Renzi all’Assemblea del Pd si trasforma in Machiavelli sulle unioni civili. Accuse dalla sinistra dem di tesseramento gonfiato e trasformismo

Renzi all’Assemblea del Pd si trasforma in Machiavelli sulle unioni civili. Accuse dalla sinistra dem di tesseramento gonfiato e trasformismo

Al netto della più classica propaganda tipica del suo stile, dopo 24 mesi di permanenza a Palazzo Chigi, il succo politico dell’Assemblea del Pd, convocata a Roma in un grande albergo, è tutto nella scelta di Renzi di lasciare il cerino acceso sul ddl Cirinnà, e soprattutto sull’articolo 5 che regola le adozioni, al gruppo Pd del Senato. Perciò, invece di dettare la linea in modo coerente con quanto finora sostenuto, per cui il ddl si sarebbe votato così com’è, Renzi propone, a sorpresa, due opzioni, entrambe perdenti: il voto in Aula (col presumibile ricorso al voto segreto sui temi più caldi) oppure un emendamento del governo, frutto di una mediazione con Alfano, sul quale mettere la fiducia.

Le due machiavelliche opzioni di Renzi sul ddl Cirinnà

Col voto in Aula, Renzi sa bene che perderebbe un pezzo di Partito democratico, quello cattolico integralista e clericale, e che si formerebbe, forse, una coalizione, almeno sull’articolo 5, costituita da un pezzo dei senatori Pd, da Sel e da una trentina di senatori M5S. Non è detto che questa coalizione riesca a raggiungere i 161 voti necessari, soprattutto alla luce del voto segreto. I cattolici clericali democratici insieme con le truppe di Alfano e Verdini hanno già ampiamente dichiarato – da ultimo con un’intervista al Messaggero, domenica, di Pierferdinando Casini – di volere lo stralcio delle adozioni dal ddl per poterlo votare. E se la conta dei voti non dovesse dare buone notizie, Renzi sarebbe disposto a mettere la fiducia sull’emendamento predisposto a Palazzo Chigi, frutto della mediazione con Alfano. In questo caso, sposterebbe il cerino acceso nelle mani di Pierluigi Bersani e dell’ala sinistra del Partito democratico. Così, con un colpo da Machiavelli di infima categoria, il segretario-premier Renzi decide, di fatto, di non decidere, e di liquidare con una sola mossa ogni dibattito, sia parlamentare che politico. È un ceffone antidemocratico, sia al libero dibattito dei senatori, che dei dirigenti del Pd. La mossa di Renzi schiaccia entrambi nell’angolo.

L’ipocrisia di Renzi sull’amore e la previsione della necessità del voto di fiducia

Le parole di Matteo Renzi all’Assemblea del Pd, dunque, alla luce delle due opzioni sembrano ipocrite e ridicole: “Nessuno può avere paura di due persone che si amano”, ma fino a questo punto dovrebbero tutti essere d’accordo, perché nessun senatore ha detto di non volere le unioni civili. Ma Renzi aggiunge che “il Pd non ha i numeri in Senato” per votare la stepchild adoption e che a questo punto si è a un “bivio”. O si prova ad andare avanti con la legge così com’è, sperando che M5s superi la “sindrome di Charlie Brown” che spinge i grillini a “portare via il pallone”, oppure bisogna prendere in considerazione un altro schema, un accordo con la maggioranza di governo, e dunque innanzitutto con Ncd, da suggellare magari con un emendamento e un voto di fiducia. Il premier, però, non ha imposto la sua linea, ma ha affidato ai senatori Pd la responsabilità della scelta. “Sia il gruppo Pd a decidere, io sono disponibile a partecipare”. E così, Luigi Zanda, presidente del gruppo al Senato, indice la riunione per martedì sera. È tuttavia evidente che se nel frattempo il pallottoliere di Palazzo Chigi non dovesse dare segnali positivi, al gruppo del Senato non resterebbe che accettare la seconda opzione, il voto di fiducia sull’emendamento, che ridurrebbe notevolmente i diritti contenuti nel ddl Cirinnà. Sul piano politico, questa mossa sarebbe interpretata come una vittoria dei cattolici integralisti e di Alfano, mentre alla sinistra Pd non rimarrebbe che leccarsi altre dolorose ferite. Con il voto di fiducia, inoltre, il Senato sarebbe nuovamente schiacciato, come già accaduto una cinquantina di volte, da una decisione autoritaria.

La sinistra del Pd alza la voce contro il voto di fiducia, ma ha le armi spuntate

Non è un caso che già nel corso del dibattito in Assemblea, la sinistra democratica abbia espresso il suo punto di vista critico, sostenuta da qualche esponente degli ex “giovani turchi”. “Voglio dirlo con nettezza – commenta Speranza – se accordo di governo significa rinunciare alla stepchild adoption, sono contrario. Dobbiamo difendere le nostre idee, il nostro punto di vista, e confrontarci nel dibattito parlamentare”. Identiche le parole del senatore bersaniano Miguel Gotor: “Sia chiaro: se scegliere l’accordo con Ncd significa rinunciare alla stepchild adoption noi non ci stiamo”. In teoria, c’è anche la possibilità di fare accettare a Ncd una riformulazione della legge che non cancelli del tutto la stepchild ma che semplicemente la limiti, magari anche distinguendo ulteriormente le unioni civili dal matrimonio, lasciando poi comunque all’aula la possibilità di votare – e eventualmente bocciare – l’adozione del figlio del partner. Ma è un’ipotesi sulla quale non scommettono in molti e la minoranza Pd teme che il prezzo da pagare sia proprio quello di una resa del Pd sul punto della stepchild. La scelta, però, verrà proprio affidata ai senatori, ha deciso Renzi. Sarà il gruppo del Senato a decidere se approvare la legge possibile o se “fare come con i Dico…”.

Il commento duro contro Renzi, ma di buon senso politico, del prodiano Franco Monaco

Durissimo anche il commento di un cattolico di formazione liberale come Franco Monaco, prodiano della prima ora: “Chi ci capisce è bravo: prima l’asse con i 5 stelle, ora la proposta di un compromesso con Ncd; prima la sovranità del Parlamento e la libertà di coscienza per i senatori Pd, ora l’ipotesi di un voto di fiducia posto dal governo; prima il canguro intero che esautora il Parlamento, poi il canguro a metà, infine la rinuncia al canguro; prima la stepchild adoption come irrinunciabile, ora non più”. Per Franco Monaco si tratta di uno “zig zag indecifrabile che testimonia confusione sul profilo identitario del Pd quale partito plurale e laico, né laicista né clericale nonché una gestione politica dilettantesca della partita unioni civili”. Per Monaco “sarebbe bastato realizzare a monte una sintesi condivisa dentro il Pd, anziché fare affidamento su incerti supporti esterni”. La delusione proviene anche dal mondo LGBT. Una delegazione ha incontrato durante l’Assemblea Matteo Renzi e Maria Elena Boschi. In una nota, i movimenti LGBT scrivono: “Durante l’incontro, Renzi ha ribadito le due opzioni espresse nel suo intervento, relativamente alla possibilità di procedere con un voto d’Aula o con un’intesa di governo. Quest’ultimo punto ci preoccupa molto in quanto alcune forze politiche di governo non hanno mai espresso posizioni favorevoli al ddl nella sua interezza, anzi si sono sempre poste in maniera ostruzionistica e denigratoria nei confronti delle persone omosessuali e delle loro famiglie. Le associazioni compatte hanno fortemente ribadito la posizione netta rispetto alla necessità di portare a casa il ddl Cirinnà così com’è”.

I movimenti LGBT incontrano Renzi e la Boschi, ma restano delusi, e annunciano presidi e una manifestazione per il 5 marzo

I movimenti LGBT, infine, chiariscono il punto politico della legge sulle unioni civili: “La stepchild adoption non è da considerarsi uno dei punti della legge ma è il cuore della stessa, pertanto ogni soluzione al ribasso è da considerarsi inaccettabile. Le associazioni Lgbt continueranno a seguire con attenzione i lavori parlamentari con presidio al Senato a partire da mercoledì 24. Speriamo che la manifestazione del 5 marzo veda una piazza in festa e non una piazza di protesta”, fanno sapere. “Noi il 5 marzo andremo in piazza sperando di festeggiare. Se uscisse una legge senza stepchild adoption non ci sarebbe nulla da festeggiare. Noi vogliamo dignità, siamo già qui a chiedere briciole di diritti”.

La battaglia politica vera: il referendum sulle riforme previsto per il 9 o il 16 ottobre

Accantonata la questione unioni civili, Renzi ha poi lanciato la sfida del referendum sulle riforme costituzionali, ribadendone l’importanza per l’Italia e per la sua stessa carriera politica: “La prossima assemblea, a metà luglio, sarà una meravigliosa introduzione alla campagna referendaria”, ha detto Renzi. “Il referendum non e’ un referendumino, ma è uno spartiacque. Se vince il sì, si entra nel futuro. Altrimenti noi andiamo a casa. Ma ciò non accadrà: perché noi vinceremo”. È evidente che lo sprone non poteva che essere quello: “scrivere la storia”, “entrare nel futuro”, sono gli slogan preferiti da Renzi, in un partito che ha deciso di non discutere a fondo delle riforme costituzionali, e che invece la ha subite con estrema indifferenza. Quanto alla data della consultazione: “Non tocca a me dirlo, ma tenetevi liberi per il 9 o il 16 ottobre”, ha affermato. “Io sono stato accusato di personalizzare lo scontro, non è così. Perché il potere non è una parolaccia, chi vuol cambiare le cose sa che il potere è fondamentale. Ma se non riesci a cambiare le cose devi avere l’onestà di dire che te ne vai”. Ora, sarebbe interessante interpellare Matteo Renzi su una delle questioni fondamentali della democrazia, ovvero sull’uso che si fa del potere, più o meno legittimato dal consenso popolare, e comunque limitato dalla forma costituzionale in vigore. In ogni caso, sulla battaglia referendaria ci sarà modo e tempo per tornare. Va detto, comunque, che anche sul referendum si avverte la schizofrenia della sinistra del Pd: cosa farà? Qui non si tratta più di voti di fiducia, ma di espressione libera di un’idea di Costituzione in un referendum. Cosa faranno i nostri compagni Bersani, Cuperlo, Gotor, Speranza? E come concilieranno la loro permanenza nel Pd? Oppure pensano davvero che Renzi farà le valigie da Palazzo Chigi se dovesse perdere, in modo da riappropriarsi di un partito che è già politicamente e antropologicamente modificato?

Roberto Speranza accusa il tesseramento gonfiato e il trasformismo nel Pd. Guerini gli replica a muso duro

E a proposito delle modificazioni politiche, a nulla sono valse le osservazioni critiche di Roberto Speranza sulle strane anomalie del tesseramento online al Pd. Speranza ha denunciato centinaia e centinaia di tessere pagate con le stesse carte di credito, e una serie di “picchi” anomali in tante federazioni.  Speranza parla esplicitamente di un “trasformismo” dilagante e preoccupante nel Pd, ma evita di fare nomi e cognomi, di indicare luoghi, di approfondire la denuncia. Per questo, il vicesegretario Lorenzo Guerini ha poi avuto buon gioco a replicargli: “Non esistono dubbi sul fatto che il PD pratichi il massimo rigore sulle iscrizioni. Siamo un grande partito che nel 2015 ha coinvolto 385.320 uomini e donne che hanno scelto di iscriversi e che sono state verificate e certificate. Uno degli strumenti per richiedere l’iscrizione è la procedura online che, sul totale degli iscritti, è stata utilizzata dall’1,9% (7.800), dopo che sono state rifiutate circa 1.200 richieste. Persone che ancora non sono iscritte, per esserlo, devono ritirare la tessera personalmente nel loro circolo”. L’errore di Speranza è di non aver dato seguito, in Assemblea, a ciò che evidentemente sa o ha saputo dai territori: in cosa consiste il trasformismo, nell’impegno di Cuffaro in Sicilia? Nella trasformazione del Pd da partito del socialismo europeo a partito della Nazione che imbarca chiunque? Neppure Guerini può e vuole rispondere a queste domande sull’identità di un partito che è ormai un abito cucito su misura sull’ideologia del renzismo.

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