La lezione di Lehman Brothers

La lezione di Lehman Brothers

Sono giorni e settimane che sento parlare di un mito che si è infranto sugli alti marosi della tempesta perfetta nel settembre del 2008, quando il governo degli Stati Uniti d’America e il presidente della Federal Reserve, Benjamin Bernanke in arte Bernspan, decisero che Lehman Brothers, la diretta concorrente di Goldman Sachs, poteva fallire, pur essendo too big to fail.

Non fu un sussulto di ideologia liberista, perché nelle stesse ore venne decisa dalle stesse persone la salvezza per la molto più inguaiata AIG, un colosso delle assicurazioni che ne aveva davvero fatte di cotte e di crude ma che risultava essenziale per le banche e le altre compagnie di assicurazioni e, in più di un caso, per Stati sovrani.

Vi è un vero e proprio fiorire di analisi sulle sorti non tanto magnifiche e progressive delle banche globali europee, Deutsche Bank in testa, e tutti si interrogano sul livello raggiunto dai Credit Default Swaps riferiti alla banca basata a Francoforte, livelli che sono oramai prossimi a quel 620 toccato da Lehman a poche ore dal default, ma pur rendendo noto questo nessuno ha il coraggio di tirare le conseguenze, tanto drammatici sarebbero gli effetti sul sistema bancario non solo europeo ma mondiale.

Ma proprio ieri uno di  questi analisti ha reso noto che il governo della Germania ha tra le sue mani, non si sa da quanto tempo, un dossier intitolato proprio alla banca di Francoforte, un dossier seguito dal ministro delle finanze Schauble e dai suoi più stretti collaboratori e non è un caso che il potente ministro, quando l’azione veleggiava sui 13 euro, ha rilasciato quattro dichiarazioni in cinque giorni, difendendo con toni ancora più accorati dei vertici aziendali
la solidità di Detsche Bank, in un caso usando letteralmente le stesse parole del Chief Executive Officer della banca.

Non voglio essere malizioso, ma la stessa estemporanea proposta di un ministro dell’economia europeo, avanzata proprio dalla Germania e dai suoi più stretti alleati, e l’accelerazione sull’implementazione dell’unione bancaria europea non sembrano essere del tutto casuali!

Come ben sanno i lettori della prima fase del Diario della crisi finanziaria (diariodellacrisi.blogspot.com), i miei punti di riferimento nel tenere il diario di bordo nella tempesta perfetta sono il non mai troppo compianto John Maynard Keynes e George Soros, ma non dimentico Giulio Andreotti quando diceva che a pensar male si fa peccato ma non si sbaglia!

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