Dal Manifesto di Ventotene agli Stati Uniti d’Europa

Dal Manifesto di Ventotene agli Stati Uniti d’Europa

L’ho detto in privato, lo ripeto in pubblico: grazie per aver pubblicato su Jobsnews.it estratti del “Manifesto di Ventotene” e per aver ospitato interventi che su quell’importante, prezioso documento riflettono e discutono. Se invece di riempirci la bocca di “buona scuola” si lavorasse seriamente su e per una “scuola buona”, il “Manifesto di Ventotene” sarebbe da tempo presente nelle biblioteche della scuola pubblica, e se ne raccomanderebbe lettura e discussione. Per capire e sapere cosa hanno sognato alcune persone di cui è sbiadita la memoria ma a cui dobbiamo tanto: un’Europa federata e federalista, un’Europa che è stellarmente lontana da quella che conosciamo; quel sogno che è anche una “visione”, e che si chiama Stati Uniti d’Europa.

Partiamo dall’inno, che magari ci capita di sentire, e neppure e conosciamo bene la storia, la genesi? Un lungo percorso, viene da lontano la Nona Sinfonia: la prima idea di musicare il coro “An die Freude” di Friedrich von Schiller, a Beethoven viene negli anni giovanili di Bonn; nel 1814 il progetto è nuovamente ripreso sotto forma di una “Ouverture” con coro finale; diventa poi l’“Ouverture in do maggiore zur Namensfeier op.115 per sola orchestra”. Tre anni ancora: nel 1817, nel quaderno degli schizzi, accanto al materiale per la “Sonata in si bemolle maggiore per pianoforte, op.106”, ecco gli spunti tematici utilizzati per i primi due movimenti della “Nona”. Nel 1822 Beethoven inizia la composizione della Sinfonia. In un primo tempo il titolo è: “Sinfonie allemand”, già si prevede il corale finale. Tutto il 1823 è dedicato alla composizione della “Nona”, che alla fine dell’anno è completamente schizzata. L’anno successivo Beethoven mette in partitura la “Sinfonia”. Più di dieci anni, insomma. “L’Inno alla Gioia” ora è considerato un grande messaggio di pace e di fratellanza; proprio per rendere tale messaggio il più chiaro possibile Beethoven decide di far cantare nel finale un testo di un poeta tedesco a lui contemporaneo, Schiller, appunto. “An die Freude” è una lirica nella quale la gioia è intesa non certo come semplice spensieratezza e allegria; piuttosto è il risultato a cui l’uomo giunge quando si libera dal male, dall’odio e dalla cattiveria. Proprio per questa esortazione alla fraterna amicizia la melodia su cui viene intonato questo “Inno alla gioia” viene assunta come inno europeo, l’Unione nel 1986 ne fa il suo inno. Ascoltiamolo. Fa bene. Serve, in tempi come questi, dove tocca ascoltare e patire certi discorsi, dei tanti Matteo Salvini, più numerosi di quanto si creda, più pericolosi di quanto appaiano.
Come abbiamo visto, quell’Inno viene da lontano; e anche l’ideale che quell’Inno sottende ha una sua antica storia, di cui noi, europei d’Italia possiamo legittimamente essere orgogliosi: è nato in una piccola isola del mar Tirreno, tra Lazio e Campania: Ventotene; è lì che l’imperatore Augusto esilia la figlia Giulia, e l’imperatore Tiberio fa morire di fame la nipote Agrippina. A Ventotene, che non era, come oggi, luogo di villeggiatura, Mussolini confina gli antifascisti. Tra loro grandi personaggi: Sandro Pertini, Umberto Terracini, Ernesto Rossi. Altiero Spinelli, dopo dieci anni nelle galere fasciste, vi sbarca nel luglio del 1939, due mesi prima dell’inizio della seconda guerra mondiale. Lasciamogli la parola: “Grazie al fatto che Ernesto poteva corrispondere con Luigi Einaudi, abbiamo ricevuto da lui alcune pubblicazioni dei federalisti inglesi, c’era un movimento federalista animato da un lord inglese che si chiamava Lothian, intellettualmente una produzione molto buona, abbiamo cominciato a vedere che c’era chi pensava al problema dell’unità europea”.

Tutta l’Europa, ad eccezione della Gran Bretagna, è in fiamme, oppressa da nazisti e fascisti; e il radicale Rossi e l’ex comunista Spinelli in quell’isoletta pensano agli Stati Uniti d’Europa, scrivono quello che poi tutti conosceranno come il “Manifesto di Ventotene”. Una follia vero? Si vedrà poi che quel modo di pensare al possibile “domani” è il modo migliore, più efficace per pensare a quell’oggi che li ha incarcerati e relegati al confino: “Abbiamo messo in piedi questo “Manifesto” dove ci sono due idee fondamentali”, dice Spinelli, “una è che la Federazione Europea non è una cosa che verrà, perché c’è una certa logica… La Federazione Europea è una costruzione che gli uomini devono fare, ed è una cosa della nostra epoca”.

Non sono i soli: a Monaco, in Germania, ci sono gli studenti nonviolenti della “Rosa Bianca”, propugnano anche loro un’ideale federalista, e vengono per questo massacrati da Hitler e dai nazisti; in Francia c’è un prestigioso capo della Resistenza, Jean Moulin: viene ucciso dai nazisti, dopo essere stato tradito; e autonomamente, ad analoghe conclusioni giunge anche Ignazio Silone, esule a Zurigo, in Svizzera, con le sue “Nuove Edizioni di Capolago”.
Si ritroveranno, Rossi, Spinelli, Silone e tanti altri, finita la guerra nella comune battaglia federalista, e assieme al futuro Presidente della Repubblica, Luigi Einaudi, danno voce a una radicale critica del dogma della sovranità dello Stato, in una prospettiva federalista e democratica. In quel “Manifesto” elaborato da Rossi e Spinelli a Ventotene ci sono le basi dell’Europa unita: un’Europa diversa da quella di oggi, accusata con qualche fondamento di essere stata realizzata in modo parziale, burocratica, inefficace. L’Europa del Manifesto di Ventotene propugna ideali di unificazione in senso federale, fondati sui concetti di pace e libertà kantiana, e sulle teorie istituzionali dei federalisti americani. Gli estensori del Manifesto di Ventotene, e in seguito Konrad Adenauer, Joseph Beck, Johan Willem Beyen, Winston Churchill, Alcide De Gasperi, Walter Hallstein, Sicco Mansholt, Jean Monnet, Robert Schuman, Paul-Henri Spaak e gli altri “visionari” che hanno ispirato l’Unione europea, sostengono la necessità di una forza politica esterna ai partiti tradizionali, inevitabilmente legati alla lotta politica nazionale, e per questo incapaci di rispondere efficacemente alle sfide dei nuovi tempi: è il Movimento Federalista Europeo, attivissimo negli anni Cinquanta (Angiolo Bandinelli potrebbe e dovrebbe parlarne per ore, di questa sua esperienza). Pensano sì a una moneta unica, ma anche a una comune difesa, a un sistema fiscale omogeneo, a un Parlamento europeo con effettivi poteri.

Oggi nessuno di quei “padri fondatori” è vivo; chissà cosa direbbero di quel che accade in questi giorni turbolenti, dove più che la grande patria europea, per usare un’efficace espressione di Marco Pannella, sembra affermarsi l’Europa delle piccole patrie. Resta comunque più che mai attuale quella loro idea concreta e vitale di Europa unita e federalista: il sogno, la visione di quei pionieri che per primi la concepirono è quanto di più attuale e necessario. La sintesi di tutto nelle parole di Spinelli: “La vera divisione è tra quelle che dobbiamo chiamare le forze del progresso e quelle della conservazione non è più quella tradizionale, ma sarà tra quelli che vogliono adoperare quel tanto di potere che posseggono per promuovere la costruzione europea, e quelli che vogliono adoperarlo per restaurare invece il vecchio”. È  il 1985, quando Spinelli, interviene a Firenze a un congresso radicale; e scandisce: “Non c’è oggi più alcun grande problema concernente l’economia, la moneta, il collegamento sociale del nostro sviluppo con quello dei paesi poveri del mondo, la difesa, l’ecologia, lo sviluppo scientifico e tecnologico, l’universalità della cultura, non c’è, dico, grande problema che possa essere ancora affrontato seriamente con criteri e con strumenti nazionali”. Dopo pochi mesi, Spinelli muore; più che mai attuale, prezioso, quel suo monito, quella sua esortazione, quell’appello che ha il sapore di un testamento politico; ma è anche l’indicazione di un impegno necessario, una raccomandazione a non cadere preda di demoralizzazioni e scoramenti. In ben più buie e opprimenti situazioni lui, Rossi, Colorni hanno saputo resistere, e tenere accesa quella fiammella che brillava nelle tenebre. È un “testimone” che dobbiamo assolutamente raccogliere, “Sappiate assumere questa azione portando in essa il vostro fervore ad anche il vostro grano di follia”, chiede Spinelli. Andrebbe tradotto in tante lingue, quel “Manifesto di Ventotene”, in inglese, francese, tedesco, ma anche cinese, spagnolo, arabo… Quel testo è stato ed è fondamentale per noi, ma può esserlo anche per tanti che nei luoghi più impensati si battono per giustizia e libertà. Se si vuole, si può; e se si può, si deve. Ma, la domanda è rivolta innanzitutto alla nostra classe politica e di governo: vogliono?

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