato dei 5 Stelle alla poltrona di Sindaco di Roma, già pone inverosimili paletti sulla quasi certa vittoria dei pentestellati nella Capitale. “Ho il sospetto di un complotto per farci vincere. La scelta di Bertolaso mi ha lasciato perplessa tanto quella di Giachetti. Diciamocelo chiaramente: questi stanno mettendo in campo dei nomi perché non vogliono vincere a Roma e si sono già fatti i loro conti”. Tutto fila nel delirio pentastellato: i nomi dei sospetti, quelli dei presunti colpevoli e quelli dei mandanti dell’omicidio della democrazia, quello che non torna è il motivo che porta questo movimento, sempre più ossessionato dal contatto con il resto del mondo, a non proporre nomi di rilievo, autorevoli per portare la Capitale fuori dalle secche della corruzione, della mafia e del crimine organizzato. Certo non potrà farlo la Taverna, che già parla di ricatti sulla possibile guida grillina in Palazzo Senatorio e dunque si tira indietro e di fatto si chiama fuori, proprio lei che in decine di occasioni ha gridato forte la sua appartenenza alle periferie povere e spogliate dal malaffare. Probabilmente, in attesa di un nome condiviso e che non arriverà mai, i romani, quelli che apprezzano e condividono la terza via dei 5Stelle, dovranno accontentarsi di un nome condiviso da qualche migliaio di frequentatori della rete grillina, un nome che, come quello della Taverna, sarà obbligato a spiaggiarsi alle regole di Grillo e Casaleggio e senza alcun tipo di autonomia nel governo della Capitale.

Altre tre partite per chiudere i ragionamenti su Roma: la primarie del Pd, Ignazio Marino e Alfio Marchini

Ma ci sono anche altre tre partite: quella praticamente tutta interna al Pd con le Primarie, la seconda giocata tra Sel-Sinistra Italiana Marino e l’ultima che vede coinvolto l’unico candidato che si dice centrista, civico e moderato, Alfio Marchini. Partiamo proprio da quanto sta accadendo in queste ore con l’incredibile attivismo di Ignazio Marino. L’ex sindaco, infatti, che come in più occasioni ha detto “di non voler lasciare l’operazione a metà”, ha in mente la formazione di un listone, senza alcun simbolo, che dovrebbe intercettare i delusi del Pd. Di questa operazione sarebbero parte in causa anche il candidato di Sel-Sinistra Italiana Stefano Fassina, il senatore Walter Tocci, che a Roma ha avuto anche il ruolo di vicesindaco forte con le Giunte di Francesco Rutelli, e molte associazioni del mondo delle imprese, del volontariato, oltre che un numero consistente di intellettuali, che non si riconoscono nelle candidature in corsa alle Primarie organizzate dal Pd e da alcuni movimenti e partiti satellite e naturalmente un numero decisamente consistente di militanti e dirigenti della sinistra Pd, che alla fine potrebbero cambiare campo.

Il teorema Tocci potrebbe far tornare ossigeno nei polmoni della sinistra

Si tratta, come scrivono in molti, del teorema Tocci, ovvero coalizzare un fronte importante della sinistra, puntare ad oggi sui nomi di Fassina e Marino, per poi, perché no, tirare fuori un terzo nome di ‘prima grandezza’ che dovrebbe essere chiamato a correre la partita da sindaco e fare da catalizzatore delle forze in campo. Infine Marchini. Insieme a Storace potrebbe, dopo lo ‘scarto’ ippico di Salvini, essere l’unico in grado di far tornare in corsa le Destre. E’ chiaro, per Giorgia Meloni sarebbe una seria sconfitta, la seconda in ordine di tempo dopo quella della candidatura Bertolaso, ma rappresenterebbe, anche l’unica possibilità di uscire dall’angolo in cui Berlusconi e Salvini l’hanno cacciata.

Alfio Marchini non può dare certezze alle destre. In campo c’è anche Storace e il ballottaggio sarebbe un sogno

Se la scelta delle destre dovesse cadere sull’imprenditore legato a doppio filo a Pierferdinando Casini, ai centristi ed all’Udc in particolare e con il disco verde di Salvini, sarebbe la ricomposizione del cartello elettorale che riuscì, con Berlusconi, a governare l’Italia per qualche decennio. Il problema però, è che Roma non è l’Italia; che i centristi sono in caduta libera; che la Lega nella Capitale non ha le stesse percentuali a doppia cifra che ha in Lombardia e che il fronte delle Destre, a meno di miracoli, potrebbe essere falcidiato, dalle defezioni verso le estreme, verso Storace, che nel suo piccolo potrebbe incassare proprio le percentuali di voto necessarie per non mandare il resto delle destre al ballottaggio. Tiriamo le somme di questo lungo, scusateci, ragionamento. La torta in gioco nella Capitale è imponente, ma deve tener conto dello stato di quasi default delle casse di Palazzo Senatorio, che, secondo gli ultimi conti fatti dalla gestione commissariale, diretta dall’ex Assessore della Giunta Marino, Silvia Scozzese, porterebbe ad una esposizione pari a 13,6 miliardi di euro. Ma Roma è anche altro: è un patrimonio culturale e monumentale da gestire. A portata di mano ci sono anche le Olimpiadi del 2024, e la riqualificazione della città e dei suoi servizi, (pensiamo allo stato quasi comatoso delle società di servizio, su tutto Atac ed Ama ndr). Una grande miliardaria partita, dove in tanti, forse troppi, hanno messo il naso. Potrebbe essere l’ultima seria, per una città che ha già dato tanto al malaffare ed al crimine organizzato.

 

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